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Saviors: tra pop-punk, incubo americano e attitudine kierkegaardiana

svg13 Febbraio 2024AlbumRecensioniBrando Ratti

Nonostante il trio di Berkeley non abbia proposto particolari innovazioni dal punto di vista musicale, il disco offre un’interessante descrizione della società a stelle e strisce contemporanea, aggiungendo quel sano tocco di pessimismo che ricorda un po’ la filosofia di Søren Kierkegaard


Su Saviors si potranno dire tante cose, ma sicuramente non si può dire che sia un disco banale. Se – come il sottoscritto – non nutrite una particolare venerazione per i Green Day, molto probabilmente avrete bisogno di più ascolti per entrare a pieno nell’ultima fatica della band di Berkeley che, nonostante tutto, offre ancora una volta un’interessante rappresentazione della società americana.

Ascoltando Saviors per la prima volta, infatti, si potrà cogliere un’ampia – e già rodata – varietà sonora che potrebbe far incazzare i misoneisti del genere ma che rende l’album più digeribile e, soprattutto, meno monotono. Pezzi dichiaratamente pop-punk come Look Ma, No Brains! e Strange Days Are Here To Stay che si intrecciano con brani più sperimentali, arrivando a riuscitissimi accenni che ricordano lo stoner rock come nel caso di One Eyed Bastard, ma anche alle classiche ballate à la Green Day come From Father To The Son che personalmente non sono riuscito a digerire. Preso quindi atto dell’impossibilità – purtroppo – di un “Dookie 2.0”, visto che il trio californiano ha già superato i cinquant’anni e fuma meno canne, Saviors si conferma – dal punto di vista musicale – un prodotto tendenzialmente valido e versatile che può essere utilizzato come sottofondo mentre si cucina un risotto, ma anche a tutto volume mentre si guida in macchina per andare a lavorare.

L’elemento davvero interessante del disco si trova però dal punto di vista testuale. Che ai Green Day piaccia un sacco affrontare alcune tematiche sociali care alla new left americana – che, guarda caso, prese piede proprio tra le aule del campus universitario di Berkeley nel 1964 –, è sicuramente un dato di fatto: basti pensare ad American Idiot, il famosissimo concept album in cui i tre ragazzi della Bay Area criticavano fortemente la politica di George W. Bush e le sue manie guerrafondaie. Se però il main theme del 2004 era la Guerra in Iraq, il panico sociale post undici settembre e quell’orribile accoppiata cravatta-rossa-con-camicia-nera che andava tanto di moda ai tempi, Saviors sembra essere una descrizione della società yankee (e non) contemporanea, con temi che spaziano dal razzismo alle ingiustizie sociali passando per la crisi climatica e il turbocapitalismo. Nei testi, ad esempio, si trovano attacchi alla proprietà privata, come nel caso di The American Dream Is Killing Me, si parla di intersezionalità, attualizzando il fenomeno delle Bobby Sox o, più semplicemente, si dice quanto faccia schifo vivere negli anni ‘20 del 2000 come in Living in the 20’s che, a mio avviso, è il pezzo migliore del disco e, sempre a mio avviso, è stato palesemente ispirato da Panico Panico degli Erode (si, scherzo).

No, i Green Day non si proclamano arrogantemente i Saviors della situazione ma, al contrario, aspettano che qualcuno o qualcosa venga a salvarci dai tempi cupi che stiamo attraversando. Questa prospettiva conferisce al disco quella sana punta di pessimismo riflessivo e allontana ogni velleità rivoluzionaria, che risulterebbe oltremodo ridicola in bocca a un gruppo di ultracinquantenni milionari della Bay Area.

Parafrasando e scomodando Søren Kierkegaard – che si rivolterà nella tomba –, Saviors rappresenta, dopo lo stadio estetico di Dookie e quello etico di American Idiot, la fase religiosa del gruppo: affidandosi all’ignoto, spera di poter tornare a credere in un miglioramento che forse, prima o poi, arriverà dall’alto, dal basso o dal punk rock. La parvenza della possibilità di un fallimento o di un punto di non ritorno ormai già raggiunto, riecheggia quindi in gran parte dei testi e viene però ammorbidita dall’impalcatura sonora che, al contrario, sembra conservare ancora un po’ di ottimismo. È infatti questa continua contrapposizione tra “Cavaliere dell’infinito”, che crede nella salvezza ma sa che non potrà essere salvato e “Cavaliere della fede”, che non accetta la rassegnazione e continua a credere, a caratterizzare l’ultimo album della band californiana.

Non so se tra le letture di Mr. Armstrong, Mr. Dirnt e Mr. Cool siano presenti i – pesantissimi – saggi del filosofo danese. Sicuramente l’immagine delle tre rockstar intente a dilettarsi con l’Aut-aut o con Timore e Tremore tra un live e l’altro, risulterebbe abbastanza difficile da accettare ma, d’altra parte, possiamo concederci il beneficio del dubbio.

L’unica cosa certa è che i tempi cambiano e, come noi, anche i gruppi invecchiano. Cerchiamo allora di comprendere – senza dover per forza condividerla – questa piccola disillusione nei confronti di un mondo che appare sempre più complesso, brutale e contraddittorio. E cerchiamo anche di rendere la giusta riconoscenza a un gruppo che, nonostante tutto, a cinquant’anni suonati riesce a chiudersi in studio per dare alla luce un prodotto interessante, attuale e, soprattutto, non grottescamente autocaricaturale.

È così che Saviors si conferma un disco che merita di essere ascoltato per comprendere a fondo la maturazione e la crescita dei Green Day: un gruppo che ha sicuramente segnato le nostre adolescenze brufolose e, soprattutto, è stato inserito per ben due volte in Under The Influences dei The Business.

Brando Ratti

Classe 1990, nasco e cresco a Massa, patria della Farmoplant ma anche dei genitori di Piero Pelù. Dottorando, ho un certo feticismo per le sottoculture, la musica underground, i filosofi presi male, i videogiochi presi bene, i film brutti e i libri belli. Nonostante il cognome, ho paura dei topi.

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