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Intervista ai Renàra: tra posti bellissimi, frighi vuoti e vita quotidiana

svg21 April 2024CocciStorieBrando Ratti

Quattro chiacchiere con due componenti dei Renàra. Un incredibile gruppo massese a cui non piace definire il proprio genere ma che volentieri ci racconta il suo vissuto, tra gioie, dolori, tristezza e rivalsa all’interno della dimensione provinciale


Canevara è una piccola frazione del comune di Massa, situata ai piedi delle Alpi Apuane. Come ogni località di montagna, anche Canevara porta con sé le sue caratteristiche leggende: cacciatori di cinghiali a mani nude, spiritelli pagani che infestano i boschi circostanti, tornei di briscola finiti a pistolettate e persino un’apparizione del volto di Gesù Cristo nella piccola parrocchia locale, avvenuto nel 2012 e celebrato – due anni dopo – da Paolo Brosio in persona.

Canevara è però famosa anche per un altro luogo – se vogliamo – di culto: il Billygoat Mountain Studio, una sala prove e di registrazione situata al centro del paese. La sala, composta da due stanze, si trova all’interno di un vecchio edificio anni 60 che ospita anche la sede della “Croce Bianca – Soccorso Cave”, creando così una stranissima convivenza tra giovani rockers e attempati autisti di ambulanze che trascorrono la reperibilità sdraiati sui divani della stanza comune.

È proprio davanti al Billygoat che incontro Stefano e Paolo, le due chitarre e voci dei Renàra che, insieme ad Alessandro e Giacomo, formano uno dei gruppi più interessanti e validi della nostra piccola provincia.

Con Ste e Paolo ci conosciamo da anni. Con il primo abbiamo suonato insieme ai tempi del liceo e, talvolta, continuiamo a farlo; il secondo, oltre a essere l’attuale proprietario della sala prove, era anche famoso per essere l’unico sedicenne di Massa a saper suonare tutta Raining Blood degli Slayer a occhi chiusi.

E così, dopo qualche indiscrezione sul concerto di Pino Scotto che si sarebbe tenuto la sera stessa in un locale del centro, qualche aneddoto risalente ai tempi della scuola e alcuni commenti su un gioco da tavola in cui devi guidare una macchina giocando delle carte, ecco che – quasi magicamente – ci ritroviamo seduti in sala prove, per esplorare a fondo questo incredibile progetto musicale.

Quando ho ascoltato per la prima volta i Renàra ho pensato a Giorgio Canali che va a cena con gli Harry Fotter in un locale in Candia, parlando per ore dei Fugazi. Quindi, chi siete?

S: Siamo quattro tizi venuti da realtà diverse. Vabbè, io e Paolo ci conosciamo da una vita e suoniamo insieme da circa 15 anni.

P: Io e Ste veniamo dal metalcore, una cosa che non c’entra nulla con quello che facciamo ora: chitarre distorte, gain, saturazione e breakdown: cose che in realtà c’entrano poco con i Renàra. Nonostante questo, però, siamo noi due a scrivere sia i testi che le musiche.

S: Sì, io i testi e i pirupiru, lui l’ossatura della canzone.

P: Sì, non è una cosa scritta ma tendenzialmente è così. Dicevo che di metalcore non c’è nulla, secondo me è dato tutto dalla maturazione degli ascolti che abbiamo fatto nel tempo. Una volta ci siamo guardati e ci siamo detti: «Oh, ma senti questa roba! Può esserci anche roba figa che non fa solo ghghghghg: esiste anche il tapping, inseriamolo! Gasa uguale!».

S: Sicuramente ha fatto anche l’esperienza dei SON [gruppo emo-core massese, n.d.a.], che ha messo il piedino dentro l’emo e il post-hardcore. È stata una piccola meteora, dal 2016 al 2017 facevamo screamo ma poi, per vari motivi, la cosa non è proseguita.

P: Mettici poi che si erano sciolti anche i June Miller, il gruppo post-rock di Alessandro e Giacomo, quindi abbiamo deciso di rifare qualcosa di ex novo senza porci troppo il problema di quale genere fare. Il primo pezzo è stato infatti Limone, una cosa che nessuno si aspettava di fare: incastri, stacchi, roba sincopata, il meno dritta possibile ma con un’anima punk.

Ma quindi, definireste un genere?

S: Eh, bella domanda…non è emo anni ’90 perché si discosta un pochino; non è post-hardcore perché non è così arrabbiato; non vuole essere troppo tecnico, però dei tecnicismi ci sono: sappiamo suonare, ma il nostro obiettivo non è far vedere che sappiamo suonare. Sicuramente, è più facile per chi ci ascolta definire il genere che facciamo.

Credo che questo mescolare le influenze e i vari generi sia una roba molta da contesto di provincia. Se penso a quando eravamo ragazzini, eravamo tutti insieme: chi ascoltava hardcore, chi ascoltava metal, chi ascoltava i Jethro Tull. Quanto influisce la vita di provincia sui Renàra?

P: Io penso che, purtroppo, tutta la musica che non faccia parte di tutta quella roba confezionata da baratto come le cover band acustiche, qui soffra troppo. La gente non è più curiosa: ci è capitato di suonare a Modena in mezzo alla gente che saltava e pogava e poi, appena una settimana dopo a Massa, eravamo davanti a pochissime persone.

S: Da un certo punto di vista, influisce negativamente su chi suona; dall’altro, però, ti dà anche lo stimolo per cercare di suonare fuori. Al massese medio non interessano i live, anche quando la proposta è allettante.

P: Io, organizzando eventi live, noto che i concerti a Massa non vanno più, anche quando la proposta è significativa. Domani, in uno dei locali per cui organizzo eventi, suoneranno i Dari, ve li ricordate? È il trash del trash, ma sono sicuro che faranno il pienone. Credo siano andate via un sacco di prevendite. Queste cose non succedono quando organizzi un gruppo valido, che non suonerà mai più da queste parti. Così, il compromesso tra continuare a fare musica live e non avere il locale vuoto è, appunto, chiamare i Dari.

Io me li ricordo perché, nel 2006, qualche pazzo aveva mixato uno dei loro video con una canzone di un gruppo Oi! neonazista italiano e lo aveva caricato su Youtube.

P: (ride) Quello dobbiamo recuperarlo! Comunque sì, cadi in questo compromesso perché, se fai suonare un gruppo come i Gazebo Penguins, vengono al massimo 150 persone.

S: Sì, con i Gazebo Penguins c’era davvero pochissima gente. Credo ci sia stato uno switch generazionale: qui tutti e tre abbiamo sempre suonato i Dranage System, i Palombaros, gli Smugglerz, i Mezcal e ancora prima gli FSU. Cioè, la gente aveva proprio voglia di suonare e magari poi venivano a vederti solo gli amici, perché suonavi nel centro sociale. Dio benedica… anzi, Satana benedica i centri sociali che hanno permesso a un sacco di gruppi di suonare e, a volte, di diventare qualcosa di più conosciuto e concreto.

P: Qui in sala vengono tantissimi ragazzini di diciott’anni che suonano le stesse identiche cose dei cinquantenni. Io provo a chiedere ai ragazzini se hanno qualche pezzo loro, ma sono interessati solo alle cover perché, grazie a quelle, puoi suonare l’estate nel localino a Marina di Massa.

Io credo che Frigo Vuoto sia uno dei vostri pezzi più belli. Se fossi un intervistatore serio, ora vi chiederei: «E quindi, cosa c’è adesso dentro al frigo dei Renàra?». Ma invece no. A livello testuale, le vostre canzoni mi sembrano sempre partire con una presa a male per poi nascondere, però, quella vena di ottimismo nella parte finale. Non è sempre tutto cupo e non fa tutto schifo, c’è sempre quella possibilità che le cose possano aggiustarsi.

S: Certo! È essenzialmente quello. Quando scrivo i testi provo a buttarci tutto quello che ho dentro, parto da vissuti miei come ad esempio “Francia campione del mondo”, che non ha nulla a che fare con il calcio: parla solo del fatto che sono alto e sbatto contro le cose, è una sorta di autocritica a certi lati caratteriali o fisici. Però dici: «ok, sono uno stangone maldestro e preso male, ma quanto cazzo è bello aiutare una vecchia al supermercato?». È esattamente come dicevi tu, va bene la tristezza ma non si può essere sempre tristi. Frigo, ad esempio, parla dell’eterno ritorno di una relazione tossica, ma lo puoi cantare anche ridendo, puoi attraversarlo anche in questo modo. In questo, sicuramente aiuta anche la musica allegra che caratterizza il pezzo.

P: Bho, un esempio potrebbero essere gli Smiths: non è musica completamente presa male ma si tratta anche di scrivere cose quotidiane, comuni.

S: Il nostro ultimo pezzo, colorare e ritagliare, parla di un bambino autistico che ho come educativa a lavoro. Parla di lui, di come vive, delle robe che fa lui. Dà voce a una persona che una voce non ce l’ha, come se l’avesse scritto lui. Per me è quello, poi vabbè: siamo in quattro, quindi cerco di non buttarci solo cose mie, altrimenti diventerebbe una roba egoriferita. Parliamo di quello che succede intorno a noi, senza avere la pretesa di cambiare il mondo.

Ecco, a proposito di questo: c’è stata la vicenda di Ghali a San Remo e di Marky Ramone che non ha voluto suonare con la bandiera della Palestina a Milano. Voi non siete un gruppo militante ma, secondo voi, come dovrebbe rapportarsi la musica con le questioni politiche?

S: Una persona che fa musica è una persona che ha voce, a qualsiasi livello. O mandi un messaggio con le tue canzoni oppure, tra un pezzo e l’altro, puoi dire qualcosa contro il genocidio, contro le morti sul lavoro o, più semplicemente, mandare a fanculo il patriarcato e il maschilismo. Sia che tu sia a suonare alla sagra del cinghiale qui sopra o a San Remo, mandi sempre un messaggio.

P: Basare la tua musica unicamente sul tuo attivismo politico, per quanto mi riguarda, risulterebbe un po’ pesante. Mandare però un messaggio, in quanto artista e in quanto persona che ha una propria voce, è importantissimo. Io la vivo in questo modo.

S: A me una certa tipologia di musica militante annoia. Certo, condivido il messaggio ma dal punto di vista musicale, se lo dici in tutto l’album, diventa monotono.

I Renàra il prossimo anno vanno a San Remo. Con chi fareste il duetto e quale cover portereste?

S: [indicando Paolo, n.d.a.] Io so già la sua risposta.

P: Bhe, se devo scegliere tra i vivi ti direi Gino Paoli. Anche se sicuramente sarà un mezzo fascio, ci pensi quante cose può raccontarti Gino Paoli?

S: Ma poi, quanti sono i cantanti famosi che hanno un proiettile in corpo? Lui e 50 Cent.

Va bene, andiamo con l’ultima domanda, che avrebbe dovuto essere la prima: perché Renàra?

S: Perché è un posto bellissimo. Volevamo un nome che suonasse bene da solo, che fosse un riferimento a qualcosa di bello. Renàra è questo posto incredibile vicino alla sorgente del fiume Frigido, è un posto che ci ha caratterizzato e che continua a caratterizzarci. E poi siamo un gruppo di Massa, ci voleva qualcosa che richiamasse Massa: è un qualcosa da preservare, un qualcosa che i turisti non ce li vogliamo.

 

I Renàra sono su Spotify, potete ascoltarli qui.

Brando Ratti

Classe 1990, nasco e cresco a Massa, patria della Farmoplant ma anche dei genitori di Piero Pelù. Dottorando, ho un certo feticismo per le sottoculture, la musica underground, i filosofi presi male, i videogiochi presi bene, i film brutti e i libri belli. Nonostante il cognome, ho paura dei topi.

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