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Emile was a punk. 5 pezzi francesi che rappresentano a pieno la poetica di Émile Zola

Nell’anniversario di nascita del naturalista letterario, una selezione dei 5 pezzi che hanno descritto al meglio la società francese tra bassifondi, violenza e degrado sociale. Ma anche tanta e genuina voglia di riscatto


2 aprile 1840. Nel II° arrondissement di Parigi, nasce Émile Zola, il padre del naturalismo letterario. È uno di quegli autori che, solitamente, vengono brevemente affrontati durante l’ultimo anno di scuola, molto spesso tra febbraio e marzo, quei mesi che anticipano la primavera. È proprio questa la sfortuna di Émile: palesarsi in quel periodo di apatia scolastica in cui un calcio nei denti potrebbe essere sicuramente più piacevole di un attempato romanzo francese di oltre ottocento pagine. Coloro che, invece, hanno avuto la fortuna di rivolgere un pigro ascolto alle parole dell’insegnate di turno, si saranno accorti che, contro ogni aspettativa, il vecchio Zola, alla fine, non era poi così malaccio.

Bassifondi parigini, miniere fatiscenti, periferie degradate, assenzio, violenze notturne, alcolismo dilagante, disoccupazione, corruzione morale, prostituzione e tanta rabbia, molta rabbia. Il tutto narrato con quell’attitudine cinica e scientifica tipica dei naturalisti ma, allo stesso tempo, anche con la convinzione che, un giorno, i protagonisti di quelle storie sporche e riprovevoli avrebbero potuto finalmente lasciarsi alle spalle quel degrado sociale che, da sempre, aveva caratterizzato le loro esistenze.

Se Zola fosse nato centoventi anni dopo, probabilmente, avrebbe indossato un chiodo di pelle nera, degli anfibi amaranto e avrebbe impugnato un basso scassato. Ce lo immaginiamo, intento a suonare in uno squat di Parigi mentre urla davanti ad un microfono che la società in cui viviamo è una merda e che è giusto spaccare tutto per cambiare le cose.

Purtroppo – o per fortuna – Zola ci ha lasciato, oltre che dei bellissimi racconti, anche un metodo per descrivere la società che, sicuramente, si è propagato negli anni, arrivando in qualche modo a influenzare gruppi musicali nati più di un secolo dopo.

Ecco quindi una piccola selezione di 5 pezzi di musica francese in cui viene descritta la Francia dei bassifondi, delle disuguaglianze, delle infinite contraddizioni ma anche di un caloroso riscatto sociale.

5) Mano Negra, Ronde de nuit, 1988.

Suonata da un gruppo che non ha certo bisogno di presentazioni, il brano presenta due versioni: la prima, punk-patchanka del 1988 e la seconda, di qualche anno dopo, in versione acustica, sbronza e malinconica. Questo bellissimo pezzo è “dedicato” a Jacques Chirac che, all’epoca, stava ricoprendo il terzo mandato come sindaco di Parigi. Il pezzo è una forte critica all’amministrazione francese, accusata di aver trasformato la metropoli in un blocco grigio e iper-controllato, in cui tutto ciò che risulta essere “fuori dal coro” viene costantemente represso e allontanato dalle innumerevoli ronde poliziesche. Un inno alla rinascita di una Parigi vera, festosa, calda, multiculturale e accogliente.

4) Keny Arkana, Je me barre, 2006 .

La rapper marsigliese riesce a essere la voce della periferia senza risultare stantia o banale. Contenuto nel primo album, Je me barre, rappata perfettamente su una base in levare che ricorda sonorità reggae, racconta i sogni di libertà provati da un’ anonima quattordicenne che sogna di fuggire dal suo contesto sociale. L’andarsene liberamente è però ostacolato dalla forte repressione presente – soprattutto nei confronti dei migranti – sul territorio francese.  La partenza si trasforma quindi in una vera e propria fuga dalla società e da tutte le sue imposizioni. La brezza e le stelle contro i recinti e i manganelli.

3) Suprême NTM, Qu’est-ce qu’on attend, 1995.

Gruppo icona per tutti gli appassionati di hip-hop, i mostri sacri della scena rap francese non si sono mai tirati indietro quando c’era da affrontare tematiche sociali “scomode”. Ne è un esempio il pezzo Police, a causa del quale i membri del gruppo vennero denunciati e costretti a pagare un risarcimento al governo francese. «Cosa aspettiamo a bruciare tutto?», questa è la domanda che si pone il duo di Saint Denis. Condannati a vivere nell’emarginazione, nella povertà e nel disagio sociale, i giovani della banlieue parigina pretendono il proprio legittimo riscatto sociale.

2) Indochine, Dizzidence Politik, 1982.

Il gruppo new wave parigino, offre una perfetta rappresentazione della società del controllo. In un clima  caratterizzato dall’acuirsi della guerra fredda – non dimentichiamo che siamo nei primi anni 80 –, il pezzo degli Indochine appare distopico ma incredibilmente realista allo stesso tempo: dietro al conformismo sociale, infatti, si cela un grande malessere individuale composto da abuso di droghe, internamento psichiatrico e completo annullamento dell’individualità. A rendere tutto ancora più inquietante è la scelta musicale: nonostante la melodia allegra e spensierata che rappresenta, appunto, un’apparente felicità sociale, il ritmo militare ritrae il disagio delle migliaia di persone costrette ad alimentare, quotidianamente, l’apparato produttivo del paese.

1) Camera Silens, Classe Criminelle, 1985.

La band di Bordeaux, oltre ad essere uno dei gruppi punk migliori in assoluto, rappresenta a pieno la poetica di Zola. Basti pensare, infatti, che nel 1988 il cantante e bassista Gilles Bertin guidò, insieme a un gruppo di punk di tossicodipendenti, una rapina alla banca centrale di Tolosa in cui vennero rubati 12 milioni di franchi. Gilles fu l’unico membro a non essere arrestato rimanendo in latitanza per 28 anni, rientrando in Francia solo nel 2016 e morendo di AIDS tre anni dopo. Il brano, scritto tre anni prima della rapina e caratterizzato, come tutti gli altri, dalla presenza di un sassofono, invita l’esercito di emarginati, di pazzi e di disagiati a rivoltarsi contro una Francia che li vorrebbe rinchiusi all’interno di periferie fatiscenti o morenti davanti alle porte dell’ufficio di collocamento. Ma le storie come quella di Gilles ci insegnano che, qualche volta, anche gli ultimi riescono a prendere a calci in culo il potere.

Brando Ratti

Classe 1990, nasco e cresco a Massa, patria della Farmoplant ma anche dei genitori di Piero Pelù. Dottorando, ho un certo feticismo per le sottoculture, la musica underground, i filosofi presi male, i videogiochi presi bene, i film brutti e i libri belli. Nonostante il cognome, ho paura dei topi.

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