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Il Suono della Materia Oscura

Grintosi come sempre, i Pearl Jam tornano con un nuovo album dalle sonorità riconoscibili, ma il risultato è discreto e a tratti ripetitivo


Secondo Eddie Vedder, storico frontman della band e volto della primissima scena grunge, Dark Matter dodicesimo album in studio dei Pearl Jam – è forse il miglior lavoro che abbiano costituito fino a oggi. Mi sento di contraddire il buon Eddie, di cui sono fan dai tempi del liceo, perché questo album, registrato con tutti i componenti in studio, è sicuramente  un ritorno alle origini energico ma non possente come ci si aspetterebbe.

A differenza di album come Gigaton e Yield, che presentano sperimentazioni e azzardi musicali, il nuovo lavoro dei nostri cinque sembra avere un’organizzazione delle tracce raffazzonata, rendendo l’ascolto a tratti forzato.

La raccolta di tracce si apre proprio con Scared of Fear e React, Respond: il primo un singolo adatto al passaggio in radio, il secondo una sorta di sorella minore della famosissima Evolution, un inno iper-elettrico all’azione e alla protesta. La carica adrenalinica delle due tracce si sfuma, con dispiacere, in Wreckage, che ripete lo schema delle loro tante ballad, arricchita con arpeggi alla R.E.M. ma deludente in creatività. La title track presenta alcuni cenni sonori ai prodotti dei primi Audioslave e Soundgarden. Ed è proprio Matt Cameron ad aprire la traccia, con un giro di batteria che non sembra però essere valorizzato in termini di produzione.

Verso la seconda metà del disco si scende gradualmente nel classic rock, con brani come Won’t Tell, Upper Hand e Waiting fo Stevie, storia di una ragazza che trova nella musica un’amica fedele. Running prova a distaccarsi dal solito schema intro-strofa-ritornello, avviandosi verso la fine con  Something Special, Got to Give e Setting Sun, che chiudono con chitarra acustica e basso fretless leggermente malinconici.

Quella di Dark Matter è una produzione stramba: piuttosto trascurata e depotenziata, vanta il comando di un talento come Andrew Watt (Post Malone, Miley Cyrus). Giovane produttore anche di Earthling, album solista di Vedder, Watt è noto per la capacità di saper cogliere le musicalità caratteristiche di un artista vintage e riproporle in veste contemporanea e leggermente pop. Lo fece con i Rolling Stones per l’album Hackney Diamonds: in poche parole, un teatro creato apposta per gli Stones dove la band interpreta sé stessa.

Andrew fa sì che i Pearl Jam facciano i Pearl Jam, sacrificando però le sperimentazioni singole di ogni componente e appiattendo gli strumenti su un’unica linea sonora. McCready tenta di proporre assoli gilmouriani come quelli di Ten; Matt Cameron, a parer mio uno dei migliori batteristi sulla scena rock, passa quasi in sordina facendo un lavoro discreto. D’altra parte Andrew, da buon fan sfegatato, questa riproposizione di loro stessi non la fa diventare un’operazione nostalgia a differenza di quanto succede con tante altre band   ma ci restituisce un gruppo con i suoi propri suoni e la sua propria riconoscibilità. 

Dark Matter, nel contesto di oggi, non è forse il miglior album rock. I Pearl Jam rimangono comunque nell’immaginario delle loro fanbase autori sinceri, fedeli alle tematiche sociali e poco inclini alle forzature commerciali e di marketing. Un inno all’amicizia longeva, che trapassa gli anni e i cambiamenti e che vuole ricordare come tutto è iniziato.

Marika Tassone

25 anni (non proprio) di libri, film e musica metal. Scrivo tante cose e lavoro per il cinema.

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