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Chi controlla il controllore? 5 pezzi contro gli abusi in divisa

svg29 Maggio 2024MagazineBrando Ratti

Quello degli abusi in divisa è un tema che il mondo della musica ha affrontato moltissime volte, a prescindere dal genere musicale. Nel mese in cui si ricorda la scomparsa di George Floyd, afromericano assassinato dalla polizia statunitense nel 2020, ecco una selezione di 5 pezzi in cui viene trattata questa importante tematica


25 Maggio 2020. George Floyd viene brutalmente assassinato da un agente di polizia in seguito a un classico fermo “di controllo”. Le immagini di Floyd che, schiacciato a terra dal ginocchio del poliziotto, urla di non riuscire a respirare hanno fatto velocemente il giro del mondo scatenando ondate di proteste contro i ripetuti abusi commessi dalla polizia negli Stati Uniti, soprattutto nei confronti dei cittadini Afroamericani. Quello degli abusi in divisa è, purtroppo, un tema tristemente noto e che non riguarda unicamente il Nord America. Basti pensare che, solamente in Italia, dal 2020 la media delle cosiddette “morti di stato” è di circa 8 persone l’anno.

Questa tematica ha spesso interessato anche il mondo della musica, portando svariati artisti e artiste a schierarsi apertamente contro la violenza ingiustificata commessa dalle forze dell’ordine e il razzismo latente che serpeggia all’interno delle moltissime caserme sparse in tutto il mondo.

Ecco quindi una piccola selezione, in ordine cronologico, di 5 pezzi in cui viene affrontata la questione degli abusi in divisa e del razzismo poliziesco.

Billie Holiday, Strange Fruit, 1939.

Lo “strano frutto” del Sud, cantato da Billie Holiday in questa splendida canzone, non è un succoso ed esotico frutto della Florida ma il corpo di un nero che penzola da un albero. Pur non parlando apertamente di violenza poliziesca, Billie denuncia un paese in preda ai linciaggi degli afroamericani da parte nei suprematisti bianchi. Linciaggi che, chiaramente, venivano coperti , insabbiati e assecondati dai vertici della polizia che, soprattutto in quegli anni, strizzavano l’occhio a organizzazioni segrete come quella del famigerato Ku Klux Klan.

Angelic Upstarts, The Murder Of Liddle Tower, 1979.

L’omicidio di Liddle Tower, elettricista e allenatore di boxe, da parte della polizia, fece scalpore all’interno del punk inglese. Oltre agli Angelic Upstarts, infatti, anche i The Jam e persino i Sex Pistols parlarono della vicenda in alcuni dei loro pezzi. «Chi ha ammazzato Liddle? Hai ucciso tu Liddle?»: la voce di Mensi (R.I.P.) sussurra queste frase svariate volte descrivendoci un’Inghilterra in cui un qualsiasi proletario di periferia, uscito un po’ sbronzo da un pub, poteva rimanere vittima di un pestaggio indiscriminato da parte delle forze dell’ordine.

N.W.A., Fuck The Police, 1988.

La registrazione e la pubblicazione di questa traccia leggendaria, portò gli N.W.A. a essere messi sotto sorveglianza dall’F.B.I.. Il testo della canzone è infatti il risultato di varie esperienze autobiografiche vissute dai vari membri del gruppo hip-hop, in cui vengono denunciati i ripetuti e continui abusi di potere subiti da parte della polizia americana. Vivere a Compton negli anni ’80 poteva infatti portarti, in modo quasi automatico, a ricevere un proiettile in fronte o, nel caso dei più fortunati, a essere pestato a sangue durante un semplice controllo di polizia. Con questo pezzo, gli N.W.A. hanno dato voce al ghetto. Sì, perché gli N.W.A. sono la voce del ghetto.

Punkreas, No Cops, 1990.

I Punkreas nella loro versione primaria sono un qualcosa di incredibile. E non solo per l’utilizzo del wah-wah e le sonorità tendenti a una tetraggine lo-fi. I primi Punkreas hanno dei testi incazzati neri, soprattutto quando c’è da prendere posizione contro le ingiustizie sociali. No Cops parla di questo, degli abusi da parte della polizia italiana e dei ripetuti arresti nei confronti di alcuni giovani attivisti. In perfetta linea con la tradizione (musicale e politica) italiana, però, i Punkreas non si fermano alla denuncia. No, il pezzo incita anche le nuove generazioni a ribellarsi, anche in maniera fisica, alle violenze della polizia. Perché, d’altronde, «sono meglio quattro giorni a pane e acqua in galera, che restare delle merde per un mese e una vita intera».

Fugazi, Great Cop, 1993.

Gli abusi in divisa non riguardano solo i pestaggi eclatanti o le morti di stato. Gli abusi in divisa consistono anche nella totale invasione dello spazio personale solo perché si ha l’autorità per farlo. I Fugazi descrivono perfettamente questa violenza psicologica: è la possibilità di fare mille domande inutili e senza senso, solo per il gusto di sentirsi rispondere, che ti rende un bravo poliziotto.

Brando Ratti

Classe 1990, nasco e cresco a Massa, patria della Farmoplant ma anche dei genitori di Piero Pelù. Dottorando, ho un certo feticismo per le sottoculture, la musica underground, i filosofi presi male, i videogiochi presi bene, i film brutti e i libri belli. Nonostante il cognome, ho paura dei topi.

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