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Tutti i santi dei The Jesus And Mary Chain

I fratelli Reid, dopo quarant’anni di carriera rock’n’roll, ne avrebbero di episodi da raccontare. Nel nuovo album lo fanno: litigi, scazzi, dipendenze, ma anche omaggi ai numi tutelari che li hanno influenzati, da Lou Reed agli Stones. Glasgow Eyes è un disco a due facce — una oscura e una solare — con cui i The Jesus And Mary Chain si mettono a nudo, all’interno di un progetto autobiografico che prevede anche un libro di prossima uscita


Esattamente quarant’anni fa, con un singolo segatimpani e una cover di Syd Barrett, esordiscono i due fratellini scozzesi Jim e William Reid. Le nebbie di feedback del primo album Psychocandy, con alla batteria Bobbie Gillespie dei Primal Scream, ispirano quel genere shoegaze che ciclicamente tornerà a vivere seconde, terze giovinezze. Ma se ne allontanano in fretta, correndo sulle corsie elettroniche di Darklands e poi sintetiche di Automatic. Scontrosi, imprevedibili, arroganti, sregolati, spesso strafatti, negli anni ’90 rimangono la scheggia impazzita post-punk in una scena musicale che sale sul carro dei nuovi vincitori, ovvero prima il grunge e poi il britpop. Litigano spesso (ricordano altri famigerati fratelli britannici) e si mandano definitivamente all’inferno nel 1998, insultandosi sul palco dopo 15 minuti di concerto. Lo scioglimento è istantaneo; seguono progetti solisti che ricordano in pochi. Fanno pace nel 2007, impiegando altri dieci anni per mettere insieme un album, Damage And Joy, che comunque contiene alcuni pezzi già pubblicati nelle carriere soliste (ma che appunto ricordano in pochi). Inaspettatamente, nel 2024 pubblicano un album — stavolta sì — totalmente di inediti: Glasgow Eyes. Bentornati The Jesus And Mary Chain

Oltre a omaggiare la città natale, il titolo dell’album potrebbe alludere alla Glasgow Coma Scale, che attraverso la reazione degli occhi agli stimoli misura l’entità dei danni cerebrali. «Nella loro storia i Jesus and Mary Chain si sono fatti un’overdose di tutto», hanno detto in un’intervista a Rolling Stone, spacconi. Ora che Jim e William Reid hanno superato i sessant’anni, e forse la parte più turbolenta della vita l’hanno lasciata alle spalle, chissà se è il momento giusto per guardare al passato con un certo disincanto, ironia, ma anche anziana benevolenza? Disincanto sì, ironia forse, ma per la benevolenza è ancora troppo presto. 

C’è una fiamma che non si è ancora spenta, c’è un sarcasmo latente verso il mondo occidentale, c’è un equilibrio che ancora non si è assestato tra autoconservazione e autodistruzione. Nel pezzo più forte dell’album, jamcod, i J.A.M.C. raccontano un’O.D. — ovvero overdose — ricordando in maniera sardonica l’episodio in cui la band si sfasciò, nel concerto del 1998 alla House of Blues. Come fanno due fratelli a elaborare questa frattura non solo artistica ma soprattutto famigliare, e addirittura a scriverci una canzone? Il lavoro autobiografico che stanno facendo ha qualcosa di quasi terapeutico, visto che stanno per pubblicare un libro-memoir in cui raccontano la loro carriera, e ciascuno dei due dà le proprie versioni dei fatti, a volte differenti l’una dall’altra. Chemical Animal e Venal Joy, che parlano della dipendenza da droghe, sono altri due pezzi che attingono alle esperienze del passato. 

Second Of June, sul rapporto tra i due fratelli, è autobiografica anche nella musica, visto che richiama la loro famosa Sometimes Always. In American Born, William Reid sintetizza quanto la sua vita sia stata condizionata dalla cultura americana. La chitarra di sei corde di metallo è un tamburo di sei proiettili d’argento in Silver Strings, contro gli eserciti, i missili, le armi nucleari. Pure Poor è un’assonanza tra purezza e povertà che, fonetica a parte, spesso vanno di pari passo. Non manca una serata in Discotheque, tanto delirante quanto prevedibile. Girl 71 è una canzoncina d’amore di tre minuti che sembra scritta in non più di due, ti si appiccica alla pelle e non ti molla più: tu, io, una bottiglia di vino, e un riff alla Vicious di Lou Reed

Il loro racconto di famiglia porta a momenti molto solari in cui si divertono a parlare di musica e snocciolare tutti i numi tutelari coi quali sono cresciuti. Non è la prima volta che lo fanno, ma stavolta più del solito. Lou Reed, Rolling Stones, Eagles, Beatles, Bob Dylan, Beach Boys, Small Faces, Sex Pistols, The Fall, Bunny Boys (forse i Bunnymen?), June Cash (il marito è più noto), Joan Jett (citata non nei testi ma nelle musiche): questi sono gli artisti che – distribuiti in The Eagles And The Beatles, Mediterranean X Film e Hey Lou Reid – vengono nominati nell’album, sotto forma di name dropping, filastrocche e giochi di parole. Un rosario di santi in cui non manca nemmeno la stessa band, che si autocita in due pezzi. E potremmo arbitrariamente aggiungere i concittadini Mogwai, dato che l’album è stato registrato in gran parte nel loro studio Castle Of Doom

Non più di tre accordi grezzi quasi sempre in maggiore, beat elettronici e synth atmosferici, nuvole passeggere (sempre più passeggere in realtà) di fuzz, feedback e scariche di chitarra: lo stile sonoro tipicamente dei The Jesus And Mary Chain rimane riconoscibile, con melodie che non smettono mai di ricercare l’orecchiabilità spiccia ed essenziale alla Velvet Underground. Almeno 3-4 pezzi-guida tengono dritta la direzione, sveglia l’attenzione, anche quando ci sono intermezzi più farraginosi che mollano la presa. L’impresa riesce? Al primo colpo. 

Glasgow Eyes è un album in cui i due fratelli si mettono a nudo: il risultato a volte è forte, esplicito, spiacevole. Altre volte è assolutamente dolce, solare, divertente. In questo bipolarismo, che ha ben poche vie di mezzo, sta il fascino di questo disco che rispecchia appieno la loro mai perduta creatività, e la loro forse mai raggiunta maturità. Non fiori, ma crisi personali: oltre la superficie dell’aura “maledetta” si può toccare il trauma autentico di corde personali tirate oltre il limite, si può sentire l’alito alcolico di Jim Reid che ti spiega senza giri di parole come funziona il lato oscuro della vita da musicista. E per un livello di lettura meno disturbante, resta pur sempre il godimento degli omaggi ai loro ispiratori: con il rosario di santi di cui sopra, praticamente la recensione se la fanno da soli. 

Paolo Albera

Scrivo di musica per chi non legge di musica.

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