L’Irlanda ha smesso di rincorrere se stessa

Da U2, Cranberries, Pogues e Sinead O'Connor a Gilla Band, Kneecap, Gurriers e oltre: i Fontaines DC hanno ispirato la rinascita e la pluralità della musica alternativa dell'Isola di Smeraldo
18 Ottobre 2026

Per anni abbiamo ascoltato l’Irlanda con le orecchie rivolte all’indietro. Anni passati a cercare i nuovi U2, i nuovi Cranberries, i nuovi My Bloody Valentine, la nuova Sinéad O’Connor, i nuovi Pogues… qualcuno che restituisse una grandezza già riconosciuta, possibilmente dentro una cornice familiare e rassicurante. Una caccia al clone che ha finito per trasformare ogni esordio in un provino per una parte già assegnata: come se un paese così complesso, travagliato e melodrammatico potesse raccontarsi soltanto ripetendo le proprie leggende, come se il futuro fosse un’eterna ristampa dello stesso disco.

Quelle voci e quelle note avevano conquistato il mondo proprio perché dirette e irriducibili, capaci di arrivare dritte alla mente, al cuore e alla carne della gente: cercarne l’imitazione significava, però, dimenticarne la lezione. L’emersione improvvisa e inarrestabile dei Fontaines D.C., nell’ormai lontano 2019 pre-Covid, ha iniziato a incrinare questo meccanismo: con Dogrel (2019), Dublino è tornata a farsi lingua, nervo e appartenenza dentro a un post-punk che aveva l’urgenza di dire qualcosa e di farlo arrivare al maggior numero di persone possibile. La loro affermazione internazionale ha contribuito a rendere visibile un fermento che esisteva già, offrendo alle band irlandesi un’attenzione finalmente meno dipendente dai monumenti del passato.

Da allora, anche i Fontaines hanno cambiato pelle, in un percorso verso il successo e la fama culminato dall’attesissimo nuovo album Dopamine Chamber e trascinati dal carisma del frontman Grian Chatten. Una scalata iniziata già con il precedente Romance (2024), in grado di allargare il suono verso orizzonti melodici, suggestioni pop e un immaginario capace di abitare i grandi palchi. Il concerto di Finsbury Park del luglio 2025, davanti a 45 mila persone, rende concreta la loro esplosione come fenomeno di massa: una traiettoria ormai pienamente inserita nel circuito commerciale internazionale, dove l’urgenza degli esordi convive con una crescente accessibilità.

Intorno a loro, però, c’è un’intera geografia musicale da ascoltare. La Gilla Band, ad esempio, aveva già scavato da tempo una voragine nel rock alternativo irlandese con chitarre deformate, pulsazioni ossessive e un rumore in grado di disarticolare la forma canzone. La loro precedenza è fondamentale per capire quanto questa stagione abbia radici profonde, stagione che con i The Murder Capital attraversa il disagio con una scrittura capace di tenere insieme attitudine abrasiva e vulnerabilità: questa tensione diventa un paesaggio emotivo continuamente rimesso in discussione.

Quell’inquietudine assume altre forme ancora negli Sprints, dove la voce di Karla Chubb porta esperienze personali e rabbia dentro un garage punk che cerca nella distorsione una possibilità di riscatto. Tornando in ambito post-punk, i Gurriers intrecciano rumore, slanci melodici e disillusione sociale, restituendo il peso di un presente attraversato da alienazione e violenza, mentre nei M(h)aol la contaminazione con il noise diventa uno strumento per interrogare genere, potere e vulnerabilità; una durezza concreta, con l’obiettivo esplicito di sconvolgere l’audience.

E l’isola, naturalmente, non finisce a Dublino ma sconfina verso nord. A Belfast, gli acclamati Kneecap fanno dell’incontro tra rap, cultura rave, lingua gaelica irlandese e inglese una pratica di autodeterminazione: le parole entrano nel ritmo, reclamano spazio e si prendono il diritto di essere contemporanee. Sempre da Belfast, i Chalk spingono post-punk e techno dentro una pressione industriale che mette in comunicazione palco e pista; due modi diversissimi ma complementari di trasformare l’appartenenza culturale in trascinante movimento.

Tra le ultime novità, infine, i Just Mustard da Dundalk fanno delle chitarre un materiale instabile e potenzialmente esplosivo perché sospeso tra noise e shoegaze d’atmosfera. A Cork, nel frattempo, i Cardinals rielaborano il folk intrecciando fisarmonica e chitarre tra memoria e attualità. I Really Good Time riversano nel rock una fisicità esuberante, costruita intorno alla catarsi del concerto. I recentissimi Basht. rielaborano il lessico dell’alternative rock e del grunge con una sensibilità melodica propria.

La pluralità diventa il carattere più riconoscibile della nuova scena irlandese. È qui che l’Isola di Smeraldo può misurarsi con Regno Unito, Stati Uniti e con il fertile panorama australiano: nella qualità delle proposte, nella loro densità e nella libertà di divergere. L’alternativa acquista rispettabilità quando esprime una necessità, quando il suono aderisce a ciò che si vuole raccontare. Dopo anni passati ad aspettare gli eredi, possiamo finalmente ascoltare qualcosa di completamente autentico. Con tutte le crepe e le contraddizioni del caso, ma con tutta l’ostinazione di essere se stessi.