L’uscita di Dopamine Chamber ha suscitato reazioni molto polarizzate, che riguardano solo in parte il valore del disco. A dividere è soprattutto l’idea che i Fontaines D.C. possano essere una nuova grande band contemporanea: una possibilità che da tempo, nel rock, non veniva presa altrettanto sul serio. Quando si comincia a ragionare in questi termini, arrivano inevitabilmente i paragoni con chi ha occupato quella posizione prima di loro. E al centro finisce inevitabilmente Grian Chatten, chiamato a reggere il confronto con figure di cui ricordiamo ormai ogni gesto. Torna così la parola rockstar, con tutto ciò che le abbiamo caricato addosso: carisma, successo, arroganza, libertà e rilevanza culturale. Ma quali di queste cose servono ancora per esserlo oggi?
Nell’ideologia comune, la rockstar poteva permettersi ciò che agli altri era vietato. Rompere stanze d’albergo, flirtare più o meno deliberatamente con le droghe, scandalizzare la morale borghese. Era una specie di fuorilegge autorizzato, la cui eccezionalità veniva alimentata anche dalla distanza. Prima dei social media, l’accesso alla vita degli artisti passava attraverso apparizioni televisive, interviste, fotografie e racconti spesso difficili da verificare. La promozione non è mai mancata, ma gli spazi vuoti erano più ampi e lasciavano al pubblico la possibilità di immaginare tutto il resto.
A sostenere quella mitologia contribuiva il peso della musica. Per lunghi periodi, il rock ha occupato una posizione centrale nel mercato e nell’immaginario giovanile occidentale: i suoi protagonisti potevano diventare riferimenti anche per chi non li ascoltava. Oggi quella centralità va conquistata in un ambiente molto più frammentato, nel quale essere importanti dentro una scena non garantisce di arrivare al di fuori della propria bolla.
È anche per questo che il “vecchio manuale della rockstar” non basta più. La trasgressione aveva un peso in una società in cui ruoli, identità e comportamenti erano sottoposti a regole più rigide. Mettere in discussione la morale sessuale, le convenzioni di genere o l’autorità delle istituzioni significava mostrare che si poteva vivere diversamente. Oggi molte di quelle libertà sono date per acquisite e fanno parte della quotidianità. Quei gesti, quindi, non hanno più la stessa forza.
Quale convenzione viene oggi messa in discussione? Una delle possibilità contemporanee è usare la propria visibilità come cassa di risonanza, dando una forma riconoscibile all’ansia climatica, alla precarietà economica, al disagio generazionale o alle difficoltà legate alla salute mentale. La distanza fra artista e fan lascia spazio al riconoscimento: guardiamo qualcuno sul palco e troviamo amplificato ciò che facciamo fatica a esprimere.
In Starburster, per esempio, il respiro affannoso di Chatten rende fisica la sensazione di perdere il controllo. Il pezzo nasce anche dall’esperienza di un attacco di panico, che attraverso la musica diventa qualcosa in cui altri possono riconoscersi. Un’apertura già presente nel suo disco solista, Chaos for the Fly (2023), dove il disagio personale si intreccia con un’attenta osservazione sociale e con il racconto dei luoghi della propria terra segnati dal declino. Parlando di quel lavoro, Chatten aveva raccontato l’ansia accumulata in tournée e descritto la scrittura come un modo per sentirsi compreso. Il successo convive così con la difficoltà di sostenere la vita che comporta.
È anche così che cambia il rapporto con la vulnerabilità. Alla figura della rockstar invulnerabile, padrona del palco e della propria vita, si affianca qualcuno disposto ad ammettere di non farcela. La fragilità non è una scoperta recente della musica, ma può assumere un significato diverso: oggi si può raccontarla come una difficoltà da affrontare, anche chiedendo aiuto, senza farne il segno del proprio talento.
Aprirsi, però, non è sufficiente. Anche la fragilità può diventare una posa, soprattutto se finiamo per aspettarcela da ogni artista. Il rischio è sostituire l’obbligo di essere maledetti con quello di mostrarsi vulnerabili.
Forse l’errore più grande, comunque, comincia ancora prima: continuiamo a cercare le rockstar soprattutto nel rock. Aspettiamo che un frontman restituisca centralità a un immaginario che conosciamo già, mentre nell’hip hop troviamo artisti capaci di trasformare un disco in un evento, imporre un linguaggio, influenzare abbigliamento e comportamenti, produrre identificazione e conflitto. Diverse delle cose per cui abbiamo usato quella parola per decenni.
Kendrick Lamar è difficile da ignorare. Nella sua carriera ha intrecciato il racconto di Compton, l’identità nera e le proprie contraddizioni, portando temi personali e politici al centro della musica popolare. Al Super Bowl del 2025 ha fatto convivere rappresentazione nazionale, spettacolo e rivalità personale.
Chiamarli rockstar sarebbe comunque ingeneroso. Sarebbe assurdo usare il termine come una promozione concessa ai rapper più importanti. L’hip hop non ha bisogno dell’approvazione del rock per acquisire dignità culturale. Il confronto serve a mettere alla prova la categoria: se le qualità che cerchiamo sono soprattutto altrove, forse stiamo confondendo una funzione con il genere musicale che l’ha resa familiare.
Lo stesso vale per il pop. Con Brat, Charli XCX ha mostrato quanto un disco possa influenzare la moda, il linguaggio e perfino la comunicazione politica. Una rockstar produce anche desiderio: viene imitata, citata, riconosciuta da persone che magari conoscono soltanto una canzone. Questa capacità di arrivare oltre il proprio pubblico contribuisce alla sua rilevanza culturale e non va liquidata come una semplice concessione al mercato.
L’influenza può quindi prendere strade diverse. Può sostenere una causa, come fanno i Fontaines D.C. usando la propria visibilità per sostenere il popolo palestinese. Può anche dare spazio a un’identità, a un desiderio o a una forma di piacere, senza fare dell’artista un portavoce. La musica deve però conservare la possibilità di essere frivola e contraddittoria, senza dover sempre esprimere una posizione pubblica.
Chi sono, allora, le rockstar contemporanee? Chatten, Lamar e Charli offrono risposte diverse: attraverso la vulnerabilità, il conflitto o il desiderio riescono a portare qualcosa delle proprie canzoni nella vita di chi le ascolta. Nessuna di queste qualità basta da sola, ma tutte aiutano a capire perché un artista possa diventare un riferimento.
Per Chatten, quindi, il confronto con le figure del passato serve fino a un certo punto. Conta di più capire che cosa riesca a esprimere oggi e quanto possa lasciare oltre l’entusiasmo o il fastidio suscitati da un nuovo disco. Essere una rockstar contemporanea significa anche offrire qualcosa da desiderare oltre alla propria posizione privilegiata: un modo di riconoscersi, una libertà da prendersi, una musica capace di cambiare le nostre abitudini. Le chitarre possono ancora essere utili. Ma se continuiamo a cercare le rockstar soltanto fra chi le suona, rischiamo di non riconoscere quelle che abbiamo già davanti.

