Dopamine Chamber. Abbiamo finito i posti in cui scappare

Uscito oggi per XL Recordings, Dopamine Chamber parla di piacere, fuga e di cosa resta dell’umano quando persino il suono comincia a deformarsi. Più i Fontaines D.C. diventano grandi, più i luoghi delle loro canzoni si restringono: da Dublino a una stanza
16 Ottobre 2026

I Fontaines D.C. hanno sempre scritto geografie. All’inizio era Dublino: non solo una città, ma un modo di parlare e stare al mondo. Dogrel aveva chitarre nervose e la voce di Grian Chatten, più vicina alla prosodia di una strada che al canto rock. A Hero’s Death ha rallentato quella corsa; Skinty Fia ha spostato il problema: non più essere irlandesi in Irlanda, ma continuare a esserlo quando si vive altrove. Con Romance quella geografia ha perso contorni. Da lì il paradosso: più i Fontaines crescono fuori, più il loro paesaggio interno si restringe. Dogrel aveva una città intera. Skinty Fia la distanza tra due paesi. Romance cercava qualcosa altrove.

Conor Deegan, bassista della band, ha riassunto il percorso con una domanda: dove si scappa? Il punto è che oggi possiamo cambiare continuamente scenario senza andare davvero da nessuna parte. Deegan usa un’immagine perfetta: si può fare doomscrolling anche davanti al Partenone. Quando l’altrove geografico smette di bastare, la fuga cambia direzione. Diventa mentale e chimica. Ed eccoci nella Dopamine Chamber.

Grian Chatten la immagina come una stanza capace di alterare umore e percezione. Ma il titolo è più ambiguo di quanto sembri, perché la dopamina non coincide semplicemente con il piacere: ha a che fare anche con il desiderio e la ricerca della ricompensa. La stanza non è quindi il luogo in cui finalmente otteniamo ciò che vogliamo. È il luogo in cui continuiamo a volerne ancora. E i Fontaines D.C. non si limitano a descriverlo: lo costruiscono.

Six Shot Morning mette subito in chiaro il nuovo equilibrio. Si apre senza chitarre, costruita sul basso, sulla pulsazione della drum machine e sull’ARP 2600 di James Ford. Ne viene fuori un suono sintetico e quasi claustrofobico: non tanto una dichiarazione di svolta elettronica quanto il segnale che, ormai, nessuno strumento ha più un ruolo garantito. Happy For You, uno dei punti più alti dell’album, ricorda invece quanto le chitarre non siano affatto scomparse dal vocabolario della band. Le distorsioni tornano pesanti, senza però assumere il valore di un ritorno al passato: il rock continua a esistere, semplicemente non è più l’unica grammatica possibile. Il cambiamento riguarda infatti meno gli strumenti scelti che il modo di usarli. I Fontaines si pensano sempre meno come cinque musicisti legati al proprio ruolo e sempre più come cinque arrangiatori. Tongue porta questa libertà ancora più avanti: Deegan manipola la velocità del nastro finché il basso assume quasi la consistenza di un sample hip hop; Carlos O’Connell fa passare la voce di Chatten attraverso un sampler e ne altera il pitch, costruendole accanto una sorta di doppio.

A cambiare non è più soltanto il suono della band: comincia a diventare instabile perfino la voce che fino a quel momento ne era stata il riferimento più riconoscibile. Eppure, uno dei riferimenti che accompagna la lavorazione del disco è Mina. Per Grian rappresenta quasi l’altro estremo dello spettro: il polo umano e analogico, quello delle emozioni nude, contrapposto alla componente meccanica e distopica di Dopamine Chamber. Dopo Dublino, la diaspora e l’altrove, forse l’ultima geografia stabile dei Fontaines era rimasta proprio la voce di Chatten. In Dopamine Chamber comincia a deformarsi anche quella.

Il frontman aveva immaginato Romance come qualcosa di ancora prevalentemente umano, benché già contaminato dall’automazione. Qui il rapporto si rovescia. L’immagine che usa è inquietante: la maschera ha cominciato a indossare il volto. Questa volta il disco non dovrebbe lasciare la stessa speranza del precedente, ma funzionare quasi come un avvertimento.

È anche per questo che una distinzione tra “vecchi” e “nuovi” Fontaines risulterebbe superficiale. Se restano l’intimità di Chatten e l’irrequietezza della band, parlare di tradimento significa confondere un’identità con il timbro di una chitarra. I Fontaines non sono mai passati ordinatamente dal post-punk al pop. Hanno fatto qualcosa di più rischioso: hanno smesso di proteggere ciò che li rendeva immediatamente riconoscibili.
E intanto sono diventati enormi. Non male per una band che nell’album d’esordio cantava: «My childhood was small / But I’m gonna be big».

foto di Paul Hudson

Dopamine Chamber arriva dopo l’esplosione di Romance, con arene e stadi davanti. È esattamente il momento in cui una band potrebbe decidere di rendere tutto più semplice e spendibile. Poi nella tracklist compare Rosalía: la premessa perfetta per il pezzo più accessibile mai scritto dai Fontaines D.C.. E invece arriva Where Is Gone?: una ballad scura, quasi funerea. Carlos O’Connell ha raccontato di riconoscere nel rapporto di Rosalía con la tradizione musicale spagnola qualcosa di affine al modo in cui la band ha lavorato su quella irlandese.

Ma proprio quando il disco sembra raggiungere la sua scala più grande, One Man riporta tutto vicino. Riemerge il Chatten di Chaos for the Fly: meno frontman, più uomo davanti al microfono. La dopamine chamber smette di avere il fascino di una grande metafora futuristica e diventa qualcosa di molto più intimo: il tentativo di non sentire dolore.

Le parti vocali vengono registrate con James Ford a Palermo. Sullo sfondo finiscono anche dei bambini che giocano a calcio. È quasi un incidente, ma racconta perfettamente l’intera storia. Per anni i Fontaines hanno preso i luoghi e li hanno fatti entrare nelle canzoni. Qui succede il contrario: Dublino veniva cantata, Palermo entra dalla finestra. Qui la stanza rivela davvero cosa sia. Non un luogo senza porta. Un luogo senza esterno perché dentro ci è già entrato tutto: il mondo, le immagini, il rumore, il desiderio, la paura e persino i posti da cui proviamo a scappare.

Dopamine Chamber parla di saturazione, artificio, dolore e fuga attraverso un suono magnificamente seducente. Archi, melodie larghe, synth, chitarre gigantesche. L’angoscia viene prodotta così bene da diventare quasi desiderabile. Ed è qui che il disco merita un’ulteriore domanda: quando una band diventa così brava a rendere bello il disagio, sta ancora cercando una via d’uscita o ha semplicemente imparato ad arredare magnificamente la stanza? Ciò che ci anestetizza e ciò che ci permette di sopportare il resto possono essere la stessa cosa. Una canzone, uno schermo, una sostanza, una persona: qualunque cosa ci consenta per qualche minuto di essere altrove può diventare insieme rifugio e gabbia.

I Fontaines D.C. sono partiti da una città e, mentre cominciavano a riempire spazi sempre più grandi, hanno continuato a restringere quelli delle loro canzoni. Prima Dublino, poi la distanza da essa. Poi un altrove, ora una stanza.

Dopamine Chamber non racconta soltanto il bisogno di fuggire. Racconta cosa succede quando possiamo andare praticamente ovunque ma, ovunque arriviamo, l’esterno è già entrato con noi. E allora il problema non è trovare la porta ma capire se esiste ancora un fuori.