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La cultura sottopelle: il punk hardcore attraverso il tatuaggio

svg26 Marzo 2024CocciStorieGianluca Cera

Nella grande famiglia del punk hardcore, c’è uno stretto legame tra la musica, l’inchiostro e la pelle dei “Kids”. A Bologna, Gianluca ha incontrato Martino dello studio “Black Panda”, per raccontare la sua esperienza leggendaria in quello che è, a tutti gli effetti, un vero e proprio linguaggio “da tribù urbana”


«Oh Vez, fai piano che sono stato da Martino stamattina»: se mi avessero dato un centesimo per ogni volta che ho sentito questa frase durante una serata a Bologna, probabilmente ad oggi avrei completato l’intera discografica degli Abigail senza troppa fatica. Perché, in fin dei conti, fare punkhardcore a Bolo significa anche farsi tatuare dall’amabile straight edge di quartiere.

Questo è il motivo per cui siamo qui, oggi, a chiacchierare con Martino: classe 86, amico e compagno da una vita. Ma, soprattutto, esperto artigiano dell’inchiostro sottopelle. Insieme affronteremo i “perché” e i “per come” del suo percorso, per scoprire il doppio filo che lega saldamente tra loro le tematiche dei tattoo, delle sottoculture e del punk hardcore, nel suo più ampio significato. Parleremo anche di come ― oggi come ieri ― tutto questo sia spesso vittima di pregiudizi: perché sì, forse a volte tutto inizia proprio da un black flag tatuato sul polpaccio, però c’è anche un dopo. E a noi interessa quello.

Gianluca Cera

Mi chiamo Gianluca, anche se per quasi tutti sono conosciuto come Gianluchino o come cavatappi. Sono del 97, e sono cresciuto tra i muretti di Cornigliano e qualche disco dei CGB e dei Klasse kriminale. La mia formazione é stata in gran parte merito delle teste rasate e dei punk in giro per i vari punti di aggregazione e i centri sociali della mia città, Genova. La mia più grande fortuna é stata invece "sbucciarmi le ginocchia" con il punkhardcore a 16 anni.

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