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Punk in China! Agli albori di una delle scene musicali più incredibili di sempre

svg17 Marzo 2024CocciStorieBrando Ratti

Il punk cinese è un genere fighissimo. Non solo dal punto di vista musicale ma anche per la sua storia, nata nei bassifondi tra il mercato nero di Pechino e le bettole notturne di Wuhan. Racconta di ragazzi bruciati, di ribellione generazionale e di rivalsa giovanile


Sì, incontrare il punk cinese al concerto di un gruppo svedese potrebbe sembrare una barzelletta. Ma fu proprio durante il concerto dei Perkele nel 2009 a Genova che acquistai dalla distro di Ivano, storica voce dei Cervelli Stanki (R.I.P.), la copia di Proud Of The Way dei Misandao, gruppo Oi! pechinese che mi fece in qualche modo approdare a questa incredibile scena.

Sulla copertina del CD erano ritratti, in posa, i quattro membri del gruppo davanti all’ingresso della “Città Proibita”, sotto l’iconica foto del Grande Timoniere Mao Tse-tung. Vicino al nome scritto con caratteri gotici ― che in lingua cinese significa “tre tagli di miele”, un particolare tipo di dolce della cucina povera ― una scritta recitava: “Real Skinheads of China”. I veri skinheads cinesi.

Per quanto la Cina possa essere stato un contesto difficile in cui coltivare una sottocultura come il punk, la scena cinese di inizio anni 2000 vantava svariati gruppi molto validi, sia dal punto di vista musicale, sia dal punto di vista attitudinale.

La scena punk pechinese: in principio era una cassetta tagliata.

La scena musicale underground pechinese non è di certo recente. Per quanto non si possa ancora parlare di punk vero e proprio, infatti, il “rock di protesta” cinese nasce a fine anni ’80 come eredità del “Prison Rock”, uno dei tanti modi attraverso cui gli artisti ― cinesi ma anche occidentali ― esprimevano il proprio disagio nei confronti della società di provenienza. Questo interessantissimo genere ― magistralmente approfondito all’interno di un paper di Nathanel Amar ― oltre ad aver consentito l’affermarsi di Cui Jian, il Billy Bragg pechinese, ha gettato le basi per la nascita di uno degli epicentri della scena punk cinese.

Uno degli elementi principali che ha permesso la nascita della cultura punk a Pechino è rappresentato dai Dakou, ovvero tutte le musicassette e CD che, fin dall’inizio degli anni ’90, venivano spediti in Cina per essere riciclati. Al fine di impedirne la rivendita, a questi dispositivi veniva praticata un’incisione sul bordo rendendoli, di fatto, invendibili. Nel giro di pochi mesi, però, i Dakou iniziarono a spopolare all’interno dei vari mercati neri della capitale, permettendo così ai giovani ― e non ― cinesi di ascoltare della musica che, normalmente, sarebbe stata vietata dal governo.

La generazione punk cinese di inizio anni ’00 si è quindi formata ascoltando i Rancid, i Misfits, i Clash, i Dead Kennedy’s e tutti quei gruppi che avevano la fortuna di girare su scala internazionale risparmiandosi, per loro fortuna, le brutture nostrane che spopolavano in occidente in quegli anni.

Un’altra interessante caratteristica del movimento è stata la provenienza sociale della maggior parte dei componenti: universitari, figli dell’élite militare o semplici appartenenti alla medio borghesia. I giovani punk pechinesi non erano i prodotti di una working class incazzata nera ma, al contrario, tardo-adolescenti mediamente acculturati che, oltre ai Dakou, potevano contare anche sui continui contatti con la componente studentesca Erasmus occidentale. Le varie cassette tagliate passate di mano in mano, le chiacchierate nei cortili delle università e la relativa indifferenza da parte del governo, fanno germogliare moltissimi gruppi punk i cui musicisti spesso si alternano come turnisti nelle varie formazioni, creando un network autogestito ed erede diretto della scena rock underground di qualche anno prima.

Nel 1999 viene infatti fondato il Wuliao Jundui, “l’armata della noia”, un battaglione di creste, bretelle, anfibi e litri di birra formato da quattro gruppi locali: 69, Reflector, Brain Failure e Anarchy Boys (o A-jerks). Anche l’origine del nome di questa esperienza è qualcosa di epico: l’idea viene infatti da Tina, una studentessa italiana in Erasmus a Pechino che frequentava la scena punk. Dopo aver chiesto svariate volte a Xiao Pong ― batterista dei Brain Failure ― come stesse e sentendosi rispondere ogni volta «sono annoiato», decise che l’epiteto non poteva essere più calzante.

Con i suoi locali, le sua band, le sue tradizioni e, soprattutto, la sua aperta sfida all’autorità costituita, la scena punk pechinese ha costituito un’esperienza sui generis che sicuramente merita di essere approfondita. Una generazione agiata ma allo stesso tempo ribelle, che si riassume in una foto pubblicata da un quotidiano filogovernativo: due componenti degli Anarchy Boys che passeggiano in Piazza Tiananmen e vengono descritti come “ridicoli hippies” da cui i giovani devono stare alla larga.

Wuhan punks: tra vita notturna e gangster di quartiere.

Come già accennato, la scena punk della città di Wuhan si mostra completamente diversa da quella della capitale. I giovani punk wuhanesi, infatti, provengono molto spesso da situazioni di incredibile povertà e di disagio sociale. A popolare la scena sono infatti figli di operai e di contadini che, molto spesso, non possono nemmeno permettersi di finire gli studi superiori. Senza soldi, senza un’educazione ma con un’energia incredibile da tirare fuori: la cultura underground di Wuhan, a differenza di quella pechinese, non ha “i vecchi della scena” ma possiede quella rabbia distruttiva causata dalla propria provenienza sociale.

L’assenza di club in cui poter suonare o in cui poter stabilire il proprio posto di ritrovo spinge i giovani punk a tessere legami con le “secret societies”, delle vere e proprie gang che controllavano la vita notturna della città. Essendo un polo industriale, infatti, Wuhan era soggetta ad un maggior numero di restrizioni rispetto a Pechino, quindi la nightlife di un certo tipo era prevalentemente gestita da gangster locali che, oltre a stabilire chi poteva fare cosa, chiedevano la famigerata “tassa di protezione” ai vari locali.

Nel giro di pochi anni, si crea un vero e proprio rapporto di rispetto reciproco tra i punk wuhanesi e la microcriminalità cittadina. Lo status di emarginati che accomuna entrambe le società, infatti, dà vita ad alcune stranissime nottate in cui gruppi di ventenni con cresta e chiodo si ubriacano insieme ai mafiosi cinquantenni che controllano i vari quartieri. È in questo modo che la scena di Wuhan si afferma a livello nazionale: una scena, anche in questo caso, completamente indipendente che si è formata nelle bettole di periferia, tra strumenti rubati, concerti al limite della decenza e incazzatura contro il sistema.

Parlare di punk senza conoscerne i protagonisti, però, è «inutile e triste come la birra senz’alcol». Quindi, di seguito, alcuni gruppi utili per chi volesse approfondire la conoscenza di questa bellissima scena.

Misandao: Skinhead Oi! dalla capitale. Sicuramente non innovativi dal punto di vista musicale, ma ogni pezzo ti arriva dritto in faccia come un gancio di Zhang Zhilei.

Brain Failure: sicuramente il gruppo più conosciuto nella scena. E non certo per raccomandazione. Suonano un po’ come i Rancid senza scadere nel plagio, sono adorati dal bassista dei Dropkick Murphys e hanno all’attivo uno split con i Big D and the Kids Table.

Anarchy Boys (A-Jerks) : a mio avviso, il gruppo punk migliore della scena pechinese. Indescrivibili, semplici e incazzati neri. E bellissimi.

Unregenerate Blood: Bejing Hardcore. Cappellini, Vans ai piedi, fisici palestrati e atteggiamento da picchiatori. Gli amanti del genere se ne innamoreranno subito.

SMZB: orgoglio punk di Wuhan. Completamente fuori di testa. Si, anche nel suono.

Hei Bao: non è punk, è glam metal. Ma fanno venire voglia di farsi crescere i capelli.

Cui Jian: il padre di tutto.

Carsick Cars: i New Order pechinesi.

Brando Ratti

Classe 1990, nasco e cresco a Massa, patria della Farmoplant ma anche dei genitori di Piero Pelù. Dottorando, ho un certo feticismo per le sottoculture, la musica underground, i filosofi presi male, i videogiochi presi bene, i film brutti e i libri belli. Nonostante il cognome, ho paura dei topi.

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