Il C2C al terzo giorno risorge, come nelle scritture

Dopo una doppia giornata incerta e a tratti arrancante, il sabato di C2C è dove finalmente si vede la celebrazione del vissuto del festival: senza autocertificazioni o proclami, ma con musica e battiti. Qualcosa che forse avremmo voluto vedere da subito e che non è esente da sbavature, ma l'importante è che sia successa

Foto di: Luca Morlino

1 Novembre 2026

Se fossimo tra le persone che hanno varcato la soglia del Lingotto Fiere ieri, sabato 31 ottobre, senza l’esperienza pregressa del giovedì e del venerdì, probabilmente il nostro racconto della venticinquesima edizione di C2C sarebbe stata (quasi) interamente entusiasta. Purtroppo però, come presumibilmente sapete già, chi si è occupato di analizzare le due serate per la nostra rivista non ci è andato per la leggera. Una posizione che rivendichiamo, perché derivata da lacune e criticità notate attraverso la lente dell’affezione verso il percorso segnato dalla manifestazione. Proprio in questo solco – ovvero quello del riconoscere i meriti di un evento che ha segnato il panorama festivaliero europeo contemporaneo in modo indiscutibile – non possiamo che riconoscere che quanto imbastito dal tardo pomeriggio alla notte inoltrata di ieri sia in un certo senso un vero ritorno di fiamma. Una dovuta e giusta celebrazione del vissuto e dell’eredità che il nome si porta dietro.

Laddove fino a poche ore prima si percepiva una forzatura di certe dinamiche e un generale arrancare nella gestione, le (tante) ore spese tra i due palchi ieri ci hanno riportato a una condizione che ci mancava: non inventata di sana pianta da noi, ma che C2C stesso nelle sue iterazioni ci ha abituato a conoscere. Certo, sarebbe disonesto negare che anche le giornate di giovedì e venerdì abbiano portato proposte musicali di livello e che non avremmo potuto sentire altrove in Italia. Ma non è solo con la bontà delle line-up che si costruisce una buona esperienza. Serve anche e soprattutto il contesto, l’ambiente corretto per cui quest’ultime possano fiorire come meritano. Al netto di ciò, il terzo giorno del festival ci ha proprio restituito quella sensazione mancata. Badate bene, alcune sbavature ci sono state: su tutte le attese piuttosto lunghe durante i cambi palco, che hanno portato ad avere un momento in cui entrambi i padiglioni non ospitavano musica. Problemi molto minori rispetto a ciò che era successo fino a quel punto che, però, il flusso della serata ha contribuito a dissipare.

Il percorso nel suono previsto dalla direzione artistica di C2C per la seconda portata del fine settimana è iniziato, sul main stage, con proposte dilatate e dal respiro soffuso. La rarefazione estetica e performativa del folk chitarra e voce di Joanne Robertson – con un incedere delicato e puntellato da pause per accordare il suo strumento per il brano successivo – ha incontrato la stranezza cantautoriale e lynchiana di Fine, accompagnata da una band che donava ai brani una vena grunge inattesa. Nel frattempo, a contraltare nel palco brandizzato Dazed, il pubblico scopriva il talento in qualità di scrittore e rapper del newyorkese Liim. A suggellare questo cambio di registro, che è poi rimasto da lì in avanti, ci hanno pensato i nomi scelti come headliner per il sabato: Kelela e i cloud rappers svedesi Yung Lean e Bladee. La prima portando un crossover che mescolava dentro di sé R&B ed elettronica britanniche, con un contributo strumentale a tratti tendente verso il metal alternativo; i secondi posizionando trap e psichedelia nella freddezza scandinava.

Un sabato sera, però, è anche un contesto che per norme sociali o per bisogno vero e proprio ha bisogno di un accompagnamento in grado di traghettare il pubblico verso le luci dell’alba. In quest’ottica, possiamo dire di aver apprezzato la proposta dancefloor oriented per la varietà e la capacità (fino a quel momento mancante) di proporre sia nomi consolidati e legati al festival sia progetti meno noti, da scoprire o da far digerire al grande pubblico. La progressione dalla bass music di Kode 9 & RP Boo e dallo showcase dell’etichetta Hundebiss, fino alla techno “da festival” di Picture nel palco più piccolo, ha donato a chi era in vena di muoversi e immergersi nelle basse frequenze il giusto terreno di coltura. Nel mentre, le esplorazioni massimaliste del palco principale sposavano la natura più avanguardista e provocatoria del festival, ospitando prima la cumbia queer di Chuquimamani-Condori e poi l’electro contaminata di Crystalmess, che ha segnato una chiusura della serata ben più che dignitosa (e che ci ha regalato hit storiche del genere).

In conclusione: il sabato del C2C per il 2026 è stato, al netto di un ultimo giorno di festival ancora da avvenire, l’unico momento in cui abbiamo percepito davvero la voglia di celebrare lo storico della manifestazione. Una giornata che è iniziata con le scottature dei giorni precedenti, ma che con il progredire e l’avanzare delle ore ci ha saputo riportare al ricordo che avevamo e ci ha ricondotto al motivo per cui ci siamo arrabiatə così tanto: perché, alla fine, a questo festival qualcosa lo dobbiamo. Non cancellando completamente il dispiacere, ma sicuramente rendendolo meno pesante.