Il venerdì di C2C: alla ricerca dell’avant-pop perduto

Per il day 2, il C2C torna a Lingotto Fiere e si salva con i live di Chanel Beads e underscores. Troppo poco per una serata segnata da disservizi nei pagamenti e problemi audio imbarazzanti, con una domanda che resta nell’aria: dove è finito l’avant-pop?
31 Ottobre 2026

Accantonato il flop di giovedì sera alle OGR, sia sul piano artistico che su quello organizzativo, per la seconda giornata, il C2C torna a Lingotto Fiere. E lo fa in una Torino che di giorno è stata bloccata dalle migliaia di ragazze e ragazzi scesi in piazza contro il carovita, il riarmo e il governo Meloni, e che la sera ha come colonna sonora quella dei bassi prepotenti che rimbombano tra le pareti del Lingotto. Due modi diversi di fare rumore, in una città capace di tenerli insieme senza che nessuno se ne stupisca troppo.

Camminando per via Nizza, dai furgoncini dei panini sale una nebbia densa di salsiccia alla piastra e cipolla bruciacchiata, un profumo che con l’elettronica sperimentale c’entra poco e nulla e che invece, a Torino, fa parte della liturgia. Si cena rigorosamente in piedi, col panino in una mano e numerose birre nell’altra, nel freddo di fine ottobre, in attesa di entrare in un gigantesco padiglione fiere fatto di tanto cemento, ferro e giochi di luce per restituire quella caratteristica scenografia post-industriale, vera cifra stilistica del festival.

Dentro la fiera i due palchi si accendono molto presto rispetto alla tradizione del festival. Ad aprire le danze sul mainstage sono i Chanel Beads, band newyorkese fresca di secondo album in studio Your Day Will Come, che riprende il titolo del primo. L’atmosfera è cupa, a tratti rabbiosa, con gli archi che si fondono ai riverberi di chitarra senza soluzione di continuità. Il loro hypnagogic pop è onirico, a tratti trascendente e solenne, e porta il pubblico in uno stato di trance in cui realtà e fantasia si mescolano: una musica liquida senza forma, perfetta per chiudere gli occhi e lasciarsi andare, anche a ricordi tutt’altro che piacevoli, che inghiotte la platea. Sul palco Shane Lavers, frontman della band, offre una performance molto teatrale, quasi a voler esorcizzare l’urgenza di suonare in preda agli attacchi di panico, da lui stesso dichiarata. È chiaramente uno dei migliori momenti della serata, come testimonia la reazione entusiasta di un pubblico già molto numeroso fin dalle prime battute.

Il nome più chiacchierato e atteso è senza dubbio quello di underscores, al debutto italiano. Acclamata dalla critica per l’ultimo album U, grazie a produzioni riuscitissime, melodie serrate e testi impegnati e ricercati, l’artista americana sale sul palco da sola, su basi preregistrate. Una scelta che non le rende giustizia perché non ha ancora la capacità performativa delle grandi superstar della scena. Il suo hyperpop resta comunque sublime, una scarica di adrenalina come la serata non ne vedrà più. Sul palco però appare forzata nei movimenti e nella presenza scenica, chiamando più volte il pubblico a saltare e urlando «go» in occasione dei drop, in un modo (in)degno del peggior set al mainstage di Tomorrowland. La sensazione è che, rivedendo l’attitudine e non esibendosi da sola su basi preregistrate, possa arrivare ancora più in alto perché la stoffa è quella delle migliori popstar mondiali e l’album ha ancora tantissimo da dire. Nonostante tutto, è stato il live che ha salvato il venerdì.

Da qui in poi, infatti, il livello della serata cala inesorabilmente. Sul piano organizzativo pesano i problemi con l’app per ricaricare il braccialetto, liquidati con un semplice «non dipende da noi», la truffa legalizzata delle ricariche minime da almeno dieci euro e i prezzi per food & beverage decisamente fuori mercato.

Su quello artistico, la serata si regge quasi interamente sul live di un’ottima Robyn ma pur sempre legata al passato e alla nostalgia e non sicuramente all’avanguardia. A questo si aggiungono i molteplici e imbarazzanti problemi tecnici – per un festival di questo livello – che mettono a dura prova i timpani del pubblico durante il set di Arca, mentre sull’altro stage vanno in scena sette ore di dj set di un Theo Parrish che, però, non trova praticamente mai la giusta bussola della selecta.

C2C è sempre stato terra di scoperte, innovazione e sperimentazione. Il famoso avant-pop è diventato motivo di ammirazione e vanto nazionale. La verità, però, è che l’avant-pop è ormai perduto. Le scelte di line-up sono fatte per vendere biglietti più che per ricercare davvero la sperimentazione sonora. Era davvero necessario chiamare Arca per la terza volta in cinque edizioni? O far suonare Theo Parrish per un’intera notte, quando là fuori ci sono nomi che avrebbero tranquillamente potuto stare su quel palco e sono stati trascurati? Le vibes del C2C restano uguali nelle intenzioni, quelle di una musica che connette corpi e menti, ma il pubblico è stanco di ballare a oltranza una musica che d’avanguardia ha poco. Se a tutto ciò si sommano i costi esorbitanti, il risultato è un Lingotto Fiere svuotato ben prima della chiusura dei cancelli. Uscendo infatti, l’unica certezza è che il rumore più forte, quest’anno, è stato quello delle piazze.

No al riarmo, al carovita, e Palestina libera!