C’è un modo molto elegante di rendere il jazz innocuo: trattarlo con troppo rispetto. Metterlo al sicuro, riconoscerlo solo quando mostra i segni giusti, applaudirlo quando conferma l’idea che abbiamo già di tecnica, profondità e libertà. Ma il jazz non è diventato tale restando fermo. Lo è diventato cambiando forma, assorbendo ciò che aveva intorno, sporcandosi con musiche, corpi, città, ritmi, lingue diverse. Ogni volta che ha provato a proteggersi troppo, ha rischiato di diventare la propria copia più educata. Ogni volta che ha accettato di perdere qualcosa della sua faccia più riconoscibile, ha trovato un modo per restare vivo.
Venna sta esattamente in quel punto. Non perché rappresenti una fuga dal genere, ma perché costringe a chiedersi dove continui a esistere quando smette di comportarsi come ci aspettiamo. Dire che Venna mescoli i generi sarebbe facile, e anche un po’ pigro. Raccontarlo solo come sassofonista è corretto e insufficiente insieme. Dice il sax, ma non tutto ciò che quel sax porta con sé: Londra, il beat, l’R’n’B, il rap, l’afrobeat, la produzione contemporanea e una nuova idea di melodia che non ha più bisogno di separare il club dall’ascolto.
Dentro la rassegna di Bari in Jazz, il live di Venna sceglie di stare proprio su questa frizione: non confermare il jazz nella sua forma più riconoscibile, ma seguirlo mentre cambia ambiente. A fare da cornice è Il Granaio, dove gli ulivi convivono con i centrini ricamati: un’intimità quasi domestica che rende ancora più curioso l’incontro con una Londra sonora in continuo movimento. Venna non arriva come nome internazionale da incorniciare, ma al termine di una traiettoria aperta da J. Raise, Jr e Alijaa, tra beat, soul, rap e nu-jazz. La domanda, a questo punto, può restare una sola: quanto jazz siamo ancora capaci di ascoltare quando smette di somigliare all’immagine che ne abbiamo?
Sul palco, Venna guida il quartetto formato da batteria, basso e chitarra con la precisione di un regista, ma senza irrigidirne i movimenti. I musicisti si cercano, si rispondono, si lasciano spazio. Un accenno del sax viene raccolto dalla chitarra, la sezione ritmica cambia pressione, il brano prende una direzione diversa. Si improvvisa senza trasformare ogni apertura in un assolo: il dialogo resta collettivo e passa anche dagli sguardi, dai cenni, dai sorrisi scambiati quando un’intuizione funziona. Il piacere di suonare insieme è visibile, ma non diventa mai esibizione.
È questo dialogo l’aspetto più interessante del live. Il sax non arriva sopra i brani come una firma elegante e non serve a dichiarare: «ecco, questo è jazz». Sta già dentro la loro architettura, nelle melodie lasciate aperte, nel rapporto con il pocket della batteria, nell’ostinato del basso e nei vuoti che la produzione non riempie del tutto. A volte guida, altre risponde, altre ancora resta laterale, quasi trattenuto.
E se il sax non dovesse più prendersi l’assolo per certificare la propria identità? Se la tecnica non fosse nella quantità di note, ma nella scelta di non saturare? Venna interessa perché mette in crisi questa aspettativa. Il suo fraseggio non cerca sempre la verticalità, la salita, il momento in cui il musicista supera la struttura. Piuttosto abita il groove, lo inclina, lo apre, lasciando che il beat, la chitarra e il basso non siano un contorno, ma parti dello stesso discorso.
Parlare di contaminazione, nel suo caso, rischia perciò di essere impreciso. La parola presuppone elementi separati che a un certo punto si incontrano. Nella sua musica quella separazione sembra già superata: il sax non nobilita il beat, la produzione non rende il jazz più accessibile, la forma canzone non addolcisce la ricerca strumentale. Tutto si muove nello stesso spazio.

foto di Bari in Jazz
In questa dinamica Londra non può restare sullo sfondo perché, nel caso di Venna, è l’officina di questa scena. Non perché basti nominare la città per spiegare una musica, né perché la capitale britannica debba diventare l’ennesimo marchio di autenticità contemporanea. Londra conta perché è uno dei luoghi in cui, negli ultimi anni, il genere ha trovato un ambiente in cui cambiare senza doversi giustificare. Jazz club, rap, sound system, diaspora caraibica e africana, gospel, broken beat, afrobeat, soul, producer culture: non elementi da aggiungere uno alla volta, ma materiali già presenti sul banco di lavoro. Un’officina, appunto. Non un museo, non una vetrina. Non una scena da raccontare solo attraverso i nomi che l’hanno resa esportabile, da Shabaka Hutchings a Nubya Garcia, da Moses Boyd agli Ezra Collective, ma un luogo in cui le cose vengono smontate, provate, saldate, rovinate e aggiustate.
E se Londra è l’officina in cui questa musica viene costruita, Bari in Jazz diventa un luogo in cui quella costruzione viene messa alla prova davanti a un altro pubblico, in un altro paesaggio, dentro un’altra idea di festival. Non per importare un modello, ma per vedere cosa succede quando una scena incontra un ascolto disposto a seguirla.
Dentro una serata così, anche l’apertura di J. Raise, Jr e Alijaa cambia peso. Non è un opening generico, non è la parte da attraversare prima che arrivi il nome principale, ma un’anticamera sonora. Serve a preparare l’orecchio, a spostare l’asse della serata, a far capire che il jazz di cui si parla non entrerà necessariamente dalla porta principale. Entrerà dalla produzione, dal soul contemporaneo, dal rap, dal lo-fi e da una scrittura che lavora più per atmosfera e incastro che per gesto solistico. Sul palco, questa apertura trova un punto concreto in Tutto ciò che ho, il loro singolo più recente realizzato con Carma e Amedeo Nan.
Resta allora il punto più delicato, forse il più importante: il pubblico italiano è pronto ad ascoltare un jazz che non si fa riconoscere subito? Almeno per una sera, la risposta è sì. Non c’è un pubblico da convincere con la forza, ma un pubblico già educato all’ascolto e, forse ancora più importante, complice nel farsi educare ancora. Lo dimostra il modo in cui segue ogni passaggio con attenzione e reagisce con prontezza agli scarti del quartetto. Gli applausi arrivano puntuali dopo gli ingressi del sax, i cambi di dinamica e gli snodi più riusciti del live; l’entusiasmo cresce quando batteria, basso e chitarra allargano improvvisamente il campo del brano. È un ascolto partecipe, che accompagna la musica anche quando sceglie la sottrazione invece dell’impatto.
Questa complicità è fondamentale. Perché ascoltare Venna non significa soltanto riconoscere un talento o apprezzare un suono raffinato. Significa accettare che una categoria familiare perda per un momento i suoi bordi. Significa non pretendere subito il documento d’identità di uno stile.
Forse il punto è tutto qui. Chiamarlo semplicemente jazz sarebbe comodo. Troppo comodo. Ma chiamarlo in un altro modo, solo per sentirci più aggiornati, sarebbe altrettanto facile. Esso non perde forza quando sperimenta o rischia di non somigliare a se stesso. La perde, semmai, quando ha paura di farlo.

