Ruvidi e glam: sono arrivati i Catchy Peril

Con Catchy, i giovani marsigliesi Catchy Peril firmano un debutto compatto e incendiario: punk, synth e glam rock si intrecciano in otto tracce serrate. In questa intervista, Ben ci racconta le influenze della band, la scena di Marsiglia e i prossimi passi
16 Marzo 2026

Disco d’esordio della giovanissima band marsigliese Catchy Peril, Catchy è un album che non scherza. Compatto e complesso, è un progetto ultra energetico che mescola a una texture classicamente punk sonorità new wave, glam rock e psichedeliche. 

In appena due anni di attività, la band ha all’attivo più di settanta concerti e palchi condivisi con nomi del calibro di Viagra Boys e Sex Pistols. L’evoluzione musicale dal loro primo EP Disco Sucks – lavoro con cui hanno fatto il loro ingresso nella scena rock francese e non solo – è palpabile: Catchy è un album breve (8 tracce, 29 minuti), ma estremamente coeso in cui appare evidente la linea musicale della band, una base punk (che emerge chiaramente nel pezzo di apertura, Lemon Eye) su cui intessere synth a tratti dreampop (I Like it Hard) e a tratti più corrosivi e rapidi (Electricity e Lovely), che raccontano della passione della band per sonorità più marcatamente gabber e dure, oltre che per i poghi sudatissimi.

Abbiamo fatto una chiacchierata intercontinentale New York-Marsiglia con Ben, per parlare di come è nato questo album e della direzione che prenderà il loro lavoro nei prossimi mesi.

Ciao Ben, allora: raccontaci da dove arriva il vostro nome e quando siete nati.

Siamo nati ufficialmente all’inizio del 2024 e alcuni di noi si conoscevano già da prima. Mi piacciono molto i giochi di parole, quindi si è pensato di unire l’idea di catchy (che è quello che più mi piace nella musica) con il concetto di peril, che è l’esatto opposto. E da qui il nome.

Il vostro ultimo album, Catchy, è molto diverso dall’EP precedente: siete più arrabbiati, avete cose diverse da comunicare o semplicemente avete voluto lavorare su un progetto musicale compattamente diverso?

L’EP precedente è in effetti più pop, mentre in questo abbiamo voluto esprimere la nostra parte più rock’n’roll, per cui è uscito un lavoro più dritto, più rough, in cui volevamo comunicare la spinta ruvida e potente della vita ed esprimere tutto quello che non siamo riusciti a dire nel lavoro precedente. 

Quali sono le vostre principali ispirazioni musicali e qual è stata la vostra formazione sonora?

Le nostre influenze arrivano da diversi mondi musicali, ma hanno tutte in comune una certa energia e libertà espressiva. Sicuramente siamo molto legati alla prima ondata del punk inglese, con gruppi come The Clash e Sex Pistols, ma anche a tutta quella dimensione più sperimentale che si è sviluppata tra new wave, coldwave e post-punk: Bauhaus, The Cure, Killing Joke. Allo stesso tempo ascoltiamo anche band più recenti come i Viagra Boys. Ci affascina molto anche la scena spagnola della Movida, per esempio Alaska, così come alcuni progetti francesi come Kap Bambino di Bordeaux. A tutto questo si aggiunge l’influenza del glam rock, come T. Rex e il primo Bowie, e più in generale l’energia della musica di fine anni Sessanta, che per noi rappresenta una forma di libertà creativa. Il nome Atomic Punk Wave nasce proprio da questo immaginario. “Atomic” richiama un’estetica che mi ha sempre colpito molto, soprattutto nei poster e nelle grafiche della scena DIY. È anche un riferimento alla canzone Atomic dei Blondie, ma allo stesso tempo evoca qualcosa che esplode, un’energia pronta a detonare. In un certo senso descrive bene il mix di influenze che convivono nella nostra musica.

Quale brano pensate rappresenti meglio l’intero album?

Direi Astro Orbiter. È probabilmente il brano che riassume meglio ciò che stiamo facendo adesso. La chitarra ha un suono più ruvido, più diretto, e l’energia del pezzo riflette bene la direzione che stiamo prendendo. Inoltre è l’ultimo brano che abbiamo composto, quindi rappresenta anche il punto più recente della nostra evoluzione.

Perché avete scelto di scrivere i vostri testi in inglese e non in francese? È una scelta legata alla volontà di raggiungere un pubblico più ampio o pensate che l’inglese abbia una maggiore flessibilità espressiva?

In parte è sicuramente legato alla cultura musicale da cui proveniamo e che ha influenzato il nostro suono. Molta della musica che ci ha formato è anglofona, quindi scrivere in inglese è venuto abbastanza naturale. Ma c’è anche un’altra ragione più personale: forse all’inizio scrivere in inglese era anche un modo per nascondersi un po’, per prendere una certa distanza. Adesso però stiamo iniziando a pensare che ci piacerebbe scrivere anche in francese e sperimentare con la nostra lingua.

Descrivereste la scena musicale marsigliese come diversa rispetto ad altre scene musicali in Francia? Se sì, cosa la caratterizza?

Sì, secondo noi la scena musicale marsigliese ha qualcosa di particolare rispetto ad altre città francesi. La cosa più evidente è il forte senso di solidarietà e condivisione tra gli artisti. La scena è molto connessa: i gruppi si conoscono, collaborano, si sostengono a vicenda e spesso partecipano agli stessi eventi o spazi. C’è una grande energia che circola tra i gruppi. C’è ad esempio una scena egg punk legata a gruppi come Crache, Technopolice o La Grimas e regolarmente nascono side project che mescolano i membri dei gruppi. Anche se il nostro progetto non rientra propriamente in questo genere, c’è comunque un grande spirito di sostegno reciproco. La scena è vasta e vivace a Marsiglia: dall’indie rock (Avee Mana, Kriegelstein) a vari tipi di garage (la Flemme, Flathead, SoVoX, Lodi Gunz, le Bien, 52 Hertz), passando per ottimi gruppi punk, post-punk o noise (Claque, Cagnard, la Flingue, Glitch) e diversi locali dove suonare e ascoltare musica a prezzi accessibili. Grazie all’energia spesa dai gruppi, ma anche dai locali e dai collettivi di promozione musicale (come Phocea Rock e le Vortex), gli artisti si migliorano sviluppando la propria personalità: ciò che conta è far parte di una comunità che si muove, si sostiene e cresce insieme. 

Cosa c’è nel vostro futuro prossimo? State lavorando a collaborazioni o nuovi progetti?

Nei prossimi mesi saremo molto impegnati dal vivo. Abbiamo appena annunciato dodici date da qui a luglio. Successivamente stiamo già pianificando un tour più ampio che dovrebbe svolgersi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Nel frattempo stiamo anche pensando di pubblicare un nuovo EP. Abbiamo già diverse canzoni nuove e vorremmo tornare presto a concentrarci sulla composizione e sulla produzione di nuova musica.

Che cosa stai ascoltando ultimamente? Qualche consiglio musicale da condividere?

Ultimamente ascolto cose molto diverse, in particolare il compositore brasiliano Adoniran Barbosa, ma continuo anche ad ascoltare molto i Viagra Boys. Medicine for Horses è un brano magnifico. Consiglio anche l’EP Sheeplanding del gruppo marsigliese Le Bien, garage rock con influenze psichedeliche.