Nel cinema di Lee Chang-dong, una delle voci più significative del cinema sudcoreano – più grande all’anagrafe ma meno prolifico dei decisamente più pop Park Chan-wook (Old Boy) e Bong Joon-ho (Parasite) –, la poesia emerge nella quotidianità come una crepa silenziosa, e il senso di ogni inquadratura si infiltra nell’animo con la lentezza delle cose piccole ma profondamente essenziali. Il suo è un cinema contemplativo, che tratta l’ordinario con così tanta sincerità da elevarlo a straordinario. In fondo, la settima arte è anche questo: un modo per evadere dalla realtà senza dimenticare la terra che si calpesta.
In attesa dell’uscita della sua prossima opera Possible Love, prevista per quest’anno, riavvolgiamo il nastro al suo ultimo capolavoro risalente al 2018. Burning – L’amore brucia, tratto dal racconto Granai incendiati dello scrittore giapponese Haruki Murakami, è la dimostrazione che alcuni film possono superare la letteratura da cui provengono. Lee Chang-dong riesce nell’impresa perché consapevole delle differenze filologiche tra le due forme di comunicazione; d’altronde, tirare fuori un lungometraggio di due ore e mezza partendo da un testo di sole diciassette pagine vuol dire andare ben oltre lo stesso testo, sviscerare il senso della storia che racconta e ampliare il discorso narrativo con tutti i mezzi che il cinema ha da offrire.
Tra questi mezzi (visivi, acustici, sensoriali) al servizio del cineasta sensibile, la musica continua a giocare un ruolo fondamentale, poiché funge da ulteriore strumento per caratterizzare le psicologie dei personaggi e i rapporti che li legano fra loro. Nel caso di Burning, ci troviamo negli intricati territori di un anomalo triangolo amoroso, in cui gelosia e mistero portano ad affrontare temi politici quali le differenze sociali e il classismo, che impegnano le riflessioni di buona parte dei più grandi artisti della Corea del Sud. Tutto si mescola in una storia intensa, che lavora di fino con le emozioni che muovono i suoi protagonisti. Il film è costruito su una tensione sotterranea fondata sull’asimmetria dei desideri. Al centro c’è la bella e stravagante Hae-mi (Jeon Jong-seo), attorno alla quale gravitano due ragazzi agli antipodi tra loro: Jong-su (Yoo Ah-in), inquieto precario, e Ben (Steven Yeun), ricco, superficiale, non inquieto ma inquietante. Poi l’improvvisa sparizione della ragazza, che darà il via a un thriller meditativo e a tratti travolgente.
La colonna sonora originale di Lee Sung-hyun, in arte Mowg, è un’anima che trattiene il fiato. È minimale, quasi timorosa di farsi notare. La sua chitarra restituisce al film le atmosfere di un moderno western, ambientato però nelle pianure della campagna sudcoreana, la cui quiete sembra nascondere un reato non ancora scoperto, che marcisce sotto l’indifferenza generale. La musica di Mowg emerge piano, senza mai esplodere, restando sospesa. Lavora per sottrazione, costruendo un tessuto sonoro fatto di note isolate, come i personaggi del film, mentre pulsazioni ambientali evocano l’idea di una natura minacciosa. È una musica che non commenta, ma che si insinua come un’inquietudine invisibile, che accompagna pur portando con sé incertezze destabilizzanti.
Ma anche in un film del genere Lee Chang-dong non sacrifica la poesia e sceglie di riversarla e rivelarla nella purezza di Hae-mi, sprigionandola in tutta la sua essenza in una scena emblematica, che anticipa il vero e proprio turning point del film.

Il sole sta tramontando e i tre ragazzi osservano lo spettacolo mentre fumano una canna nel cortile dell’umile e sgangherata casa di Jong-su. A un certo punto Hae-mi, come ipnotizzata dalla bellezza dei colori che tingono di rossastro il cielo, si alza in piedi, si avvicina al sole, come se volesse toccarlo, si spoglia, restando a petto nudo, e si lascia andare in una danza delicata, libera, sulle note extradiegetiche dell’unico brano non originale del film, un brano di musica occidentale: Générique di Miles Davis. La scelta non è casuale. Si tratta di un jazz rarefatto e crepuscolare, che fa dell’improvvisazione un atto di verità. La tromba scandisce il respiro della scena, composta da un piano-sequenza che vede la silhouette di Hae-mi bucare lo schermo in tutta la sua eleganza: è poesia in movimento.
Il brano è un respiro irregolare, che accompagna la non-coreografia della ragazza, la quale, tecnicamente, non ha nessuna colonna sonora di riferimento e si limita a lasciarsi ispirare da ciò che il suo cuore le suggerisce. In tal maniera, le emozioni emergono senza alcun tipo di imposizione. È un impulso interiore, la quintessenza del cinema di Lee Chang-dong, che travolge proprio per la sincera semplicità che sprigiona. La macchina da presa mantiene la giusta distanza dal soggetto, non invadendo mai il suo spazio vitale. La nudità – ovvero la libertà – di Hae-mi non è mai esibita, ma semplicemente esposta alla luce morente del sole che tramonta.
In un momento del racconto in cui la competizione tra Jong-su e Ben per la ragazza è evidente, la danza della desiderata è una delicata ma esplicita dichiarazione di intenti: Hae-mi non appartiene a nessuno. Lo stesso atto di spogliarsi e mostrarsi in tutta la sua bellezza agli occhi di due ragazzi infatuati è un modo per manifestare il suo essere materia sfuggente. Hae-mi, che mentre balla si sente più viva che mai, si spoglia non solo dei vestiti, ma anche del ruolo che fino a quel momento la storia le aveva assegnato. E il tramonto, che porta con sé il buio – e dunque l’ignoto – simboleggia il suo futuro addio: l’inizio dell’assenza, della perdita e del mistero.
Questa scena è struggente perché simboleggia l’istante in cui il cinema smette di raccontare e si limita a osservare l’oggetto dell’inquadratura che prende vita, cresce e raggiunge l’apice della poesia fino a scomparire nel nulla. È un’affermazione di autenticità, che dura il tempo di una canna, di un tramonto, di una canzone, prima che l’oscurità inghiotta tutto e l’amore si perda nel vuoto.

