«E tu, come sei nato?», «Sono nato sott’ ‘e cuperte» dice un bambino, un po’ divertito e un po’ imbarazzato, di fronte al microfono di un giornalista, elegante e discreto, che chiede a un gruppo di ragazzini se sanno come nascono i bambini. È il 1964 e Pier Paolo Pasolini sta girando l’Italia ufficialmente in cerca di volti per il suo Il Vangelo secondo Matteo, mentre non ufficialmente – da osservatore curioso dell’umano quale era – raccoglie voci e testimonianze di italiane e italiani su intimità, sessualità e diversità, immerso nel quadro di un’Italia postbellica.
Marxista eterodosso, pensatore apertamente omosessuale, ateo dichiarato, ma dalla profonda sensibilità religiosa, poeta dei margini – linguistici ed esistenziali –, PPP era un corsaro che non aveva paura di addentrarsi in mari difficili, scontentando molti, ma restando in ultima analisi sempre fedele al suo lucidissimo pensiero. Se è difficile raccontare PPP, dal momento che tante sono le sue sfaccettature e complesse le sue forme, ancor più difficile è trovare un linguaggio che sia accessibile e nuovo, in grado di parlare a sensibilità e background diversi.

La mostra Davide Toffolo, Parola di Pasolini – visitabile al Forte di Bard fino all’8 novembre – muove proprio da questo, prendendo forma a partire dalla graphic novel Pasolini (Coconino press, 2005 e poi Rizzoli, 2011), una metabiografia in cui un giovane scrittore immagina di incontrare un mitomane che sostiene di essere il poeta. Da questo espediente narrativo si sviluppa un viaggio attraverso i luoghi della vita di Pasolini, dal Friuli a Bologna – luoghi significativi sia per Toffolo sia per PPP –, da Roma all’Etna, in cui finzione e realtà si mescolano continuamente. Attraverso tavole originali, disegni, collage, fotografie e materiali d’archivio, la mostra mette in dialogo il linguaggio del fumetto con le parole di Pasolini, ripercorrendo alcuni dei temi centrali del suo pensiero: il rapporto con le origini, la critica alla borghesia e alla società dei consumi, la politica, il corpo e la morte. Nelle sale dell’Opera Mortai, al Forte di Bard, la mostra si snoda attraverso una serie di stanze organizzate in base ai luoghi che hanno rappresentato per l’artista “culle dell’anima”, luoghi che hanno contribuito all’articolazione della sua poetica e del suo pensiero.
Il lavoro di Davide Toffolo sul pensiero pasoliniano è confluito in uno spettacolo, «Pasolini, l’incontro» (2011) che mescola musica dal vivo disegni di Davide Toffolo, registrazioni della voce di Pasolini e sonorizzazioni dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Il progetto è stato poi riproposto nel 2022 – centenario della nascita di PPP – nella veste nuova di «Pasolini, concerto disegnato»
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Davide non solo su PPP e la mostra, ma anche sullo spettacolo e sulla sua recente partecipazione a Spaghetti Punk, un format di eventi ideato da un gruppo di pirati newyorkesi dell’underground – Nico Malvaldi (amico e collaboratore di Polvere Magazine), Ricky Russo e Julian Sachs – che portano ogni anno su palchi storici del Lower East Side gruppi punk italiani, in dialogo con band newyorkesi. Il 2026 è stato l’anno dei TARM.

Come ti sei avvicinato a Pasolini? Quale aspetto di lui ti ha colpito di più?
Pasolini è sempre stato nella mia vita, un po’ per il posto da dove arrivo, che è il Friuli. Lui, diciamo, ha dedicato una parte della sua scrittura al Friuli, al friulano, e poi è sepolto anche qui, perché sua mamma era friulana. Perciò è una figura da sempre presente nella mia biografia. E poi anche per i temi che ha affrontato. Anzi, all’origine del libro c’è questa cosa: il mio bassista, che è un po’ più giovane di me, quando eravamo in tour da ragazzi, era all’università e mi disse: «Ma sai che stiamo studiando Pasolini e dice le cose che dici tu?». Io stavo cercando uno spunto per un nuovo romanzo a fumetti, quindi ho detto: «Va bene, dai, proviamo a capire meglio cosa c’è dentro questo personaggio, dentro queste parole che comunque mi risuonano da così tanto nella testa».
Quali aspetti del suo pensiero e della sua scrittura ti hanno risuonato da subito?
Questa specie di sacrificio alla scrittura mi ha sempre, in qualche modo, tenuto vicino a lui. Poi alcune cose che lui diceva sulla lontananza dal potere. Pasolini è uno scrittore che è stato anche un regista, quindi il suo immaginario così violento, fuori dalle mode, se così vogliamo dire. C’è anche una dimensione un po’ ancestrale che mi ha sempre suggestionato e questo chiacchiericcio così violento sulla sua persona, posso dire che anche quello sia stato un motivo di avvicinamento. Inoltre la diversità è una chiave che c’è dentro la sua esistenza, dentro la sua scrittura, che è piuttosto evidente, che non si può staccare proprio dalla scrittura.
Siamo abituati a conoscere Pasolini attraverso libri, documentari, film. Che cosa dà di diverso il raccontarlo attraverso un fumetto?
Innanzitutto io sono un fumettaro, un autore di fumetti, quindi racconto attraverso il fumetto. E poi alla base c’è una sfida legata all’idea che si potesse fare con il linguaggio dei fumetti qualsiasi tipo di narrazione. E questa sfida che è stata chiamata “la via italiana alla graphic novel”, è cominciata per me alla fine degli anni Novanta. Diciamo che questo libro è stato l’apporto a questa ipotesi linguistica. Quindi capisco che può risultare una cosa non facile da ritrovare. Però, allo stesso tempo, l’ho fatta in modo deliberato, nel senso che volevo provare a raccontare Pasolini, appunto, mai raccontato con i fumetti fino ad allora, diciamo, non almeno nel modo in cui l’ho fatto io. E quindi la consideravo una sfida molto importante che possiamo considerare vinta, perché il libro è stato fatto più di vent’anni fa e, a vent’anni di distanza, la presenza di fumetti in libreria e la produzione delle cosiddette graphic novel in tutto l’Occidente, perlomeno, mi hanno dato ragione rispetto a questa ipotesi. Pasolini anche si è avvicinato al fumetto. Lui era spregiudicato nell’uso dei linguaggi, è passato dalla poesia al cinema, passando per la letteratura e il teatro, con una certa libertà. E in questa ricerca che ho fatto ho trovato anche la sua ipotesi di usare il fumetto. L’ha fatto in un modo particolare, usandolo come storyboard di un film che si chiama La terra vista dalla luna. Ma aveva progettato di farne un libro, a episodi, sempre con gli stessi personaggi, cioè Totò e Ninetto Davoli, con questo uso proprio del fumetto. L’idea dietro la mia graphic novel è quella dell’incontro con un mitomane che finge di essere Pasolini. E in questa suggestione, con Pasolini già morto, con questa suggestione così estrema, c’è la possibilità di trasformare questo libro in un metalibro, perché in realtà la storia è la storia dell’incontro fra un mitomane, appunto, che finge di essere Pasolini, e un giovane scrittore. Quindi anche quello che tu hai visto in mostra sono i disegni di Pasolini disegnati da un mitomane, però in realtà sono molto simili.

Ci sono dei lati oscuri di Pasolini che ancora non conosci, o degli aspetti della sua figura e del suo pensiero con cui non riesci a venire del tutto a patti?
Allora, in questi anni Pasolini l’ho incontrato tante volte. Diciamo che Pasolini l’ho accettato come si può accettare un amore, una persona alla quale vuoi bene. Perciò l’ho accettato anche con i suoi lati meno chiari, che ci sono. Anzi, forse la poetica di Pasolini è proprio quella dell’ossimoro, perciò ci sono sempre contrasti molto forti. Alcune cose però sono luminose, come il tentativo di rimanere, appunto, come dicevo all’inizio, lontano dal potere per poter avere una libertà di scrittura forte. E l’altra cosa che in qualche senso oggi viene anche un po’ dimenticata è che lui comunque è un personaggio che è vissuto nel Novecento. Perciò è difficile inquadrarlo in un mondo che non sia quello novecentesco. Oggi diventa difficile quasi accettare che lui dicesse di essere comunista, ma lui lo era. Aveva una visione novecentesca della realtà. D’altronde è morto negli anni Settanta, nel pieno Novecento, non possiamo aspettarci che avesse una visione su quello che succede oggi, anche se molte cose dell’oggi lui le aveva profetizzate. Il pensiero su una civiltà che muore e diventa altro, su un rapporto con il progresso conflittuale, che è evidentissimo per noi, per lui era già evidente a quel tempo, quando invece, il suono della miseria postbellica poteva in qualche modo rendere più difficile la comprensione di un atteggiamento di questo tipo. Adesso è più facile, però, ripeto, rimane comunque un autore del Novecento, quindi è abbastanza lontano da oggi.
Forse è solo un collegamento mentale che mi sono fatta, ma la maschera che indossi con i Tre Allegri Ragazzi Morti ha in qualche modo a che fare con Pasolini? Lui aveva con la maschera un rapporto ambivalente: da un lato la maschera nasconde, dall’altro rivela; nel suo essere archetipo, stilizzazione universale, la maschera è qualcosa che può raccontare anche verità più profonde.
C’è questo rapporto con gli archetipi che Pasolini ha sempre avuto, soprattutto quelli legati alla cultura antica, e con il teatro. Forse questo si avvicina anche alla maschera. La maschera dei Ragazzi Morti è arrivata nella mia costruzione, però, prima dell’incontro con Pasolini.
Vorrei parlare dello spettacolo che avete dedicato a Pasolini, che avete portato in scena a più riprese negli anni: una prima volta nel 2011, poi nel 2022 e ancora nel 2025. Come è nata l’idea di questo Concerto disegnato?
Sullo stimolo di uno scrittore, Mauro Covacich, che curava in quel periodo dei reading di artisti rock italiani in un posto molto bello a Roma, il Palazzo delle Esposizioni. Ci aveva chiesto di immaginare un reading. A quel punto io ho riflettuto sul fatto che la nostra parte più forte non era la parola, ma il disegno. E quindi ho immaginato di fare un reading che avesse però come lingua di comunicazione il disegno. Avevamo fatto precedentemente degli esperimenti di disegno dal vero con la musica, al MiAmi. E perciò, mettendo insieme questi due precedenti, è nata l’idea di fare uno spettacolo di disegno dal vivo con la musica. Lo spettacolo è nato, come dicevi tu, tanto tempo fa e poi piano piano, negli anni, si è perfezionato. E quando c’è l’occasione più o meno lo rifacciamo. Adesso è un bel po’ che non lo facciamo, però chissà, prima o poi forse lo rifaremo.

Era proprio una delle cose che volevo chiederti: avete in programma di riportarlo in scena a breve?
Abbiamo fatto delle repliche belle, a Parigi, in Croazia, in giro per l’Italia, dappertutto. A Torino tante volte. Ma per ora non c’è l’ipotesi, però secondo me prima o poi lo rifaremo, perché rimane uno dei nostri classici.
E che cosa c’è di Pasolini nella musica dei Tre Allegri Ragazzi Morti?
Io spero che ci sia la voglia di avere un rapporto critico con quello che c’è intorno, diciamo così, non passivo. Sicuramente c’è un certo fascino per la bellezza, che anche Pasolini subiva, e anche un fascino per la vita, quella meno sofisticata, quella più quotidiana, ecco, contingente. Spero che queste due cose ci siano dentro.
So che sei stato di recente a New York, anche per Spaghetti Punk. Mi è venuto in mente il rapporto di Pasolini con quella città, il suo incontro con le avanguardie artistiche e letterarie americane, con Ginsberg e tutto quell’ambiente. Io stessa mi sono avvicinata a Pasolini in maniera un po’ laterale, attraverso New York. Che effetto ti fa quella città?
La parte di Pasolini a New York è bellissima. Quello che lui dice su New York è limpido, come sono limpide le poesie. L’altra cosa che posso dirti, invece, è che Pasolini a me di New York ha insegnato delle cose. Avevo un’idea, per esempio, dell’immaginario dei Velvet Underground abbastanza presente nella mia vita, però non avevo forse capito completamente bene che cos’era. E poi invece, tanto tempo fa, insomma, ho visto un film che si chiama Trash di Paul Morrissey, bellissimo, dove c’è Joe D’Alessandro, che racconta anche un po’ l’immaginario di questa New York, delle persone ai margini. E nella versione italiana, la traduzione di questo film, il doppiaggio di questo film, è stato adattato da Pasolini. Joe D’Alessandro nella versione italiana parla con un forte accento abruzzese. E c’è anche una scena di un gruppo che vanno a sentire, durante il film, che si chiama «i Tre Cani Morti», una cosa del genere. Comunque capisco come Pasolini possa avere avuto questa fascinazione rispetto alla realtà filmica di Morrissey per l’uso della telecamera, ma anche proprio anche l’indagine sulle persone ai margini, non borghesi. Nella scena iniziale c’è questo ragazzo, appunto, che è tossicodipendente, si è appena fatto di eroina e non riesce ad avere un’erezione con questa ragazza. Dopodiché vanno in un appartamento a fare un furto, o perlomeno a cercare di fare un furto, con tutta la difficoltà legata al fatto che non sono criminali professionisti. Entrano in questa casa e ci sono altre due persone, giovani borghesi, che riconoscono in questi due ragazzi dei freak, dei tossici e cercano di tenerli nell’appartamento, per essere vicini alla loro realtà in un modo molto morboso e borghese. E devo dire che quella scena lì è la cosa più vicina che puoi vedere nel cinema internazionale, secondo me, ad alcune cose di Pasolini. Penso a Teorema, ad esempio. Anche per il tipo di regia che è tutta interna, con la camera a mano, più il doppiaggio, che riporta i personaggi a una dimensione non teatrale, ma naturalistica.

In effetti, nella traduttologia si è discusso a lungo di come mantenere la dimensione gergale o dialettale nella lingua di partenza anche in quella di arrivo. Negli anni Sessanta e Settanta una delle soluzioni era proprio quella di utilizzare i dialetti italiani, il romanesco o altri dialetti regionali, per riportare lo slang americano, ad esempio. Una scelta che poi è stata in gran parte abbandonata per via dello scollamento che creava tra i personaggi e il loro contesto: trovavi magari un personaggio del New Jersey che nella resa italiana parlava in romanesco… Un’ultima domanda, stai portando in giro qualche presentazione della graphic novel su Pasolini o qualche reading? A cosa stai lavorando in questo momento?
No, adesso ho un libro nuovo, una biografia. Anche se questo libro, ti dicevo, di Pasolini è una biografia. È una meta-biografia perché in realtà è un romanzo dove dentro trovi tante cose che sono anche riconducibili a una biografia.E questo invece è un po’ più tradizionale: la biografia di un grande editore italiano che si chiama Feltrinelli, che racconta un pezzo di storia italiana che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’inizio del terrorismo in Italia.Quindi porto in giro questa cosa, che è una lettura pubblica visiva. Io faccio la parte visiva e la persona che l’ha scritto con me, che si chiama Giulio D’Antona, fa la parte di lettura.

Concludo con una delle citazioni più celebri di PPP, presente anche nella sezione della mostra dedicata a Ostia – dove il 2 novembre 1975 venne ritrovato il suo corpo – sulla morte come codice per decrittare il piano-sequenza apparentemente casuale della vita: «La morte determina la vita. La vita acquista un senso solo quando è finita. E la morte produce un immediato montaggio, come nel cinema, selezionando solo le azioni che hanno un senso, un peso».

