C’è qualcosa di profondamente coerente nel modo in cui gli Sleaford Mods continuano a raccontare il presente: non spiegano, non consolano e non offrono vie di fuga. Seguendo la scia di una carriera dura e pura, The Demise of Planet X – tredicesimo album del duo di Nottingham uscito per la Rough Trade Records – è l’ennesima radiografia brutale di un mondo esausto, osservato dal basso con sarcasmo e rabbia. Un disco che non urla più come un tempo, e in questo senso segna un’evoluzione significativa, ma che colpisce con maggior precisione lasciando segni e sensazioni tangibili di un disagio persistente.
Nonostante tutto, Jason Williamson e Andrew Fearn non tradiscono la loro identità interiore ed estetica: tutto questo grazie al consueto spoken word secco, ai beat minimali, all’elettronica spoglia e ai bassi taglienti. Eppure, rispetto ai lavori precedenti, The Demise of Planet X appare più articolato, più stratificato, quasi sorprendentemente aperto e melodico: da questo punto di vista, le numerose e ben integrate collaborazioni con artisti di diversa estrazione non svolgono solamente un ruolo ornamentale, ma costituiscono veri e propri elementi narrativi che ampliano il perimetro emotivo del disco, senza snaturarlo.
L’apertura affidata a The Good Life risulta emblematica: stiamo parlando, infatti, di un brano che critica ferocemente lo show business e gioca beffardamente con l’idea di benessere e di successo come concetti vuoti («The one thing they don’t tell ya / If ya get anywhere with an idea / Is the trail of cheesy bastards / That come straight after you, like here»). È un inizio teatrale e volutamente spiazzante, rafforzato dalle presenze vocali di Gwendoline Christie (attrice di Game of Thrones) e dei Big Special, che introduce subito uno dei temi centrali dell’album: la distanza sempre più ampia tra retorica e realtà. Da qui in avanti, il disco si muove come un flusso nervoso e intermittente, alternando attacchi frontali a momenti di apparente quiete.

Uno dei passaggi più significativi è sicuramente rappresentato da Elitist G.O.A.T., realizzata in collaborazione con la cantautrice neozelandese Aldous Harding, in cui la satira sul mondo culturale e sull’ego creativo si fa quasi grottesca («I’ve gotta be seen, I’ve gotta move it / Put myself as the central thing / Squeezing the life out of thinking outside»). Qui, il contrasto tra la voce eterea dell’ospite e il tono ruvido di Williamson funziona proprio perché non cerca armonia: è uno scontro, non un dialogo, sottolineato da un sottofondo musicale ballabile.
Più sottile, ma altrettanto efficace, risulta No Touch, con l’artista e cantante Sue Tompkins (ex Life Without Buildings) brava a introdurre un registro sarcastico e teatrale, introducendo temi nuovi per la band come isolamento, solitudine e autolesionismo («Live like a suicide / Into the wheels of machinery I play / Do you miss me? / Like the dead leaves»). Anche questa è una dimostrazione dell’evoluzione degli Sleaford Mods e di come sappiano giocare con la forma e con i contenuti senza perdere il loro tipico mordente.
Il bello di The Demise of Planet X risiede proprio nella sua capacità di sorprendere con i pezzi meno appariscenti come Gina Was, uno dei momenti più intimi e crudi dell’intero album: un racconto introspettivo che guarda nei vissuti infantili di Williamson («Gina was the leader when / They pulled my pants down so hard and said / He’s maggot man!»), che in questo modo esplicita una vulnerabilità inconsueta confermando l’evoluzione della sua scrittura.
Quando il disco torna a farsi più cupo e abrasivo – in brani come Flood The Zone («The pied piper can’t handle this / You better flood the zone with shit / The pied piper can’t handle worms / This Domestos kills all germs») o Kill List («It’s just sink and swim / Same old roads get tarmacking / It’s a paupers roast / It’s rain and grief») – la critica sociale si concentra sul rumore costante dell’informazione, sull’aggressività del linguaggio pubblico, sulla sensazione di vivere in una distopia normalizzata. A colpire è l’assenza di una denuncia esplicita, sostituita in modo molto efficace da un accumulo di immagini, slogan (proprio come inondare la zona di merda, con riferimento al movimento di ultradestra americana MAGA) e frammenti che si sovrappongono fino a diventare soffocanti; in questo caso, l’album riesce a restituire la confusione del presente senza semplificazioni.
La chiusura con The Unwrap ha il compito di abbassare il volume, ma non la tensione: il disco si conclude quindi su un piano quotidiano, quasi domestico, lasciando l’ascoltatore sospeso in una zona grigia fatta di frustrazione, attesa e consumo compulsivo («‘Cause no fucker likes ya and no fucker cares / Yeah, I just buy stuff now / Talk about buying stuff when I’m out»). Nessuna catarsi, nessuna soluzione, solo la constatazione di un collasso lento e condiviso.
The Demise of Planet X non è un disco accomodante, né vuole esserlo. Sebbene possa far storcere il naso a qualche fan di vecchia data a causa della sua diversità, collocandosi fuori dall’ordinario risulta come uno dei lavori più completi e consapevoli degli Sleaford Mods. Questo perché riesce a rinnovare una formula apparentemente immutabile attraverso dettagli che si fanno sentire, a collaborazioni riuscite e a una scrittura più sfumata. Un album che, lontano dal ricercare i soliti consensi, conferma e amplifica una voce necessaria: scomoda, lucida e ostinatamente reale.

