Il rap brasiliano ha avuto inizio negli anni ’80 con la diffusione della cultura hip hop a São Paulo e a Rio de Janeiro. Come negli Stati Uniti, la consapevolezza e l’orgoglio black – dando priorità al soggetto maschile – sono sempre stati centrali al movimento. Si raccontavano le violenze dello Stato e della società, sviluppando al contempo strategie di sopravvivenza individuali o collettive. Per l’etnomusicologo Ricardo Teperman, in quel periodo la scena ha «intrapreso la sfida di inventare la propria tradizione», andando ben oltre la riproduzione di dinamiche estere.
Le prime raccolte dedicate al genere risalgono al 1988, e sono Hip Hop Cultura de Rua (Eldorado) e Consciência Black, Vol. I (Zimbabwe Records). Questi dischi hanno gettato le basi per l’Era d’Oro del rap brasiliano, come vengono chiamati gli anni ’90. L’ultimo, in particolare, è considerato un grande classico per aver fatto da esordio ai Racionais MC’s, tra i gruppi più conosciuti nella scena nazionale. Le donne ne facevano parte sin dall’inizio: all’interno dello stesso disco, Sharylaine – Sharon Line, nella grafia originale – partecipava col brano melodico Nossos Dias. Oggi, è considerata una delle fondatrici della cultura hip hop in Brasile.

Eppure, se nel decennio successivo il movimento è cresciuto e i rapper maschi si sono presi uno spazio maggiore, spesso in conflitto con altri settori della società brasiliana, le donne nere che contribuivano a questo sviluppo sono state messe ai margini dei margini. All’interno delle proprie comunità, la libertà d’espressione coltivata dalla street culture – o cultura de rua – non si estendeva a loro. In questo contesto è stata una donna bianca la prima a raggiungere il successo commerciale: Dina Di, del gruppo Visão de Rua, con testi che affrontavano la violenza di genere e di classe, così come le sue esperienze in carcere da giovane ragazza.
Il periodo iniziale della distribuzione musicale autonoma e decentralizzata tramite internet, a cavallo tra gli anni 2000 e i 2010, ha avuto un ruolo importante sia nella diffusione del rap in altre regioni, sia nell’affermarsi della presenza femminile all’interno della sottocultura. Se la cosiddetta Era d’Oro del rap maschile corrispondeva alla trasformazione del genere in prodotto commerciale e alla diffusione oltre i confini delle sue comunità, lo stesso processo ha dovuto aspettare quasi vent’anni per raggiungerle in misura significativa. Tra le pioniere di quella generazione, figure come Negra Li, Karol Conká e, successivamente, Flora Matos si sono ritrovate come eccezioni all’interno di una industria profondamente machista. Nel corso degli anni sono state spesso antagonizzate, dovendo lottare per crearsi degli spazi all’interno della sottocultura e del mercato.
L’ampia visibilità conquistata ha permesso a questa tipologia di artiste di moltiplicarsi. Tra le tematiche affrontate rientrano la sessualità femminile, la denuncia del razzismo genderizzato o misoginoir, l’affermazione della propria bellezza, l’esaltazione dell’amore tra persone nere e il piacere come forma di resistenza. Ma anche i soldi, il successo, i simboli di status e il corpo maschile come oggetto, come a specchiare il trattamento da sempre rivolto a loro stesse. Questa fetta è continuata a crescere all’interno dell’ormai ben stabilita scena rap, per poi cominciare a superarla e rivelarsi come qualcosa di parallelo, trovando autonomia nelle proprie motivazioni e manifestazioni artistiche.
Una serie di nomi, oggi ampiamente riconosciuti, è apparsa per la prima volta tra il 2019 e il 2022. Tra di essi, Tasha & Tracie sono gemelle di padre nigeriano e di madre brasiliana, che si definiscono “attiviste periferiche” e raccontano la propria ancestralità. D’altro lato, Slipmami incarna l’edonismo nei suoi brani a tratti assurdisti, in particolare nell’album Até aqui, Slip nos ajudou (2024). NandaTsunami approccia il desiderio e l’amore, alternandosi tra ironia e romanticismo, valendosi di generi diversi come il funk e l’afrobeats, oltre al rap. Invece Ajulliacosta prende una posizione stoica, in cui la sua integrità di fronte alle difficoltà viene esaltata assieme alla continua ricerca del cambiamento sociale e personale. In Fiel a mim, brano dell’album Novo Testamento (2025), ripete: «fedele a me stessa, fino in fondo».

Slipmami: foto di Italo Almeida
In verità non si può dire che queste artiste abbiano raggiunto il protagonismo nella scena rap brasiliana finché restano chiuse in sé stesse. I rapper maschi hanno più ascoltatori sulle piattaforme digitali, vengono accolti più spesso da label e agenzie e hanno più spazi nelle line up delle feste. La disparità di genere all’interno della scena si nota tuttora, in particolare nella sfera economica. Se il mercato di consumo del rap maschile era già ben stabilito da decenni e questo pubblico era spesso rimasto avverso all’inclusione femminile nel genere, d’altro canto i grandi numeri di donne nere dalle periferie che si specchiano e si identificano nel lavoro di queste artiste offrono una bassa conversione monetaria, essendo tra i gruppi economicamente più svantaggiati nel Paese.
Questo ha portato a una loro espansione capillare, attraversando classi sociali, appartenenze culturali e persino nazioni. Diventa più facile – e anche più desiderabile – venire riconosciute all’estero rispetto al farsi ascoltare da un pubblico conterraneo misogino. Ebony, che nel 2023 ha visto il suo lavoro Terapia nella lista dei 50 migliori album dell’anno secondo l’Associazione dei Critici d’Arte di São Paulo, ha in corso un tour europeo, che attraverserà otto paesi e quasi venti città. Ajulliacosta, invece, ha presentato su A Colors Show il brano Nasci pra ser lo scorso maggio. In modo affine, la proiezione nazionale di queste artiste raggiunge anche le classi medio-alte bianche, che pretendono di stabilire lo standard del buon gusto.
Se il rap in quanto prodotto commerciale si è affermato già negli anni ‘90, questo movimento culturale dal protagonismo femminile e nero favorisce un’altra trasformazione ancora. Come il jazz che, da espressione di resistenza e creatività black nelle periferie americane, è diventato un prodotto culturale per il consumo d’élite. Il capitale culturale generato da queste artiste è ampiamente desiderato, sia all’interno, sia all’esterno del Paese. La presenza di Duquesa, per esempio, insieme a un ensemble strumentale vestito ispirato ai Black Panthers su Tiny Desk Brasil, dimostra l’attuale disposizione della dualità Brasil/Brazil a reinventarsi sul piano identitario. La donna nera che racconta sé stessa, nei propri termini, agisce come simbolo di democratizzazione della cultura e delle risorse. Se effettivamente lo sia, sarà da scoprire.

