La Niña e okgiorgio: Flowers Festival come una sagra estiva del presente

Intendendolo con la più positiva delle accezioni, La Niña e okgiorgio al Flowers Festival hanno avuto il sapore delle sagre estive italiane, ma collocate nel qui e ora. Una tradizione liberata da inutili stereotipi, dove il popolare riacquista senso rispetto al presente
27 Giugno 2026

Sarebbe quasi superfluo, in questo momento delle loro carriere, parlare ancora di La Niña e okgiorgio come di proposte nuove o enfatizzare quali traiettorie artistiche e progettuali si stiano lasciando alle spalle. Questo perché, ormai, a parlare sono la risposta del pubblico e il battage critico entusiasta che entrambi stanno ricevendo da più di un paio d’anni. Due progetti molto differenti, che tuttavia hanno un inaspettato punto di contatto diventato estremamente percepibile durante la serata che li ha visti calcare il palco del Flowers Festival di Collegno. È il suono percussivo dei tamburi – quello che scandisce i ritmi e detta il tempo su cui ballare – ad accomunare le due performance. Prospettive diverse che si incontrano su un terreno comune, radicato nella cultura italiana e nelle sue tradizioni estive più genuine e popolari.

Ad aprire le danze sono state le tammurriate di La Niña che, attraverso l’uso dell’elettronica e dell’effettistica applicata alla sua – già di per sé evocativa – voce, ha trasportato il pubblico in un mondo ibrido. Un microcosmo in cui il canto tradizionale ha trovato una perfetta collocazione nella contemporaneità. Non più il simulacro di un Sud Italia stereotipato e decontestualizzato – operazione vista in certi discutibilissimi tentativi commerciali –, ma la presa di coscienza che ciò che ha segnato un territorio appartiene innanzitutto a chi lo vive ogni giorno, e non a chi lo attraversa fugacemente o lo sfrutta. Il compito della cantautrice e dei musicisti che l’accompagnano è quello di rivendicare una posizione politica e culturale inserendola in un contesto autenticamente popolare. Nobilitare una tradizione spesso associata a circuiti locali e pro loco, restituendole dignità storica attraverso una veste sonora compatibile con il presente.

Subito dopo è stato il turno di okgiorgio, salito sul palco con il suo nuovo live in trio supportato da una doppia batteria acustica. Quella dell’artista bergamasco è una dimensione elettroacustica di altissimo livello, in cui chitarre, ukulele e sintetizzatori dialogano fluidamente mentre drum machine e percussioni reali scandiscono le battute su cui muoversi. Il suo set si configura come un vero e proprio ponte tra i grandi festival dance internazionali e le feste di paese, una via di mezzo tra il concerto e il dj set in cui Giorgio agisce da direttore consapevole di un’eredità che vuole geolocalizzare e radicare strettamente nel proprio paese d’origine. In questo senso la scelta di riportare la questione dal vivo a un scandire i ritmi usando strumenti acustici è forse il dato più interessante: quello che scardina preconcetti e porta il pubblico a sentire un inaspettato breakdown mentre i loop vocali parlavano delle fatidiche scintille negli occhi che hanno reso famoso okgiorgio.

In questa staffetta sonora, il Parco della Certosa Reale si è trasformato nello spazio ideale per una nuova forma di rito collettivo. Se La Niña ha decostruito la tammurriata per restituirle una viscerale urgenza urbana, okgiorgio ha preso gli stilemi del clubbing e della club culture e li ha spogliati di ogni freddezza cerebrale, restituendo loro una dimensione comunitaria, quasi analogica. A riprova di questa unione, l’inaspettata collaborazione tra i due progetti durante il concerto del secondo: La Niña ha recitato un passo de Il Racconto dei Racconti di Cesare Basile su un tappeto elettronico steso da Giorgio e i suoi, unendo i due mondi definitivamente. Il Flowers Festival ha così tenuto a battesimo un manifesto estetico chiarissimo: la Sagra 2.0 non ha bisogno di nostalgia passatista per esistere. Al contrario, si nutre di una memoria che pulsa, balla e si rigenera, dimostrando che la musica più interessante di oggi è quella capace di guardare alle proprie radici senza restarne imprigionata, ma usandole come trampolino per ridefinire il suono del domani.