Pioggia in Downtown Manhattan. Molta pioggia. Mi sto dirigendo verso Pianos, famosa venue per concerti del Lower East Side che ha conservato ancora l’insegna della precedente bottega che ne occupava un tempo i locali. Entro e cerco di farmi strada in mezzo al rumore e alla ressa, fiammate di luci rosse e bancone del bar pieno di gente. Scorgo Nico (Malvaldi, il nostro fotografo in missione a New York) che per fortuna ha ritirato il press pass per me: ci siamo, siamo ufficialmente dentro al New Colossus Festival.
Questo racconto sarà accompagnato proprio dalle sue fotografie, che restituiscono uno sguardo personale sull’underground newyorkese. I suoi scatti in bianco e nero lavorano su contrasti netti, sensuali e materici, dove luci e ombre modellano corpi e ambienti fortemente plastici e sfrontati. Come scriveva Sándor Márai ne Le braci, i dettagli fissano la materia dei ricordi ed è in questi dettagli intimi e concreti che Nico imprime l’energia cruda dei club e della scena indipendente, restituita al pubblico nella sua pubblicazione periodica cartacea MANI, rock zine che racconta la notte newyorkese.
Giunto alla sua settima edizione, il New Colossus può essere un nome relativamente sconosciuto in Italia, ma indubbiamente noto negli Stati Uniti e in particolare sulla scena newyorkese. Il festival, fondato da Steven Matrick, Lio Kanine e Mike Bell, intende presentarsi come piattaforma per band indipendenti provenienti da tutto il mondo alla ricerca di nuovi partner e collaborazioni. Il nome stesso dell’evento rende omaggio a New York City e nasce dalla storica vocazione della città ad accogliere persone provenienti da ogni dove ispirandosi al sonetto The New Colossus, scritto nel 1883 da Emma Lazarus. I versi di questa poesia, incisi sulla Statua della Libertà, trasmettono un messaggio ancora oggi molto significativo: ricordano quanto sia fondamentale preservare New York come uno spazio aperto alla creatività artistica e come un punto d’incontro per artisti internazionali.

L’evento, che quest’anno si è svolto dal 3 all’8 marzo, si struttura in una serie di showcase che hanno visto protagoniste 190 band. Gli showcase si sono tenuti in 12 luoghi fondamentali della scena musicale del Lower East Side (LES), tutti a una manciata di minuti a piedi l’uno dall’altro, tra cui Arlene’s Grocery – venue che sorge nei locali di una ex bodega portoricana in Stanton Street di cui si è cercato di conservare l’espetto e l’atmosfera – e lo storico Niagara, locale che qualcuno forse ricorderà come A7, ossia la mecca dell’hardcore newyorkese dei primi anni ’80 situato nell’infamous-now-famous Alphabet City.
La scelta di tenere il festival nel Lower East Side non è casuale: gli organizzatori hanno valutato pro e contro di scegliere Manhattan rispetto a zone non solo con prezzi più competitivi ma anche più legate all’underground contemporaneo come Bushwick (per quanto Bushwick, ad esempio, non avrebbe offerto la prossimità tra i locali che il LES invece offre). È vero che la scena musicale locale si è progressivamente spostata nel corso dei decenni, partendo dal Greenwich Village per poi muoversi nel LES, a Williamsburg, a Bushwick e ora Ridgewood, ma il LES ha ancora un valore storico e simbolico importante perché rappresenta la culla del punk, dell’hardcore e della no wave newyorkesi che hanno poi valicato i confini della Downtown per arrivare in tutto il mondo.
Non è difficile capire perché il New Colossus stia diventando uno degli appuntamenti più interessanti della scena indipendente internazionale. Il festival funziona infatti come una vera e propria piattaforma di lancio per artisti emergenti, molti dei quali arrivano a New York per presentare per la prima volta la propria musica al pubblico e all’industria statunitense. Allo stesso tempo contribuisce a rafforzare l’identità culturale della città, riportando la musica dal vivo nei piccoli club che hanno fatto la storia del Lower East Side. La presenza di panel, workshop e momenti di networking trasforma inoltre l’evento in uno spazio di incontro tra musicisti, etichette, promoter e addetti ai lavori, favorendo collaborazioni e nuove opportunità professionali. In un panorama dominato da grandi festival e logiche commerciali, il Colossus continua invece a sostenere la cultura indipendente, dando spazio a generi e artisti fuori dai circuiti mainstream.
Il programma è densissimo e i live iniziano presto: gli showcase sono organizzati non solo dai partner o dalle label, ma anche in base al genere musicale, per favorire una più ampia partecipazione di pubblico che potrebbe avere interesse ad assistere a un evento compattamente punk o darkwave, e anche per favorire il networking tra band con progetti musicali simili. È infatti questo uno degli aspetti più apprezzati dalle band che partecipano al New Colossus: ho avuto modo di fare due chiacchiere con Nico della band berlinese Bed, il quale non solo mi ha raccontato di essere a New York per la prima volta, ma di apprezzare moltissimo il format diffuso e aggregativo promosso dagli organizzatori. I generi rappresentati nel programma del Colossus sono diversi, ma tutti legati al mondo dell’indie/rock, con un interessante taglio post-punk.
Alla programmazione strettamente musicale, gli organizzatori hanno deciso di affiancare anche masterclass e panel tematici. Particolarmente interessante è stato il talk organizzato il 5 marzo al Baker Falls, diviso in 5 diversi panel dedicati rispettivamente alla scena musicale di New York, a quella londinese e a quella berlinese, un quarto panel sulle sfide di gestire oggi un’etichetta indipendente e un’ultima sessione dedicata a strategie digitali e marketing con esperti del settore. Nel panel dedicato alla scena locale sono intervenuti – oltre allo stesso Matrick – anche tre amici di Polvere: Sam Sumpter – autrice, manager, booker e promoter, oltre che fondatrice del progetto Bands do BK –; Ozzie, fondatore dell’iconico Showbrain, format che porta la musica DIY nei parchi newyorkesi rendendola accessibile a tutti; Jessie Dye, musicista e talent buyer per la venue Sleepwalk, e Alisa Ali, radio WFUV.
Come ha sottolineato Jessie, la scena newyorkese è spiccatamente community-based per cui molto spesso può capitare di ingaggiare band conosciute durante un concerto in casa, un concerto al parco o su consiglio di un’altra persona del settore, e l’approccio avviene sempre dal vivo per cui – nonostante questa sia una città enorme e tentacolare – la dimensione umana e relazionale in real life è fondamentale per far conoscere la propria musica, conoscere nuovi talenti e creare connessioni che sono il vero sistema nervoso che dà impulso alla scena locale.

Tanti poi gli showcase in agenda e, tra i vari a cui si è assistito, particolarmente d’impatto è stato quello promosso dall’8MM Bar, storica venue berlinese e cuore pulsante della scena punk rock underground della capitale tedesca. Lo show si è svolto il 6 marzo nel seminterrato del Berlin NYC, un piccolo club dal mood decadente con voluttuose tende di velluto e un piccolo palco intimo leggermente sopraelevato che ricorda i vecchi cabaret anni ’30. Le band in line-up provenivano tutte dalla scena berlinese e hanno portato in scena un suono sporco e violentemente dark, in particolare Die Anstalt e Sexverbot. I Bed (sotto contratto con la Bretford Records, una delle etichette protagoniste del talk del 5 marzo, assieme a Sexverbot e – nota a margine – anche la fantastica Sam Quealy) hanno aperto – magistralmente, direi – lo show con uno shoegaze queer innervato di postpunk, tensione sessuale e nostalgia. A seguire il pop di J Mahon e lo spaghetti western synth punk dei Die Anstalt, che hanno infiammato il palco e sono stati richiamati a furor di popolo sul palco per un encore. Lo show si è chiuso con il punk quasi accademico dei Sexverbot, che hanno portato on stage testi densi legati ad autodistruzione, isolamento sociale, cementificazione e crollo delle promesse capitaliste.
Quando siamo usciti dal Berlin NYC era ormai notte fonda. Fuori continuava a piovere e le luci dei neon del Lower East Side si riflettevano sull’asfalto bagnato mentre le persone si spostavano da un locale all’altro, da uno show all’altro. È forse proprio in questo continuo movimento – tra piccoli club, scale strette, palchi minuscoli e chiacchiere al bancone del bar – che si è colto il vero spirito del New Colossus Festival: non un grande evento centralizzato, ma una costellazione di incontri, scoperte e connessioni che per qualche giorno ha attraversato il cuore della Downtown. In una città che cambia costantemente volto, il festival ha ricordato che la musica indipendente a New York continua a vivere soprattutto così: dal vivo, a pochi metri dal palco.

























