La malinconia con le spalle basse: appunti per un live di Mac DeMarco

Dal vivo Mac DeMarco sembra sapere che i suoi brani funzionano meglio quando lasciano aria intorno. Le lascia respirare tra gioco, disarmo e tenerezza: una malinconia con le spalle basse, più vicina a un sorriso storto che a una confessione. Il racconto del live di Bologna al Sequoie Music Park
29 Giugno 2026

La musica di Mac DeMarco sembra spesso provenire da una stanza in cui qualcuno ha dimenticato di spegnere l’estate. C’è una luce tiepida, quasi consumata, una promessa di svago che arriva sempre un attimo dopo la sua stessa fine. Le chitarre ondeggiano, la voce non forza mai davvero, le melodie sorridono di lato. Ma sotto quella superficie rilassata, sotto l’indolenza diventata ormai grammatica, continua a muoversi una malinconia senza enfasi, più vicina alla stanchezza che alla ferita: una malinconia che non esclude il sorriso, anzi sembra averne bisogno per non irrigidirsi.

È questa malinconia a bassa pressione che un suo live è chiamato a rendere visibile senza tradirla. Il rischio, con Mac DeMarco, è sempre quello di fermarsi alla maschera: l’aria da eterno fuori posto, il cazzeggio come metodo, la simpatia da scappato di casa. Ma la sua forza sta altrove, nel modo in cui riesce a far convivere la resa e il sorriso, il disarmo e la familiarità, il sentimento e la sua immediata sabotatura. Non perché tutto, nella sua musica, debba essere ricondotto alla tristezza: al contrario, perché la tristezza non prende mai tutto lo spazio. Viene attraversata dal gioco, dalla mollezza del groove, da una comicità che impedisce alle canzoni di chiudersi su sé stesse.

Dal vivo, questa ambiguità diventa una domanda di presenza. Mac DeMarco non è un frontman nel senso classico, né un cantautore confessionale e nemmeno una figura costruita sull’intensità come prova di autenticità. Si muove piuttosto in una zona laterale: quella di chi depotenzia il proprio carisma prima che diventi troppo solenne, di chi lascia che la canzone esista senza circondarla di una liturgia.

A Bologna, dentro la cornice del Sequoie Music Park, questa postura appare subito come una forma di abbassamento. Prima di lui, Otto Benson, musicista e produttore passato attraverso l’alias Memo Boy, arriva da un’altra traiettoria, viaggiando tra derive ambient, forme oblique di pop e fragilità lo-fi.

Quando Mac DeMarco arriva sul palco, questa soglia si trasforma in una domanda di presenza. Entra senza trasformare l’inizio in una dichiarazione d’intenti, come se anche l’apparizione dovesse restare un gesto laterale. Non c’è la costruzione di un’epica, né la necessità di trasformare ogni passaggio in un segnale. C’è piuttosto un modo di stare sul palco che sembra procedere per sottrazione: una relazione con la band più vicina alla confidenza che alla regia, una presenza che non occupa tutto lo spazio ma lo lascia respirare.

Questa forma di sottrazione non va confusa con una mancanza di intensità. Al contrario, è proprio perché non forza quasi mai il sentimento che la sua musica riesce a trattenerlo più a lungo. La tristezza, nelle canzoni di Mac DeMarco, non arriva come un picco ma come una temperatura: resta nell’aria, si deposita sulle superfici, modifica appena il modo in cui le cose appaiono. Non chiede di essere attraversata, né superata. Chiede semmai di essere abitata con una certa morbidezza, come si abita un pomeriggio troppo lungo o una stanza in cui si è rimasti più del previsto.

Dentro il live, il repertorio non funziona come archivio nostalgico dell’indie anni ’10, ma come un catalogo di modi diversi per abbassare il peso del sentimento. La traiettoria che attraversa 2, Salad Days, This Old Dog e gli altri lavori in studio non appare allora come una semplice sequenza di fasi, ma come il progressivo affinamento di una stessa postura: rendere la tristezza più maneggevole, più obliqua e meno incline alla dichiarazione.

I brani in scaletta non servono a segnare i momenti obbligati della serata, ma funzionano come variazioni della stessa inclinazione. In My Kind of Woman il romanticismo sembra già incrinato mentre si offre; in One More Love Song la ballata diventa quasi un piccolo esercizio di resa; in Heart to Heart l’intimità non ha bisogno di intensificarsi per arrivare, perché resta sospesa in una prossimità semplice, quasi quotidiana.

Ridurre Mac DeMarco alla sua vena malinconica, però, significherebbe perdere metà del meccanismo. Nei suoi brani c’è sempre anche un piacere elementare della superficie: il riff che si lascia ricordare senza chiedere attenzione, il basso che ammorbidisce gli angoli, la batteria che tiene tutto in una forma di svago controllato. La sua musica non è solo ripiegamento; è anche andatura, sorriso, temperatura corporea. Una leggerezza non decorativa, perché non cancella ciò che pesa, ma gli impedisce di diventare destino.

La malinconia di Mac DeMarco funziona così: non per accumulo drammatico, ma per piccoli cedimenti. Una chitarra che sembra piegarsi ai bordi, una voce che non cerca mai davvero il centro della frase, un tempo medio che non spinge e non arretra. È una musica che raramente precipita. Preferisce galleggiare. E in questo galleggiamento trova una precisione strana, quasi antieroica: il dolore non viene superato, viene portato con meno rigidità.

Anche l’ironia non è mai soltanto una fuga. Mac DeMarco la usa come un modo per impedire all’emozione di diventare troppo monumentale. I continui ringraziamenti e le risposte ai cori in suo nome possono sembrare un elemento di disturbo, ma finiscono per proteggere il nucleo fragile delle canzoni: lo inclina, lo rende meno esibibile, meno puro, e proprio per questo più credibile.

Il pubblico risponde a questa grammatica senza bisogno di trasformarsi in comunità solenne. Non c’è, o almeno non sembra esserci, la compattezza rituale dei concerti costruiti sull’identificazione piena. C’è qualcosa di più morbido e meno dichiarato: una compagnia non invasiva. Persone che conoscono le canzoni, che magari le cantano, ma senza trasformare il canto in prova di appartenenza. Corpi che ondeggiano più che esplodere. Una familiarità diffusa, laterale, come se il concerto funzionasse come convivenza temporanea e non come rito collettivo.

La parte più riuscita del live sta allora proprio in questa sospensione: nel non diventare mai del tutto festa, né confessione, né esercizio nostalgico. Mac DeMarco tiene insieme elementi che altrove finirebbero per escludersi: il disincanto e la tenerezza, la sciatteria e la precisione, l’abbandono e il controllo. Ed è tra le note di 20191009 I Like Her che questa tensione diventa più chiara: la canzone si apre, il pubblico la riconosce, ma qualcosa continua a trattenerla da una piena emotiva. Non esplode, resta in bilico. Ed è proprio lì che funziona.

Quando il concerto si avvicina alla conclusione, dopo una cover inaspettata di Human Nature di Michael Jackson quello che resta non è l’impressione di aver assistito a una rivelazione, ma a una modulazione. Una piccola variazione della temperatura emotiva: il pubblico non esce trasformato, e forse non era quello il punto. Esce piuttosto da uno spazio in cui la tristezza è stata resa più abitabile, meno verticale, meno bisognosa di spiegazioni.

Alla fine, mentre il pubblico defluisce lentamente verso l’uscita del parco, il concerto sembra continuare nella sua forma più coerente: non come eco, ma come una malinconia che sfiora come una brezza. Qualcuno, uscendo, canticchia ancora Chamber of Reflection, e in quella melodia rimasta a mezza voce c’è forse il modo più esatto in cui Mac DeMarco sta dentro le sue canzoni, lasciando che continuino per inerzia, leggere e appena storte.

La malinconia, alla fine, resta lì. Ma non vince mai del tutto: tiene le spalle basse proprio perché accanto ha ancora qualcosa che assomiglia a un sorriso.