Il venerdì dei Fontaines D.C.

Un venerdì in cui la musica dei Fontaines D.C. si muove in più direzioni: da una parte la presenza nella colonna sonora di Peaky Blinders, dall’altra la partecipazione alla compilation Help (2). Due uscite che raccontano anche l’evoluzione della band e della voce di Grian Chatten, ormai oltre i confini di Dublino
6 Marzo 2026

Non sempre una band resta confinata dentro il proprio nome. A volte la sua voce comincia a muoversi altrove, attraverso i suoi membri, in altre storie. È in questi spostamenti che l’identità di un gruppo si rivela davvero, quando il suono che lo ha generato continua a propagarsi anche fuori dal suo perimetro. È quello che accade ai Fontaines D.C. quando, nello stesso giorno, la loro presenza si divide tra due contesti molto diversi: da una parte l’ingresso di alcuni membri della band nella colonna sonora di Peaky Blinders, dove compaiono il chitarrista Carlos O’Connell e il batterista Tom Coll accanto alla voce di Grian Chatten; dall’altra lo stesso Chatten insieme al gruppo dentro Help (2), la compilation collettiva dedicata ai bambini coinvolti nelle guerre. Non è soltanto una coincidenza discografica, ma il momento in cui il gruppo e le sue traiettorie individuali emergono nello stesso tempo.

La relazione tra i Fontaines D.C. e l’universo di Peaky Blinders non nasce da una semplice affinità estetica. Fin dalle prime stagioni, la serie ha costruito il proprio paesaggio sonoro attraverso un anacronismo deliberato: rock contemporaneo che irrompe nella Birmingham industriale del primo Novecento. Nick Cave, PJ Harvey, Arctic Monkeys: musiche che non appartengono a quell’epoca ma che riescono a evocare la stessa tensione di violenza, ambizione e malinconia. Il clangore delle fabbriche e delle rotaie sembra quasi continuare dentro le chitarre.

In questo scenario l’ingresso di Grian Chatten appare meno come una sorpresa e più come una naturale evoluzione. La sua voce – fragile, nervosa, sempre sul punto di incrinarsi – attraversa la soundtrack con diversi contributi, tra cui il brano Puppet, scritto insieme ai compositori Antony Genn e Martin Slattery, e una versione di Angel dei Massive Attack. Accanto a lui compare anche il gruppo folk irlandese Lankum in Hunting the Wren, un incontro che rende ancora più evidente il filo culturale che collega l’immaginario della serie alla tradizione irlandese da cui provengono i Fontaines.

C’è qualcosa di quasi simbolico in questo passaggio. Una band nata nei pub di Dublino si ritrova a dialogare con una narrazione ambientata nella Birmingham dei primi del Novecento, città segnata da migrazioni, conflitti sociali e identità sovrapposte. Non è soltanto una questione musicale: è una forma di ritorno culturale, come se quella voce irlandese trovasse un nuovo contesto in cui esistere.

La presenza di Chatten nella colonna sonora introduce un’altra dimensione: quella della voce individuale che si separa dal corpo della band. Negli ultimi anni il cantante ha già mostrato questa traiettoria nel suo lavoro solista. La voce che normalmente guida i Fontaines entra in una narrazione che non le appartiene, dimostrando quanto l’identità del gruppo possa sopravvivere anche quando si frammenta.

Il progetto Help (2) spinge questa dispersione ancora più lontano. La compilation, organizzata da War Child, riunisce decine di artisti con l’obiettivo di raccogliere fondi per i bambini coinvolti nelle guerre contemporanee. Qui la musica smette di essere soltanto racconto o atmosfera e diventa gesto collettivo. In questo contesto Grian Chatten compare nel brano Flag, realizzato insieme a Damon Albarn e Kae Tempest, mentre i Fontaines contribuiscono con una rilettura di Black Boys on Mopeds di Sinéad O’Connor.

La scelta non è casuale. Il brano di Sinéad O’Connor porta con sé una storia di rabbia politica e vulnerabilità personale, una tensione che ha sempre attraversato anche la musica dei Fontaines. Inserirlo in una compilation destinata ai bambini colpiti dalle guerre significa spostare quella tensione dentro un orizzonte più ampio, dove la musica smette di essere solo espressione artistica e diventa presenza.

A guardarlo da vicino, questo passaggio non appare nemmeno così improvviso. Fin dall’inizio i Fontaines D.C. hanno costruito la propria identità attraverso una trasformazione costante. Dogrel era un disco profondamente radicato in un luogo preciso – Dublino, le sue strade, i suoi pub – raccontato con l’urgenza quasi documentaria di chi li attraversa ogni giorno. Con A Hero’s Death quella geografia cominciava già a incrinarsi: la rabbia urbana lasciava spazio a una stanchezza più introspettiva. Skinty Fia ha poi trasformato quel movimento in una riflessione identitaria più esplicita, segnata dall’esperienza dell’emigrazione e da un senso di sradicamento che attraversava il suono stesso della band.

In questo percorso si inserisce anche Chaos for the Fly, il disco solista di Grian Chatten. Non una fuga dal gruppo, ma una deviazione momentanea: la possibilità per quella voce di muoversi da sola, di esplorare una vulnerabilità più fragile e quasi spogliata dell’energia collettiva dei Fontaines. Quando la band torna con Romance, il cambiamento appare ormai compiuto. Il suono si apre a un immaginario più atmosferico e quasi cinematografico, meno legato a un luogo preciso e più capace di abitare paesaggi emotivi diversi.

È forse qui che il venerdì dei Fontaines D.C. smette di apparire come una semplice coincidenza discografica. Nello stesso momento la band esiste in più forme: come gruppo, come insieme di traiettorie individuali e come parte di una comunità musicale più ampia. Se Dogrel era ancora un disco profondamente ancorato a un luogo, i lavori successivi hanno lentamente spinto quella voce fuori dai confini della città che l’aveva generata. La musica dei Fontaines ha progressivamente smesso di appartenere a un solo spazio, iniziando a muoversi tra paesaggi emotivi, narrazioni culturali e progetti collettivi.

Visto da questa prospettiva, il venerdì dei Fontaines D.C. non rappresenta un’eccezione ma una conseguenza naturale. La band continua a nascere dallo stesso nucleo emotivo – la tensione tra fragilità e furia che attraversa la voce di Chatten e le chitarre – ma quella tensione ora si muove in direzioni diverse. Attraversa una narrazione televisiva, entra in una collaborazione collettiva, ritorna nel circuito della musica pubblicata. Forse è proprio questo che rende interessante questo momento: il modo in cui una band possa restare riconoscibile anche mentre la sua musica smette di abitare un solo luogo. I Fontaines D.C. non sembrano tanto cambiare forma quanto cambiare scala. La loro voce continua a nascere nello stesso punto, ma ormai si propaga oltre il perimetro del gruppo trovando nuovi spazi in cui risuonare.