Il canto dei fiumi, del vento, degli animali, dettato dal ritmo del galoppo: il throat singing centro-asiatico ha come culla i Monti Altai-Saiani e le sue zone circostanti ed è parte integrante della cultura di diverse popolazioni turciche in Siberia, Mongolia e nella Mongolia Interna cinese. In particolare, questa tradizione musicale ha delle forti connessioni con la repubblica russa di Tuva, nella Siberia centromeridionale. Tra le steppe e i monti, i tuvani praticano il pastoralismo mobile, portando avanti uno stile di vita profondamente connesso ai cicli naturali.
Detto xöömei in tuvano e höömii in mongolo, il canto diafonico tuvano parte dall’ascolto verso la natura, contestualizzato dalle pratiche spirituali animiste radicate nella regione. Per xöömei si può intendere sia il complesso di tecniche e di tradizioni, sia una tecnica specifica con caratteristiche più morbide. A quella si aggiungono il sygyt – che evoca il fischiettare degli uccelli – e il kargylar – una tecnica più profonda e gutturale –, oltre a diverse altre in base al metodo di classificazione.
Alle sue radici, il xöömei è una pratica solitaria legata al lavoro pastorale e al rapporto con l’ambiente naturale, la cui pratica professionale si è costruita nel corso del ventesimo secolo. Questo processo è stato portato avanti da attori sociali tuvani, ma riguarda anche le politiche folcloristiche dell’Unione Sovietica e successivamente l’interesse internazionale, con la spinta esotizzante dell’industria musicale occidentale, come spiega Robert Olive Beahrs nel suo lavoro etnografico Post-Soviet Tuvan Throat Singing (Xöömei) and the Circulation of Nomadic Sensibility.
Alcuni nomi sono importanti per lo sviluppo del xöömei contemporaneo, con traiettorie molto distinte tra di loro. Kongar-ol Ondar è forse quello più riconosciuto in patria e internazionalmente: è stato il fondatore del Tuva Ensemble, che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 ha suonato più volte in diversi Paesi dell’Asia Centrale, dell’Europa e del Nord America. In una di queste occasioni ha conosciuto Paul Pena, un artista blues americano di origini capoverdiane, che aveva imparato in maniera autodidatta il throat singing tuvano. Ondar l’ha invitato a Tuva per una collaborazione, che ha preso la forma dell’album Genghis Blues (1996) e del documentario omonimo, uscito nel 1999.
In quegli anni, infatti, cominciava a formarsi una comunità internazionale di entusiasti e praticanti del canto diafonico tuvano. Se da un lato alla tradizione locale si sono aggiunti elementi esteri, anche il processo di esportazione delle tecniche, dei suoni e dei simboli associati al throat singing si è sviluppato in modi diversi. Tra i musicisti che si sono interessati a queste sonorità c’è stato Frank Zappa, che nel 1993 ha invitato a una jam session due membri degli Huun-Huur-Tu –Kaigal-ool Khovalyg e Anatoli Kuular –, Kongar-ol Ondar, insieme agli irlandesi Chieftans e Johnny «Guitar» Watson.
Gli Huun-Huur-Tu, attivi dal 1992, sono un ensemble di grande rilevanza, a cui ha partecipato Albert Kozevin durante il suo primo anno di attività. Kozevin ne è uscito per dedicarsi al suo progetto dal nome Yat-Kha, dedicato a fusioni tra rock, folk, musica elettronica e tradizione tuvana. Con album come Yenisei Punk (1995) e Tuva.Rock (2003) ha gettato le fondamenta per il genere del rock tuvano, con ampia influenza sugli artisti arrivati dopo, sia in patria, sia in Mongolia e Mongolia Interna.
Mentre il xöömei viaggiava per il mondo, Vladimir Oiun Oidupaa suonava in prigionia. Essendosi convertito al cristianesimo all’interno dei campi di lavoro forzato, ha registrato nel 1999 l’album Divine Music From Jail. Suonava la bayan, una fisarmonica a bottoni russa, mentre cantava il kargylar in uno stile del tutto suo, creando una musica gospel che sembra contenere il divino in ogni suo frammento. È stato riconosciuto da musicologi e istituzioni tuvane per il suo contributo solamente in vecchiaia.
Storicamente, le donne sono state escluse da questa pratica culturale e artistica: secondo la credenza popolare, infatti, questa avrebbe impattato negativamente sulla loro fertilità. Choduraa Tumat è tra le pioniere del genere e ha creato nel 1998 l’ensemble Tyva Kyzy – le sorelle di Tuva – che si esibisce con ogni tipologia di canto diafonico tuvano oltre a insegnarlo a donne e ragazze. Con formazioni diverse nel corso degli anni, le Tyva Kyzy hanno contribuito allo sviluppo del canto tradizionale femminile in patria, portandolo anche nel mondo e facendosi ascoltare in diversi Paesi.
Spostandoci in direzione nordovest, nel territorio di Krasnojarks, la maggioranza femminile all’interno del gruppo ethno fusion Otyken assume connotazioni diverse. Attivo dal 2015, il progetto è stato fondato e viene gestito da Andrey Chernetsov, appartenente alla maggioranza etnica russa e non a uno dei popoli indigeni siberiani rappresentati. Otyken combina stili musicali, lingue e abiti tradizionali di diverse etnie locali — tra cui tuvani, chakassi, ket, selcopi e chulym — integrandoli con elementi di musica elettronica, metal e rock. Gli artisti coinvolti sono indigeni, ma le loro specifiche appartenenze etniche non vengono rese pubbliche, e nel corso di circa dieci anni il gruppo ha visto avvicendarsi una ventina di membri. In un video dietro le quinte pubblicato il 3 gennaio 2025, Chernetsov racconta alcune scelte artistiche e organizzative, tra cui l’inserimento di un uomo per l’uso del xöömei. Nel suo complesso, Otyken si presenta come un progetto fortemente controllato dall’esterno, in cui identità, corpi e tradizioni indigene vengono selezionati, mescolati e messi in scena secondo una logica estetizzante. In questo senso, più che valorizzazione culturale, emerge una dinamica di oggettificazione, in cui l’indigenità diventa un elemento esotico da consumare, all’interno di un rapporto di potere segnato anche da una linea di divisione razziale. Parlando della selezione delle donne, Chernetsov ha dichiarato al giornale NGS24di adottare criteri che vanno oltre il talento musicale — che attribuisce in modo essenzialista ai popoli siberiani — privilegiando caratteristiche fisiche precise: bellezza, alta statura, capelli neri e folti, carnagione scura. I testi dei brani vengono scritti dallo stesso manager e si ispirano a pratiche di vita e tradizioni indigene che vengono però rielaborate e semplificate, per poi essere interpretate da performer scelte dall’alto. Ne emerge un quadro di sfruttamento sia simbolico sia materiale delle culture autoctone siberiane, così come delle persone coinvolte nel progetto. Queste dinamiche contribuiscono inoltre a consolidare stereotipi razziali e di genere, inserendosi in una storia più ampia di dominazione e discriminazione esercitata dalla maggioranza russa nei confronti di questi popoli.
Voltando lo sguardo verso la Mongolia, si trovano altri esempi di fusione del canto diafonico e strumenti tradizionali come il morin khuur – il violino a testa di cavallo – a generi provenienti dal Nord America o dall’Europa. Dal 2002, gli Altan Urag mischiano il rock a sonorità più caratteristiche di un ensemble tradizionale, in linea con il lavoro degli Huun-Huur-Tu e degli Yat-Kha a Tuva. Con taglio più internazionale, il gruppofolk metal The Hu, formatosi a Ulan Batar nel 2016, è diventato virale online intorno al 2018-2019, come anche gli Otyken.
In una fase di ulteriore fusione e dalla natura più effimera in quanto dettata dai social, un giovane della diaspora mongola negli Stati Uniti, Erklen, ha cominciato nel 2025 a fare cover che spaziano da Clairo ai Rammstein, in cui ripropone i brani facendo uso del höömii e dei diversi strumenti della sua tradizione.
È, dunque, grazie a questi artisti che quell’interesse internazionale verso il xöömei tuvano e il höömii mongolo, molto forte negli anni ’80 e ’90, si è rinnovato per andare oltre alla categoria di musica di nicchia.

