A Torino la primavera arriva d’improvviso e svanisce altrettanto in fretta: ricopre di luce calda le sponde del Po per poi scagliare, subito dopo, la grandine. Torna, scappa nuovamente e si ferma solo quando ormai è giugno inoltrato. Maggio è sempre stato un mese di contrasti meteorologici in città, tensioni che in questa manciata di giorni del 2026 si sono fatte particolarmente accentuate. In questo quadro – fatto di continui cambi d’abito e frustrazione – ieri, intorno al tramonto, è stato possibile assistere alla sonorizzazione di tale contrasto. Il concerto organizzato ai Magazzini sul Po da Fakedathura, con protagonista la cantautrice irlandese Maria Somerville accompagnata in apertura dal minimalismo folk di Nino Gvilia, è stato a tutti gli effetti una lettura e una riscrittura di questo fenomeno.
Fuori filtravano gli ultimi cenni di un sole domenicale, leggermente velato da nuvole minacciose ma mai portatrici di pioggia. Dentro si tracciava un percorso sonoro crepuscolare, rarefatto, capace di disegnare paesaggi indefiniti eppure riconoscibili. La luce che entrava dai finestroni posti alle spalle del pubblico, mutando la rifrazione e l’intensità dei fari sul palco, si scontrava con il suono e la performance. Il risultato è stato una sospensione disorientante ma calma e accogliente: un terzo ambiente ibrido, nato dall’incontro tra i due mondi, che si è posizionato esattamente in mezzo al pubblico.
Ad aprire le danze sono state le esplorazioni tra folk e sperimentazione vocale di Nino Gvilia, che hanno creato la base ideale su cui la platea ha potuto adagiarsi in attesa dell’headliner. Tra armonium, gesti minimi, chitarra acustica, stratificazioni vocali e persino un mangiacassette, il personaggio immaginario protagonista del progetto di Giulia Deval si è mosso con pochi movimenti, essenziali alla realizzazione sonora. Il suo è un tratteggio minimo e dilatato che si compone sovrapponendo elementi senza mai forzarli, preferendo una stratificazione graduale in cui è la voce a fungere da collante.
Registrazioni di interviste riprodotte da un nastro, loop vocali dove Nino ha alternato intonazioni per creare armonie polifoniche come se la sua gola potesse diventare un’orchestra. Particolarmente significativo di questo processo è il brano Dirty is Just What Has Boundaries, tratto dal suo ultimo EP Overwhelmed by the Unexpleained: piccolissimi movimenti ondulatori delle mani, mentre il corpo si distanziava e avvicinava al microfono per aggiungere la texture più adatta alla specifica voce che veniva registrata in quel momento.
È arrivato poi il momento di Maria Somerville, con il pubblico che è sfilato nuovamente in sala dopo una breve pausa di riconnessione con il sole. Immediatamente si è ripristinata quell’atmosfera opaca e sospesa, ancor più segnata dal contrasto. Lo shoegaze etereo dell’irlandese ha proiettato echi di brughiere e paesaggi senza nome, ma perfettamente collocabili nell’immaginario collettivo. Chitarre sgranate che fluttuavano su droni elettronici sotterranei, linee di basso impastate nel riverbero e filtri analogici capaci di curvare le frequenze fino a renderle liquide.
Somerville e la sua band si sono esibiti alternando accordi aperti a improvvisi vuoti sonori, dove il silenzio della sala diventava parte integrante della traccia. Le canzoni di Luster, acclamato album del 2025, hanno trovato dal vivo una dimensione organica e pulsante, amplificata da tocchi impercettibili sulle manopole degli effetti che dilatavano la voce dell’artista irlandese in spirali ipnotiche e sommerse. Il suono ha invaso lo spazio; la distorsione, continua ma leggiadra, ha costruito comodi cuscini d’aria su cui ondeggiare candidamente, placidamente accolti da una platea attentissima e sognante. Per un attimo si è percepito un profumo muschiato: forse arrivava dal Po, o forse direttamente da Galway.
Una volta fuori dalla sala, i raggi del sole erano ancora presenti e l’aria era rimasta tiepida. Un leggero torpore ha pervaso i presenti, come dopo uno sbalzo termico innescato dal suono. È stato un tardo pomeriggio domenicale da ricordare, fatto di contrasti e di una musica capace di farsi meteorologia, restando in dialogo costante con l’ambiente in cui risuona.























