Els carrers de Barcelona, la nuova onda raw punk targata BCN

Tra gli americani che bevono cappuccini davanti alla Sagrada Familia e le comitive turistiche in cerca di divertimento in mezzo alla Rambla, continua a esistere e resistere una Barcellona viva e selvaggia che ha deciso di sputare in faccia alla società. È da qui che nasce una nuova scena punk che mescola vari sottogeneri creando una bella e nuova boccata d'aria, non solo dal punto di vista musicale ma anche politico
2 Aprile 2026

Ci sono un sacco di motivi, non in ordine di importanza, che rendono il raw punk catalano odierno una cosa incredibilmente bella. O una “pasada” come direbbero gli stessi punk catalani. Il primo è che tutti i gruppi ripetono fino allo sfinimento la parola Barcelona in almeno un pezzo di ogni disco. La Barcellona descritta e cantata non ha però quell’odore stantio di identitarismo tanto caro ad alcuni gruppi oi! di ieri e di oggi. Qui, Barcellona assume sempre un significato diverso: può essere La Rosa del Foc, termine coniato nel 1873 da Friedrich Engels per descrivere l’indomabile spirito barricadero del capoluogo catalano, individuato come la città con più scontri di qualsiasi altra città al mondo; ma può anche essere un qualsiasi vicolo della Barceloneta, pieno di ubriaconi che pisciano e vomitano contro i muri. Questo misto tra l’esaltazione idealizzata per la propria città – tipica dello street punk – e l’odio iconoclasta nei confronti del proprio luogo di origine – tipico invece dell’ anarco-punk – crea una sintesi intelligente e leggera che ti descrive Barcellona come una città bellissima e schifosa allo stesso tempo.

Le altre motivazioni riguardano la distribuzione musicale. La maggior parte di questi gruppi, infatti, non è presente sulla famigerata piattaforma svedese preferendo altri canali di diffusione, come ad esempio Bandcamp. La ragione di questa scelta non è legata unicamente alle importanti questioni riguardanti gli investimenti in ambito militare o le royalties bassissime pagate agli artisti. La motivazione sta anche nell’attitudine che caratterizza queste band. Lo spirito DIY, infatti, non emerge solo nel suono sporco e non rifinito o nelle incredibili grafiche utilizzate per le copertine dei dischi: “farlo da sé” vuol dire anche rifiutare qualsiasi forma di speculazione, prediligendo così circuiti più orizzontali e partecipati dal basso.

Un altro aspetto fondamentale è la composizione di questa scena fighissima che presenta, fin dalla sua nascita, tratti eterogenei e trasversali. Per chi cerca quel noioso purismo sottoculturale e la monolitica coerenza stilistica, il raw punk catalano non è sicuramente il genere indicato. Oltre alla varietà musicale che prova a unire, con ottimi risultati, influenze post-punk, classic hardcore, oi! e anarco-punk, gli stessi membri dei gruppi non hanno problemi a sfoggiare le proprie tendenze eclettiche: dagli skinhead appassionati di dungeon synth ai metallari che suonano le cover dei Nabat in catalano, passando per i punk che si possono incontrare e conoscere durante una serata di circo autogestito in uno squat occupato vicino al centro città. Questa attitudine, oltre ad arricchire uno stile che se “copiato e incollato” potrebbe risultare stantio nel 2026, testimonia la volontà di rifiutare inutili purismi ma anche di esplorare a fondo il favoloso mondo dell’underground musicale.

Se l’approccio musicale e stilistico tende verso una sperimentazione continua, è la bandiera dell’autoproduzione a tenere incollata questa fantastica scena facendola avanzare in modo unito e compatto. Tra i tantissimi progetti musicali degni di nota, cinque gruppi possono essere presi come esempio per comprendere a pieno questa incredibile tribù e per avvicinarsi al genere.

Il primo gruppo che merita di essere menzionato, sono sicuramente i Brides. Giovanissimi, incazzati neri e per nulla scontati, questo gruppo a formazione mista (due uomini e due donne) propone un punk grezzo e ruvido che ricorda molto le produzioni nostrane degli anni ’80, in particolare i mitici Eu’s Arse. I testi dei Brides, quasi sempre in catalano o in inglese, sono fortemente politicizzati e toccano temi più “classici” come la repressione e le lotte sociali, ma anche importanti questioni come le violenze di genere. Ascoltare una voce femminile che bestemmia contro le violenze perpetrate dalla società, non offre solo una boccata d’aria dal punto di vista stilistico, ma anche una testimonianza del fatto che il maschio-centrismo, purtroppo tipico di queste scene, può essere finalmente sconfitto.

Sempre per i fan dei passamontagna serigrafati e delle sonorità lo-fi ci sono gli Enyor, in piedi dal 2023 e con quattro album all’attivo. Questo gruppo definisce il proprio genere oi! emotiou ( oi! emozionale) e non potrebbe esserci termine migliore per definirlo. La voce rauca e spesso urlante è frequentemente accompagnata da riff melodici e acuti che si allontanano leggermente dall’impostazione grezza e ruvida tipica dello street punk, facendo così sembrare gli Enyor i Dinosaur Jr. che suonano in anfibi e bretelle. Anche in questo caso, la politicizzazione della band non lascia spazio a fraintendimenti, soprattutto negli artwork dei vari album che richiamano all’immaginario anarchico.

Un altro interessantissimo progetto è quello degli Enemic Interior, che propongono un misto tra post punk e hardcore caratterizzato da testi che richiamano l’immaginario emo. Lo scopo dichiarato della band è quello di combattere contro il proprio nemico interiore esplorando il proprio inconscio e affrontando i propri fantasmi del passato. Questa ricerca non poteva non essere caratterizzata da un’estetica tendente al dark fantasy, contrassegnata dal disegno di un enorme cavaliere medievale utilizzato come simbolo. Per quanto meno esplicitamente politica, anche questa band non si è mai tirata indietro nel momento del bisogno, come ad esempio la partecipazione a varie iniziative contro il genocidio a Gaza.

Per chiunque volesse un po’ sganciarsi dalle catene della sonorità punk, i Maldol potrebbero essere la band giusta. Con un suono che sembra ricordare gli Smashing Pumpkins molto più cattivi, questa band propone un suono caratteristico che difficilmente si può riassumere in un genere specifico. Tra testi che celebrano la figura di Bonaventura Durruti o si scagliano contro il militarismo, emerge anche un geniale singolo intitolato Radiolaris, un pezzo criptico ed ermetico che riprende nell’artwork il font dei Death.

Forse leggermente al di fuori fuori di questo circuito ma assolutamente degni di menzione, ci sono i Brux. Per quanto questo gruppo sia quello meno vario a livello stilistico, proponendo un oi! dai tratti lo-fi che si inserisce a pieno nella nuova scena punk mondiale, le sonorità non sono mai troppo banali e scontate. Cantati tutti in catalano stretto, i testi esplorano temi come la disoccupazione, il disagio sociale e l’alcolismo, costruendo una narrazione distopica della società che ricorda molto i nostrani Nabat. La vicinanza, che mai sconfina nel plagio, con il gruppo bolognese è esplicitata anche nell’ultimo album Sota la influencia che, tra le varie rivisitazioni, include anche Sense sou i sense casa: cover in catalano di senza soldi senza casa.

Orgoglio operaio, esplorazione interiore, paura per la guerra nucleare, attivismo pacifista, sbronze colossali tra i vicoli del Raval e quell’orgoglio di appartenere a una terra bellissima troppo spesso vessata e sfruttata dal potere. Questo è il nuovo raw punk catalano: un nuovo genere che testimonia come, nonostante il turismo di massa, la speculazione abitativa e il consumismo, Barcellona non ha mai cessato di essere la Rosa del foc descritta da Friedrich Engels.