Bissare un fenomeno culturale di massa come Brat sulla carta è un’impresa complessa e difficilmente realizzabile, anche dalla stessa mente – o gruppo di menti – che lo ha concepito. Eppure, osservando la materia sonora e la struttura compositiva di questo nuovo capitolo, Music, Fashion, Film è un lavoro di qualità indiscutibile. Un disco che si posiziona tranquillamente tra i risultati più a fuoco dell’intera carriera dell’artista britannica. A rendere ancora più solida questa prova è la rinnovata e profonda alchimia con i suoi storici compagni di viaggio, i produttori A. G. Cook e Finn Keane (EASYFUN).
Lontani dal riciclare formule già collaudate, i tre firmano un album sorprendentemente molto suonato, spinto da un uso massiccio di chitarre costantemente processate. Il risultato sonoro funziona come una naturale prosecuzione in chiave indie sleaze di quel preciso contesto electroclash ed edonista costruito con il lavoro precedente. Qui, la frenesia dell’hyperpop incontra l’attitudine sporca del rock alternativo in un modo che i due produttori avevano già parzialmente sperimentato nel disco Soft Rock del loro progetto Thy Slaughter, portando quell’intuizione alle sue massime conseguenze all’interno del pop di massa. Se in un progetto come Crash Charli esplorava le dinamiche del pop mainstream attraverso una sottile e amara satira sulle multinazionali della discografia, qui la scrittura compie un ulteriore salto di qualità e raggiunge una maturità espressiva più sfumata.
Lo dimostra in maniera cristallina un brano centrale come Camera, in cui la scrittura si spoglia di ogni corazza promozionale per mettere a nudo le insicurezze e i dubbi esistenziali legati all’invecchiare sotto il perenne giudizio dei riflettori, riflettendo apertamente sulla tentazione di abbandonare la musica per migrare verso il mondo del cinema: «Do I want to make music? Am I being fucking stupid if I try to be a girl on the screen when I’m turning 34?». Ma l’ispirazione e la coesione del disco emergono con forza in tutta la sua scaletta. Nel singolo d’apertura Rock Music, il riff di chitarra abrasivo si fonde con casse dritte tipicamente rave, creando una tensione dinamica che stabilisce subito le coordinate dell’album. In Fashion Item, Charli XCX gioca con strutture ritmiche sincopate e synth minimalisti che ricordano l’esperienza di Pop 2, arricchendoli però di sovraincisioni vocali sporche e distorsioni analogiche che danno al pezzo un’impronta quasi punk.
C’è poi Martin, un episodio fortemente atmosferico e sognante che rallenta i bpm per lasciare spazio ad arpeggi incrociati e texture sintetiche avvolgenti. Una dimostrazione di come il lavoro di arrangiamento curato da Cook e Keane riesca a dosare potenza e sfumature senza mai risultare ridondante. Ogni traccia contribuisce a costruire un’architettura sonora estremamente solida, in cui la produzione d’avanguardia non sovrasta mai la forza della scrittura melodica. Tuttavia, di fronte a un’opera musicale capace di attestarsi su standard artistici e produttivi così elevati, risulta del tutto impossibile scindere l’ascolto del disco dalla complessa figura pubblica che Charli XCX ha costruito ed esibito negli ultimi anni, oggi più che mai problematica, contorta e profondamente divisiva. Dopo aver consacrato e venduto al mondo intero l’estetica della ragazza anticonformista e “sporca”, la complessa macchina di marketing costruita attorno alla sua immagine ha subito un’accelerazione frenetica e quasi soffocante.
L’incessante proliferare di sponsorizzazioni pervasive, partnership di lusso e mirati product placement ha finito per trasformare quell’attitudine originariamente ribelle, caotica e da it-girl svogliata in un vero e proprio marchio corporate iper-monetizzato e confezionato per i mercati globali. In questo scenario, persino l’uscita del mockumentary The Moment – prodotto dalla blasonata casa A24 e diretto sempre dal solito Aidan Zamiri che da tempo segue l’immagine dell’artista – ha finito per dividere il pubblico e la critica: l’intento dichiarato di rispondere a queste contestazioni mettendosi in scena attraverso una pungente auto-satira si è rivelato un’arma a doppio taglio. Si arriva a un punto in cui l’artista deride la propria iper-commercializzazione dall’interno, con una lucida produzione hollywoodiana che è apparso a molti come il tentativo calcolato di nascondere un’ennesima e remunerativa operazione consumistica.
Parallela a questa deriva commerciale c’è poi la sfera personale e relazionale, dove il personaggio di Charli XCX continua a far discutere fan e media per via della stretta e ostentata vicinanza al controverso frontman dei The 1975, Matty Healy, figura indissolubilmente legata all’artista anche in virtù del matrimonio con il batterista e produttore George Daniel. Questa frequentazione ha progressivamente alimentato fortissime tensioni nell’ecosistema del pop contemporaneo – sfociate in continue faide a distanza e frecciate incrociate con Taylor Swift e il suo entourage – attirando su Charli la pesante accusa di muoversi sin troppo disinvoltamente all’interno di un’estetica volutamente provocatoria e politicamente scorretta. Una dimensione troppo spesso schermata dietro la comoda giustificazione del rifiuto del “buonismo” o del femminismo istituzionale.
A chiudere il cerchio di queste ambiguità intervengono infine le sue precise e controverse scelte visive, emblematiche nel videoclip ufficiale di Camera, la cui narrazione visiva è interamente costruita attorno alla magnetica presenza dell’attore francese Vincent Cassel, figura indubbiamente carismatica ma costantemente al centro di furiose polemiche mediatiche per via delle sue discusse dichiarazioni pubbliche sulla virilità e sui ruoli di genere oltre che per episodi molto controversi di violenza.
In definitiva, Music, Fashion, Film si proietta sullo scenario musicale come un progetto brillante, ispirato e praticamente impeccabile sotto il profilo puramente formale; eppure, proprio a causa della sua stessa natura, finisce per svelare l’innegabile e irrisolto paradosso di un’artista che – nel disperato e constante tentativo di sovvertire le regole del pop da superstar – finisce inevitabilmente per alimentare e cavalcare gli stessi identici meccanismi. Quelli di una provocazione calcolata, del privilegio sistemico e della sfrenata commercializzazione che in teoria vorrebbe mettere alla berlina.

