Parlare di alternative rock italiano, oltre a essere una cosa che fa sentire davvero anziani, significa aprire le porte di una dimensione spazio-temporale in cui l’Italia aveva molto da insegnare a livello di underground musicale. Tra incredibili – e riuscite – rivisitazioni maccheroniche del grunge, le t-shirt sopra le maglie a maniche lunghe, copiate dallo stile di Seattle e adattate a quello di Correggio e gruppi leggendari come Afterhours, Marlene Kuntz e Massimo Volume, uno dei gruppi più fighi che la nostra penisola abbia mai partorito si trova lì, nell’ombra, a godersi lo spettacolo: Santo Niente.
Nella maggior parte dei casi, i film tratti dai libri di successo non sono mai all’altezza della versione originale. L’adattamento cinematografico di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, non fa eccezione: criticato dallo stesso Enrico Brizzi, il film è stato più volte accusato di eccessiva leggerezza, di scarsa politicizzazione e di non essere riuscito a rappresentare in modo decente la crisi adolescenziale. Uno dei motivi per cui questo film merita di essere più che salvato è però l’incredibile colonna sonora. Tra un pezzo dei Joy Division e uno dei The Jam, passando per i C.S.I. e i Marlene Kuntz, la pellicola include anche due pezzi di un gruppo – purtroppo ad oggi non conosciuto a sufficienza – che ha sicuramente aperto le porte a tutta la nuova ondata alternative rock italiana degli anni 2000, a cominciare dai Baustelle e dai Verdena.
Stiamo parlando dei Santo Niente, un incredibile gruppo noise-grunge italiano nato nel 1991 a Bologna e formato da Umberto Palazzo – nonché curatore della colonna sonora del film Jack Frusciante –, Fabio Petrelli, Cristiano Marcelli e Salvatore Russo. Chitarre cupissime, bassissime e pesantissime; voce che sembra richiamare un mantra psichedelico, basso invasivo e ritmiche che trasmettono la tipica inquietudine degli anni ’90. Perché sì, parliamo di un periodo in cui un’intera nuova generazione, cresciuta con gli schemi della Guerra Fredda, si appresta ad abbandonare le terribili certezze della Prima Repubblica per dirigersi verso qualcosa di ignoto e – forse – ancora più terribile. I testi del gruppo bolognese ritraggono perfettamente tutto ciò: può essere tramite il racconto, completamente in spoken word, di Alessia che, uscendo ubriaca da un locale, compie una delle tante “stragi del sabato sera” o tramite il pezzo È aria, probabilmente quello più conosciuto, che potrebbe conferire al gruppo il titolo di Nirvana italiani.
Se con Hai Paura del Buio? gli Afterhours raccontavano l’alienazione nella “Milano da Bere”, i dischi dei Santo Niente raccontano le contraddizioni di una Bologna provinciale e martoriata dal consumo di sostanze: una città che non sa ancora diventare adulta e quindi distrugge tutto, compresa se stessa, proprio come la generazione che la anima.
Ma all’interno di questo disagio esistenziale, il gruppo non dimentica le proprie origini regalandoci, nel 1995, un bellissimo singolo dal nome Wir Sind Partisanen pubblicato nella compilation Materiale resistente 1945-1995 in occasione del cinquantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazi-fascismo. «Cantano con il Breda, cantano con lo Sten», il testo è una fiera rivendicazione della lotta partigiana senza particolari filtri o false remore, con il ritornello che ripete in un tedesco maccheronico – perché non parleremo mai con l’accento dell’invasore – e ossessivo «Lieber mutter wir sind partisanen!». Cara mamma, siamo tutti partigiani!
A proposito di immaginario e usual stuff degli anni ’90, il secondo album, probabilmente quello più conosciuto, del gruppo si chiama ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I, che altro non è che la traduzione giapponese del nome del gruppo stesso. Se la scelta di ciò rimane un mistero – ma comunque, quanto fa anni ’90? – non lo sono i nomi di chi ha collaborato alla creazione del disco. Troviamo infatti un Giorgio Canali che, oltre a produrre l’intero disco, collabora nel brano omonimo ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I, una Ginevra di Marco che presta la voce in Divora e un Marco Parente che suona le percussioni in 120/130.
E verrebbe da immaginarselo, quello studio di registrazione, nell’inverno del 1996. Verrebbe da immaginarseli, quei ragazzi con le collane di nichel al collo, i camicioni a quadri e i tatuaggi tribali che parlano insieme a Giorgio e Ginevra di come poter vincere quell’annosa battaglia artistica a colpi di distorsori e versi poetici che si combatteva contro Milano.
È la storia a dirci chi ha trionfato. Basti pensare a chi – legittimamente e costituendo un piccolo bagliore nell’immenso buio – è stato seduto e continua a sedere sulle poltrone di programmi TV come X-Factor e a chi, in modo totalmente inconcepibile, non ha più di 600 ascoltatori mensili sulle varie piattaforme musicali. Ma se ai Santo Niente fosse interessato vincere questa battaglia, allora non sarebbero stati i Santo Niente. Perché se vuoi continuare a gridare il disagio di una generazione, se vuoi continuare a sedere dal lato sbagliato della storia senza scendere a compromessi con niente e nessuno, i tuoi posti non sono i palchi giganti e gli stylish directors. No. I tuoi contesti continueranno per sempre a essere quelli sporchi e underground in cui si continua a cospirare e a parlare di rivoluzione.

