Baustelle, (centomilacinquecento)venticinque storie di tormento

Analisi socio-psico-emotiva di una band che, nei suoi primi venticinque anni, ha saputo trasformare malinconia, inquietudine, disagio e disillusione in una forma di resistenza estetica e politica. Una carriera che attraversa generazioni, rifiuta la nostalgia e racconta il mondo con testi e musiche che accarezzano, scavano e feriscono, evolvendosi senza mai perdere profondità
13 Gennaio 2026

Ci sono band che invecchiano insieme al loro pubblico e altre che, in modo molto più sottile ma inesorabile, ne registrano e amplificano le crepe. I Baustelle appartengono, senza ombra di dubbio, alla seconda categoria: da venticinque anni non accompagnano semplicemente una generazione, ma ne raccontano le disillusioni, le ossessioni e le cadute. (Centomilacinquecento)venticinque storie di tormento, per citare e deformare uno dei versi più iconici de La Moda del Lento, sono il filo rosso di una carriera che ha fatto della malinconia un linguaggio politico e dell’eleganza un atto di resistenza.

I due concerti celebrativi di Roma e Milano, organizzati per festeggiare i (primi) venticinque anni di carriera, si sono significativamente chiusi con una scelta tutt’altro che commemorativa: il tema principale della colonna sonora del film horror Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, composta dal maestro Riz Ortolani. Nessun saluto rassicurante, nessuna indulgenza nostalgica, solo un finale in grado di riassumere al meglio il senso profondo dei Baustelle. Perché in questo quarto di secolo la loro musica ha sempre fatto la stessa cosa: cannibalizzare l’anima, consumarla lentamente attraverso canzoni che accarezzano, scavano e feriscono, entrando nei sentimenti per smontarli e digerirli, restituendoli più fragili e consapevoli. Anche nella celebrazione, hanno rifiutato la retorica scegliendo l’inquietudine del vivere, ricordando come il loro anniversario non fosse semplicemente un traguardo da applaudire, ma un corpo vivo da attraversare.

Nati sul finire degli anni ’90 a Montepulciano – tra le colline più belle della provincia di Siena –, sulle rovine di un’Italia sospesa tra l’ingloriosa fine dell’illusione craxiana di benessere, forme congenite di disagio post-adolescenziale e la televisione generalista berlusconiana, i Baustelle hanno fin da subito scelto una traiettoria obliqua, estranea tanto all’urgenza rock quanto all’indie più modaiolo dell’epoca. In quel contesto, Sussidiario Illustrato della Giovinezza (2000) non è stato soltanto un album d’esordio, ma un vero e proprio manifesto estetico e narrativo: un disco dall’anima bohemienne in cui la provincia è diventata luogo mentale, l’inquietudine una partitura sentimentale e l’amore un racconto inevitabilmente imperfetto.

foto di Mikegibi

Il sound degli esordi mescolava elettronica minimale e arrangiamenti retrò, innestando un fitto citazionismo anni ’60 e ’70 – tra canzone italiana, cinema e pop colto – dentro una scrittura già sorprendentemente consapevole. È in questo equilibrio tra passato e presente che si è radicata la loro idea di canzone, teorizzata dal successivo La Moda del Lento (2003) non come posa nostalgica ma come scelta politica, sottolineata dal connubio estemporaneo tra la voce baritonale di Francesco Bianconi, quella penetrante di Rachele Bastreghi, gli arrangiamenti a metà tra il sintetico e l’analogico del tastierista Fabrizio Massara e le chitarre delicate di Claudio Brasini. Rallentare per osservare meglio, dando peso alle emozioni e alle parole attraverso un indie pop raffinato e stratificato, capace di guardarsi alle spalle senza rifugiarsi nella memoria, con l’obiettivo di raccontare con lucidità letteraria un presente incerto.

Con La Malavita (2005) e Amen (2008), il tormento degli esordi è diventato ancora più esplicito, quasi metodico, come se i Baustelle – orfani di Massara, che nel frattempo ha abbandonato la band per non meglio precisati motivi – avessero deciso di esplorare fino in fondo le zone d’ombra intraviste nei primi due album. Si tratta di una fase centrale e fondativa della loro identità, all’interno della quale si muove una galleria impressionista di personaggi sconfitti, peccatori, fragili, spesso colpevoli (torniamo a Cannibal Holocaust) ma mai giudicati perché sempre restituiti nella loro irriducibile umanità. Brani come La Guerra è Finita, Un romantico a Milano e Charlie Fa Surf  sono diventati immediatamente cult: il primo come epitaffio generazionale sospeso tra disincanto politico e resa emotiva, il secondo come racconto dolente di un amore fuori tempo massimo, immerso in una città fredda e indifferente, e il terzo come ritratto disturbante di un’adolescenza anestetizzata. La morte, il suicidio, la sessualità e il senso di colpa sono entrati nei testi come strumenti di analisi e non come mera provocazione, attraversati da una lucidità narrativa che spiazza e inchioda all’empatia. È proprio in questa fase che i Baustelle hanno smesso di essere soltanto un gruppo riconoscibile per diventare un vero e proprio stile: una grammatica capace di fare scuola nel panorama della musica leggera italiana, influenzando linguaggi, immaginari e ambizioni di una nuova generazione di cantautori e gruppi.

Il successo più ampio è arrivato all’inizio degli anni ’10 con I mistici dell’Occidente (2010) e Fantasma (2013), senza coincidere con un addomesticamento del linguaggio, piuttosto con una sua espansione solenne. In questo periodo, infatti, il suono si è aperto a una dimensione più orchestrale fatta di archi e pianoforti, con arrangiamenti ampi e cinematografici in grado di trasformare le canzoni in piccoli affreschi emotivi sospesi tra sacro e profano. Parallelamente, la scrittura di Bianconi si è fatta più letteraria e visionaria, assumendo toni quasi liturgici, attraversati da una tensione morale costante e da un senso di fine imminente. Qui, gli interventi vocali di Bastreghi si sono materializzati in vere e proprie prospettive narrative in grado di ampliare e intensificare il racconto, rendendolo corale (magistrale, in questo senso, resta Monumentale). In questa fase, i Baustelle sono diventati cronisti sentimentali di un paese smarrito, che ha perso le proprie coordinate culturali e affettive ma che continua ostinatamente a cercare bellezza, senso e redenzione tra le rovine.

Negli anni più recenti, con L’Amore e la Violenza Volume 1 (2017) e Volume 2 (2018), il tormento dei Baustelle ha cambiato nuovamente pelle, segnando una fase di transizione netta verso la loro ultima fase artistica. In questi due album, infatti, il ritorno a un’elettronica complessa e stratificata si è amalgamato alla perfezione a un approccio più diretto e immediato, sia nel suono che nei testi. I due singoli Amanda Lear e Veronica n. 2 sono diventati rappresentativi di questo passaggio, con melodie e arrangiamenti più aperti e lineari in grado di supportare testi incisivi fatti di desideri, fallimenti e tensioni più contemporanee che mai. Non si tratta di un tormento esclusivamente romantico o esistenziale perché i temi affrontati sono anche politici, sociali e mediatici, in cui la violenza dei rapporti, il vuoto del linguaggio pubblico e l’ansia come condizione permanente sono entrati nella scrittura con una forza quasi brutale. Eppure, anche quando il racconto si fa più duro, resta sempre una forma di grazia e una cura maniacale per la parola e per la melodia che confermano la capacità del gruppo di evolversi senza tradire la propria cifra emotiva, narrativa e stilistica.

Le critiche esagerate rivolte agli ultimi due album Elvis (2023) ed El Galactico (2025), spesso frettolosamente liquidati dai critici e dai puristi come dischi “minori” e non all’altezza del glorioso passato, sono nate da un equivoco ricorrente: la confusione tra leggerezza e superficialità. In questi lavori, i Baustelle non sono arretrati, ma hanno trasferito il peso verso un pop rock più esplicito, rendendo il suono più arioso attraverso una nuova centralità di chitarre capaci di dare struttura e dinamicità ai brani senza rinunciare alla densità dello sguardo. Nonostante essenzialità e immediatezza, sotto la superficie ha continuato a vibrare la stessa attenzione per le fragilità emotive, per l’identità e per il rapporto tra immaginario collettivo e sfera privata: attenzione onorata da pezzi come Contro il Mondo («Farsi di yoga e qualche droga / Supplicare di esser popolari») e L’Arte di Lasciar Andare («Forse il vero amore / È questo volontario naufragare nella realtà»), manifesto di una generazione di quaranta-cinquantenni sospesi tra disillusione, ricerca ostinata dell’affermazione personale, perdita delle certezze e utopia della rivoluzione.

Brani come Una Storia («Sul cellulare non c’è la prova certa di un senso») o Filosofia di Moana («Porno è la bellezza se il degrado va veloce»), inoltre, possono entrare a pieno diritto nel repertorio cult del gruppo: canzoni musicalmente accessibili ma narrativamente profonde e quindi coerenti con l’estetica Baustelle. Negli ultimi anni, infine, l’affiatamento vocale tra Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi si è consolidato in modo straordinario, rendendo le armonie ancora più potenti e incisive. Questa evoluzione si è percepita ancora di più nella dimensione live, quando le voci hanno avuto la possibilità di dialogare con chitarre più protagoniste che mai, amplificando l’intensità emotiva dei brani e confermando che l’evoluzione del gruppo non ha significato una perdita di profondità, ma un cambio di prospettiva: diventare più leggeri senza smettere di fare male.

Tutto questo per dimostrare come, venticinque anni dopo, i Baustelle non siano diventati un gruppo nostalgico. Francesco, Rachele e Claudio sono rimasti fedeli a un’idea precisa di canzone come spazio di complessità, di contraddizione e di resistenza emotiva. Le loro storie – centomilacinquecentoventicinque o forse di più – non offrono soluzioni paternalistiche, ma pongono domande esistenziali passeggiando con eleganza sulle nostre fragilità, disintegrando le nostre certezze e prendendosi beffardamente gioco delle nostre convinzioni. Ed è forse questo il loro lascito più duraturo: dimostrare che il tormento, se raccontato con intelligenza e stile, può trasformarsi in una raffinata forma di conoscenza di se stessi e del mondo (infame) che ci circonda; perché niente dura per sempre, nemmeno la musica.

CANZONIERE ALTERNATIVO

Le Vacanze dell’83 (da Sussidiario Illustrato della Giovinezza, 2000)

Martina (da Sussidiario Illustrato della Giovinezza, 2000)

Noi Bambine Non Abbiamo Scelta (da Sussidiario Illustrato della Giovinezza, 2000)

Arriva lo Yè-Yè (da La Moda del Lento, 2003)

En (da La Moda del Lento, 2003)

Beethoven o Chopin? (da La Moda del Lento, 2003)

Sergio (da La Malavita, 2005)

I Provinciali (da La Malavita, 2005)

Cuore di Tenebra (da La Malavita, 2005)

Antropophagus (da Amen, 2008)

Alfredo (da Amen, 2008)

Dark Room (da Amen, 2008)

San Francesco (da I Mistici dell’Occidente, 2010)

Follonica (da I Mistici dell’Occidente, 2010)

L’Ultima Notte Felice Del Mondo (da I Mistici dell’Occidente, 2010)

Diorama (da Fantasma, 2013)

Il Futuro (da Fantasma, 2013)

Maya Colpisce Ancora (da Fantasma, 2013)

Eurofestival (da L’Amore e la Violenza Volume 1, 2017)

La Vita (da L’Amore e la Violenza Volume 1, 2017)

L’Era Dell’Acquario (da L’Amore e la Violenza Volume 1, 2017)

Violenza (da L’Amore e la Violenza Volume 2, 2018)

Baby (da L’Amore e la Violenza Volume 2, 2018)

Perdere Giovanna (da L’Amore e la Violenza Volume 2, 2018)

Andiamo ai Rave (da Elvis, 2023)

Jackie (da Elvis, 2023)

Los Angeles (da Elvis, 2023)

Pesaro (da El Galactico, 2025)

Filosofia Di Moana (da El Galactico, 2025)

Lanzarote (da El Galactico, 2025)