La storia degli American Football è tanto travagliata quanto la musica che hanno saputo creare. Considerati tra i pionieri della scena di Chicago di metà anni ’90, il gruppo ha definito un’estetica emo atmosferica intrecciandola con innesti indie rock, post-rock e math rock, un modo che ne dilatava la narrazione sonora, pur restando entro un perimetro lirico profondamente riconoscibile. Il midwest emo — nella sua forma originale — è stato un fenomeno fugace, ma capace di scavare un solco indelebile nella musica a venire. Il seminale disco omonimo — rimasto per diciassette anni l’unico lascito della band — ha posto le basi per un modo inedito di coniugare rabbia adolescenziale e introspezione, servendosi di poliritmie sperimentali e arrangiamenti inusuali che ne hanno sancito il peso di leggenda nel bene e nel male.
Dopo i ritorni del 2016 e del 2019, che hanno mantenuto la titolazione omonima lasciando alle sole copertine il compito di orientare la discografia, il 2024 segna un ulteriore punto di svolta. Una seconda reunion e un tour mondiale per celebrare i venticinque anni di LP1 non sono stati solo un atto celebrativo, ma hanno offerto alla band l’occasione per raccogliere i cocci di un percorso lungo decenni, con la consapevolezza dei cinquant’anni. Riparare significa capire quali pezzi sono ormai logori e quali necessitano di spazio per funzionare a dovere. Ascoltando il nuovissimo American Football (LP4), si percepisce chiaramente che il gruppo ha finalmente compreso la propria dimensione attuale: coniugare un passato impossibile da pareggiare con una voce matura, rinunciando alla patetica imitazione di un’adolescenza ormai remota.
Il disco segna la definitiva affrancatura dai limiti lirici dell’emo classico, calcando la mano su un lato atmosferico che orbita tra il post-rock e un math rock poliritmico, sorretto da un’ossatura indie prevalente. Gli innesti che un tempo arricchivano il genere ora sono i veri protagonisti di un’evoluzione che descrive il superamento dell’età adulta. La scrittura di Mike Kinsella, in questo lavoro, si fa spietata e lucida: pandemie, divorzi e abusi di sostanze vengono affrontati con una delicatezza che solo la piena maturità può concedere, senza mai scivolare nel romanzato.
Questa consapevolezza permea l’intera architettura del disco, prodotto con maestria da Sonny DiPerri. L’apertura cinematografica di Man Overboard trascina l’ascoltatore in un vortice di percussioni jazzate e chitarre distorte, preparando il terreno per l’onestà brutale di No Feeling, che vede la partecipazione di Brendan Yates e affronta con freddezza minerale la stanchezza dell’invecchiare. Il disco esplora poi territori inediti, come il tocco shoegaze di Blood on My Blood — impreziosito dalla voce di Caithlin De Marrais — o la disarmante ironia di Patron Saint of Pale, dove una negoziazione di divorzio si trasforma in un surreale gioco di sasso, carta e forbice. La teatralità di Wake Her Up e il rigore minimalista di Desdemona — che sembra guardare alla lezione di Steve Reich — confermano una band che ha smesso di temere la propria complessità. È la chiusura di No Soul to Save a sancire, infine, la pace definitiva: un brano che cammina in equilibrio tra disperazione e gioia, ribadendo che LP4 funziona proprio perché usa il passato come fondamenta su cui costruire un presente finalmente solido.
Gli American Football non cercano più di proteggersi dalla propria storia, ma la usano come materiale grezzo per dare forma a qualcosa di rassicurante e profondamente umano. Hanno smesso di guardare ai loro esordi come a un fantasma da esorcizzare o a un modello da imitare ossessivamente, comprendendo che la vera maestria risiede nel lasciare che il tempo agisca sui suoni e sui testi. In questo senso, LP4 non è solo un album, ma un manifesto di accettazione: un atto consapevole in cui — sebbene il passato ci accompagni inevitabilmente lungo tutto il percorso — è soltanto la luce cruda del presente a permetterci di comprendere, finalmente, chi siamo diventati e quali sono i passi necessari per continuare a suonare.

