Abbiamo davvero bisogno di sapere tutto prima?

Il FARM Festival parte da un gesto semplice: togliere i nomi dalla locandina. Da lì si apre una riflessione più grande su fiducia, curatela e scoperta: di chi ci fidiamo quando scegliamo cosa ascoltare? In un ecosistema di algoritmi, hype e previsioni, quanto siamo ancora disposti a incontrare musica che non avremmo scelto?
14 Agosto 2026

Quando compriamo il biglietto di un festival, di chi ci stiamo fidando? Dell’artista che conosciamo, del suo numero di ascolti, dell’hype costruito intorno a un nome? Oppure del festival che ha deciso di metterlo su quel palco? La domanda diventa concreta quando si prova a togliere dalla locandina ciò che normalmente vende il biglietto: i nomi.

In Puglia, FARM dedica una serata proprio a questo esperimento. La line up del FARM Secret non viene annunciata e gli artisti si scoprono soltanto quando salgono sul palco. Nascondere i nomi è il gesto visibile. Quello meno evidente riguarda ciò che il festival decide di mettere al loro posto: la propria credibilità curatoriale.

E la curatela non coincide con il gusto di chi programma, né con la capacità di scovare un artista prima degli altri. È un atto di mediazione: decide cosa incontriamo, in quale contesto e accanto a cosa. Non basta oscurare dei nomi e chiamarla ricerca. La fiducia arriva quando una programmazione ha costruito un’identità abbastanza forte da rendere plausibile anche ciò che il pubblico non avrebbe cercato da solo.

Che questa mediazione possa avere effetti concreti lo mostra uno studio pubblicato su Poetics, basato su 73 artisti passati da tre edizioni del Primavera Sound. Il 77% registrava un aumento delle ricerche online una settimana dopo il festival; per il 60% l’effetto risultava ancora significativo tre settimane dopo ed era maggiore per i nomi meno conosciuti. Un festival, quindi, può produrre attenzione e non soltanto raccoglierla: parte della propria reputazione si trasferisce agli artisti che decide di mettere davanti al pubblico. Ma assumersi questa funzione significa anche accettare una quota di rischio, e oggi quel rischio pesa più di quanto sembri.

Nel 2025 i concerti in Italia hanno superato per la prima volta 1,16 miliardi di euro di spesa al botteghino, con un aumento del 17,5% in un anno e una quota pari al 27% dell’intero mercato dello spettacolo. In Europa, l’European Festival Survey 2025 di IQ Magazine registra che soltanto il 17% dei festival intervistati ha raggiunto il sold out; il pass medio per l’intero evento supera i 200 euro e, tra i festival più giovani, il 31% indica il booking degli artisti come difficoltà principale.

Più cresce il costo del live, più pubblico e organizzatore finiscono così per condividere lo stesso bisogno: ridurre l’incertezza. Il promoter cerca un nome capace di rendere più prevedibili le vendite; chi compra vuole sapere se biglietto, viaggio e pernottamento valgano la spesa. L’headliner diventa una forma di assicurazione. Non è il nemico della ricerca. Il problema nasce quando tutto il sistema diventa così efficiente nel prevedere la domanda da lasciare sempre meno spazio a ciò che quella domanda non aveva ancora espresso. Se sappiamo già esattamente chi vogliamo vedere, allora, a che cosa serve ancora un festival?

La questione assomiglia più di quanto sembri a quella posta dallo streaming. Oggi il problema non è accedere alla musica, ma orientarsi dentro un’offerta quasi infinita. Ogni giorno lasciamo che qualcuno scelga musica per noi senza sapere esattamente perché ce la stia proponendo. Discover Weekly, autoplay, playlist, TikTok: anche qui qualcuno organizza ciò a cui veniamo esposti. «Di chi sono i nostri giorni?», si chiede FARM nell’edizione 2026. Dentro questa riflessione, la domanda finisce quasi inevitabilmente per riguardare anche l’ascolto: chi decide quale parte del nostro tempo verrà occupata da qualcosa che conosciamo già e quale, invece, da qualcosa che non avremmo cercato?

Ridurre tutto a “algoritmo cattivo, curatore buono” sarebbe troppo facile. Una rassegna della letteratura commissionata dal governo britannico sui sistemi di raccomandazione musicale restituisce un quadro più complesso: popularity bias, diversità e possibilità di scoperta cambiano in base ai sistemi, ai dati e ai comportamenti degli utenti. E uno studio di dodici settimane condotto su 110 ascoltatori dell’Europa meridionale ha rilevato che raccomandazioni più diversificate di musica elettronica possono aumentare curiosità e apertura verso un genere inizialmente poco conosciuto o apprezzato.

Algoritmo e festival sono, in modi diversi, dispositivi di selezione. Ma non devono avere lo stesso obiettivo. Un sistema può partire dai nostri comportamenti passati per prevedere cosa potrebbe piacerci; un curatore può decidere che il proprio lavoro inizi proprio dove quella previsione finisce, non semplicemente suggerendoci qualcosa di nuovo, ma mettendoci davanti qualcosa che non avremmo scelto. È qui che una line up smette di essere un inventario.

C’è una definizione emblematica nel libro Il capitale musicale di Alberto “Bebo” Guidetti: la musica diventa «carta da parati emotiva», presente ovunque, adatta a ogni momento, ma sempre meno capace di interrompere ciò che ci aspettiamo. Quasi per inciso, Guidetti presenterà il libro prima del FARM Secret del 16 agosto. Il cortocircuito è interessante: consideriamo normale delegare ogni giorno una parte della scoperta a sistemi che non vediamo, mentre pagare un biglietto senza conoscere in anticipo chi ascolteremo continua a sembrarci radicale.

È anche per questo che l’esperimento FARM interessa al di là della sua formula. La line up segreta non è il punto di partenza di una curatela forte. È forse il suo stress test: per qualche ora toglie la scorciatoia della notorietà e lascia più esposto il patto tra chi programma e chi ascolta.

Di chi dovremmo fidarci, allora? Di un festival, di un algoritmo? Di entrambi, quando meritano quella fiducia. Ma forse la domanda riguarda anche noi. Nessuna curatela, umana o automatica, può produrre scoperta se chiediamo a ogni scelta di confermare ciò che già conosciamo. Forse il punto non è trovare qualcuno a cui delegare completamente il nostro ascolto, ma conservare una disponibilità all’imprevisto: concedere tempo a qualcosa prima di aver deciso se ci appartiene, accettare che il gusto possa ancora cambiare. Perché alla fine non conta soltanto chi sceglie per noi. Conta quanto siamo ancora disposti a incontrare qualcosa che, da soli, non avremmo scelto.