Sperimentalismo linguistico nella musica italiana 

Dialetti poco conosciuti e rivisitati, lingue inventate e plurilinguismo: piccolo approfondimento sullo sperimentalismo linguistico in Italia. Da Creuza de mä di De André a Daniela Pes, Iosonouncane, Massimo Silverio e Krano
9 Ottobre 2026

La lingua italiana è adatta alla musica? Rousseau, nel Settecento, avrebbe risposto certamente di sì. Anzi, probabilmente avrebbe detto che era la migliore. Ma in due secoli le cose sono cambiate, a livello musicale e linguistico. Gli autori/musicisti/cantanti faticano a trovare le parole “giuste”, quelle che suonano bene e che combaciano con ciò che si vuole esprimere – Guccini, De André, Paolo Conte sono tra i tanti che evidenziano questo aspetto. Spesso si deve fare una scelta. C’è chi preferisce dare maggior risalto al significato, chi alla forma della lingua, chi alla musicalità. E poi c’è chi abbandona l’italiano per approdare in territori meno esplorati.

Daniela Pes, cantante e musicista sarda, nel 2023 pubblica Spira, il suo primo album vincitore della Targa Tenco come Miglior opera prima. La sua particolarità? I testi sono in una lingua inventata da lei, composta da parole italiane, galluresi – una varietà di sardo – e altre completamente inventate. Il testo è asemantico, è lì solo per funzionare con la musica, anzi diventa parte di essa, provando a comunicare direttamente con la parte ancestrale dell’ascoltatore. Tutto questo poi è unito alla voce viscerale della cantante e alla produzione magistrale di Iosonouncane. Come lei e prima di lei si possono citare i Sigur Rós e la loro lingua inventata, il volenska; Adriano Celentano che negli anni’ 70 pubblica Prisincolinescionalciusol, canzone scritta per spiegare il tema dell’incomunicabilità attraverso l’incomunicabilità stessa; Paolo Conte e la versione, con un testo senza senso in inglese maccheronico, di Sparring Partner nei titoli di testi del film Tu mi turbi di Roberto Benigni. 

Creuza de mä lo si può inserire in questo contesto di sperimentazione linguistica perché è tra i primi album a farlo. È il 1984, Fabrizio De André e Mauro Pagani – chitarrista della PFM – decidono di rivoluzionare la musica italiana, scrivendo un disco di cosiddetta musica mediterranea, che si aggiudicherà la Targa Tenco sia come Miglior album in dialetto sia come Miglior album assoluto. Strumenti turchi, greci, indiani e mediorientali si mischiano con la cultura musicale occidentale – batteria, chitarre elettriche, basso, strofe, ritornelli, bridge –, l’unico dubbio è capire la lingua da usare: l’italiano? No, non va bene. Ci vuole qualcosa di più musicale. Una lingua inventata? In verità, questa idea ha sfiorato la loro mente, ma subito hanno abdicato date le numerose difficoltà.

De André allora propone il suo dialetto nativo: il genovese. Beh, sì il genovese, ma rimaneggiato parecchio. Questo era l’iter di Faber per scrivere i testi di Creuza de mä: partiva canticchiando la linea melodica in arabo maccheronico, successivamente lo trasformava in genovese e lo abbelliva con modi di dire antichissimi, arcaismi, neologismi e italianizzazioni. Una lingua quasi nuova che si allontanava dal genovese e che i due autori stessi chiamavano “gramelot di uomini di mare”. 

L’importanza che ebbe Creuza de mä per la musica in dialetto fu enorme: mentre prima questa si poteva trovare solo in contesti tradizionali e folkloristici, oggi la si può ascoltare in ambienti molto più commerciali come le radio e Sanremo, per esempio, oppure anche in situazioni più indipendenti e meno in evidenza, ne sono esempi Massimo Silverio e Krano. Il primo canta in carnico – variante del friulano –, mentre il secondo canta in un dialetto locale veneto, lingue molto poco conosciute, ma che nei progetti di questi artisti si sono rivelate strumenti potentissimi e in grado di avere un riscontro positivo in ascoltatori anche fuori dall’Italia. Massimo Silverio è stato trasmesso radiofonicamente da Iggy Pop nel programma sulla BBC, Krano, invece, avendo uno stile che richiama più il folk americano, è stato trasmesso da radio statunitensi – oltre ad aver vinto il David di Donatello come Miglior canzone originale della colonna sonora, scritta interamente da lui, de Le città di pianura, film di Francesco Sossai (di cui abbiamo scritto).

Meno legato folkloristicamente, data la totale assenza di parole italiane e dialettali, è Ira, album di Iosonouncane uscito nel 2021. Disco di totale sperimentazione, che dura circa due ore e contiene diciassette canzoni scritte in un plurilinguismo. Inizialmente l’autore crea i testi in italiano e poi li traduce parola per parola mischiando insieme più lingue – inglese, francese, tedesco, arabo e spagnolo – in maniera disordinata e volutamente errata sia da un punto di vista di pronuncia sia grammaticale. Questo insieme sconnesso e caotico di lingue rispecchia l’intenzione di Iosonouncane di creare suoni diversi, ma serve anche per evocare nell’ascoltatore l’idea di una moltitudine di persone incapace di esprimersi e di dialogare. 

Il punto in comune tra tutti questi musicisti, non riguarda solo la scelta di non utilizzare la lingua italiana, ma anche il fine sottostante: la ricerca di suoni nuovi e totalmente soggettivi che esplorano lingue desuete, inventate, mischiate, arrivando agli ascoltatori su un piano emotivo più profondo, perché parafrasando Valeria Pittaluga nella sua tesi di laurea su Creuza de mä: «una lingua che non capisce nessuno, allo stesso tempo la capiscono tutti».