Nel cinema di Jane Schoenbrun si percepisce sempre un rumore bianco di sottofondo. Un ronzio che distorce le immagini, ricoprendole di un disturbo tanto visivo quanto sonoro, e che vibra alla velocità di scansione degli schermi CRT a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000. È la stessa tecnologia dei monitor attraverso cui lə adolescentə dell’epoca si addentravano nei primi forum online, chiusə in camerette stracolme di videocassette sul punto di essere sostituite dal digitale. Da quegli schermi pulsa una luce bluastra, promessa di una via di fuga a base di neon. Ma è prima di tutto nel suono a bassa fedeltà che si costruisce un rifugio sicuro in cui trovarsi.
Acusticamente smarritə, visivamente ipnotizzatə, trovano in quello sfarfallio quasi impercettibile lo spazio per scoprirsi e, finalmente, comprendersi. Non è un caso che un tema ricorrente nell’opera della regista statunitense sia la disforia di genere, che supera il mero vezzo autobiografico per farsi canale generazionale. Il cinema di Schoenbrun non parla solo della sua autrice e della sua specifica formazione culturale, ma racconta un senso comune e condiviso tra tutte le persone cresciute tra indie rock, slasher movies e il passaggio dall’analogico al digitale.
È in questo intermezzo culturale e tecnologico che la colonna sonora smette di funzionare come mero accompagnamento visivo e si trasforma in un vero e proprio concept album cinematografico. Da We’re All Going to the World’s Fair (2021) a Ho visto la TV brillare (I Saw The TV Glow, 2024), fino ad arrivare al più recente Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma, 2026), Jane Schoenbrun non si limita a impiegare la musica come commento alle scene. Piuttosto la usa come mezzo attraverso cui creare una narrazione intersecata al visivo ma indipendente nella sua formulazione.
Ogni pellicola prende forma attorno a un’architettura sonora precisa: da un lato le musiche originali, capaci di tradurre in suono l’isolamento e il brusio interiore dellə protagonistə, dall’altro una curatissima selezione di brani originali e canzoni iconiche della scena alt-pop e shoegaze contemporanea. La colonna sonora – che sia score o soundtrack – diventa così una mappa di riferimenti condivisi. Un medium ibrido che si colloca nel mezzo della tecnologia, una cassetta mista digitale in cui ogni traccia aggiunge un tassello alla costruzione dell’identità, trasformando la discografia del film nel vero cuore pulsante dell’opera.
Questo, però, è un lavoro che l’autrice non compie in solitaria: l’isolamento si interrompe proprio trovando rifugio attraverso le connessioni catodiche. Qui risiede la radice del legame profondo con Alexander Giannascoli, in arte Alex G. Più che una semplice collaborazione da accoppiata regista-compositore, quella tra Schoenbrun e il cantautore di Philadelphia è un vero e proprio sodalizio d’elezione artistica. Nata dall’abitudine della regista di ascoltare la discografia lo-fi dell’artista durante le fasi di scrittura, questa sintonia si fonda su una comune sensibilità indie: una grammatica fatta di chitarre acustiche malinconiche, melodie intimiste e improvvise deflagrazioni di droni spettrali o rumori di fondo. Un imprevisto punto di contatto che risiede nella connessione generazionale: nello smarrimento e nell’isolamento che portano a ritrovarsi e a scoprire anime simili.
La presenza di Alex G attraversa in modo organico l’intera filmografia della regista. Se in We’re All Going to the World’s Fair la sua colonna sonora tradusse la solitudine di Casey di fronte allo schermo attraverso arpeggi sommessi e interferenze spettrali, in Ho visto la TV brillare il suo apporto strumentale si è fatto più atmosferico e ossessivo. Un punto di appoggio che rende ancora più brillante la lente attraverso cui lə protagonistə si scoprono, grazie a una serie che appassiona entrambə e permette loro di rispecchiarsi. Con il recente Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, la sinergia giunge a una maturità quasi simbiotica: Giannascoli firma sia la score originale che il brano portante Pain Is The Heart Of Love (scritto insieme alla stessa Schoenbrun e interpretato con Paul Buchanan dei Blue Nile), inserendosi in una colonna sonora che dialoga liberamente con brani di repertorio rock e pop.

foto di Anna Hanks
Alex G è diventato a tutti gli effetti l’equivalente sonoro della regia di Schoenbrun: un tramite capace di plasmare un’atmosfera sospesa e inquietante, ma allo stesso tempo intima e accogliente. La sua musica rifiuta la magniloquenza o la classica enfasi da genere horror per farsi diario interiore, offrendo alle fragilità e alla disforia dellə protagonistə quel rifugio acustico a bassa fedeltà da cui la narrazione prende vita. La confusione e il terrore derivati dal conoscersi e dal comprendere gli effetti di quel che si è visto diventano quindi esorcismi e fuochi attraverso cui spaventarsi ma trovare ristoro. La paura e la tensione come canali di purificazione, visivi e sonori.
Se la score strumentale di Alex G è il respiro interno e ansioso del cinema di Jane Schoenbrun, le canzoni originali di Ho visto la TV brillare ne rappresentano il gesto curatoriale più ambizioso. Resuscitando la tradizione dei grandi concept album da colonna sonora tra anni ’90 e Duemila, la regista raduna una comunità di voci guida dell’alt-pop, dello shoegaze e dell’indie rock contemporaneo, con una forte e consapevole centralità di artistə queer e trans.
La raccolta non è un semplice sottofondo, ma un coro di risonanze in cui lə protagonistə cercano lo specchio della propria identità. Attraverso le sensibilità di Yeule, Caroline Polachek, Phoebe Bridgers e Snail Mail, i brani si trasformano in portali dimensionali: inni del passato riletti in chiave glitch, distorsioni shoegaze o esibizioni dal vivo che irrompono sullo schermo (come nel locale Double Lunch) per dare forma espressiva all’alienazione e alla disforia.
I contributi di nomi come King Woman, Jay Som, Bartees Strange, L’Rain, Florist e Frances Quinlan compongono così un unico mixtape generazionale. Una mappa di codici condivisi dove la nostalgia non è mai consolatoria, ma dolorosamente rivelatrice: un archivio di rifugi sonori per chi si è sentitə fuori posto, capace di suggerire una verità identitaria ben prima di poterla pronunciare a parole.
Con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, l’approccio sonoro di Schoenbrun giunge alla sua maturità espressiva. Qui la collaborazione con Alex G compie un ulteriore scarto: la score strumentale abbandona le sole geometrie intime e minimaliste per avventurarsi nei codici del cinema slasher, piegando il rumore e la distorsione a una tensione sospesa tra ironia camp, terrore e vulnerabilità. Inserita in un paesaggio sonoro in cui dialogano musica di repertorio, noise e pop alternativo, il film dimostra come l’universo acustico della regista si sia ormai trasformato in un organismo vivo, capace di rielaborare la materia del cinema di genere per farne un ulteriore, preziosissimo strumento di ricerca identitaria.
L’identità sonora del cinema di Jane Schoenbrun risiede nella capacità di trasformare il ronzio catodico, le fragilità della disforia e l’isolamento in un’esperienza corale di protezione e riconoscimento. Attraverso la collaborazione con Alex G, le architetture lo-fi e la curatela della scena alt-pop contemporanea, la colonna sonora smette di essere un semplice dettaglio stilistico per farsi spazio politico e indentitario. Nel bagliore bluastro degli schermi dei suoi film, la musica rimane l’ultimo, incrollabile rifugio: quel suono a bassa fedeltà capace di ricordare a chi ascolta che non è mai statə davvero solə, e che la propria verità è sempre stata lì, pronta a trovare una forma.

