Da Boy George a Tyga: la sbobba IA diventa schifo

Dalle tracce piatte dei ghost artist sulle piattaforme di streaming fino ai casi recenti di Boy George e Tyga, l'IA sta diventando la scorciatoia preferita di chi cerca il profitto rapido a spese della creatività. Un approccio estrattivista e ancorato al privilegio, che tenta di rimettere le responsabilità del contenuto alla macchina ma non fa altro che accentuare quelle umane
2 Settembre 2026

Da quando esistono i prodotti digitali di consumo – quindi indicativamente da settant’anni – puntualmente si susseguono discussioni morali sull’uso dell’ultimo trovato tecnologico alla portata delle persone. Gli ultimi in questa lista sono i programmi basati su modelli linguistici di grandi dimensioni (large language model o llm), comunemente – e spesso erroneamente – nominati intelligenza artificiale. Già questa denominazione creata a monte, che divinizza il programma racchiudendolo in qualcosa di estremamente indefinito e di cui l’umano ignora il preciso funzionamento, ci lascia presagire un’implicazione morale fumosa e fortemente ambigua. Di fatto gli llm non operano in modo troppo differente da quanto facciano altri programmi digitali da decenni, con una differenza: questi modelli imparano a partire da librerie di dati con cui vengono addestrati, e di conseguenza generano contenuti – immagini, testi, video e musica – a partire dalle richieste dell’utente.

In musica l’utilizzo di questi modelli e delle loro reti neurali affonda le sue radici nell’impiego di ausili elettronici e digitali alla fine degli anni ’50 del ‘900. Si è però intensificato con l’aumentare della diffusione e della facilità di approccio in concomitanza con l’inizio degli anni ’20 del 2000. Prima dell’inondazione di contenuto generativo, slavato, derivativo e moralmente pessimo a cui ormai siamo abituatə (e che sarà il contenuto principale di quanto segue), ci sono esempi virtuosi dell’uso di questo tipo di assistenza. L’artista statunitense Holly Herndon, per esempio, tra il 2017 e il 2019 ha sviluppato quella che considera una vera e propria collaborazione con il modello di intelligenza artificiale Sprawl, un algoritmo che impara a partire dalle registrazioni e dai componimenti della musicista e che collabora con lei. Da questo esperimento è nato l’album di elettronica sperimentale Proto, esempio positivo e a favore della creatività mai abbastanza citato e ricordato.

Facendo un salto di sette anni, arrivando a oggi, sembra che la lezione di Herndon non sia stata minimamente considerata. Ciò che ci si para davanti aprendo una finestra su Internet o accedendo ai social è una cascata inarrestabile di contenuti esteticamente blandi, confondibili l’uno con l’altro e spesso con contenuti politici pietosi e approssimativi. Manca, in quella che chiamiamo sbobba ia, un’identità e un approfondimento argomentativo, perché questi modelli vengono istruiti per essere il più generici e trasversali possibili, arrivando dunque a una mancanza di istintività. Di conseguenza, imparando che questa è la strada da seguire poiché sempre più contenuti vengono prodotti passando da determinati canoni estetici, ora i modelli llm si stanno muovendo verso strade sempre più dubbie e dai contenuti morali ben più che spiacevoli. La responsabilità, ovviamente, è di chi ha forzato questo uso rendendolo uno standard linguistico. Siamo noi a doverci interrogare del perché quell’estetica stia funzionando e venga sempre più scelta per generare contenuti dai modelli, piuttosto che pensare che esista un’entità esterna e superiore di cui non possiamo davvero avere il controllo.

A questo proposito si possono citare due esempi molto recenti legati alla musica e alla produzione generativa della stessa. Nell’epoca di Suno (un software di generazione di brani musicali, molto diffuso nella produzione di meme) e dell’industria musicale che si spacca a metà tra chi si oppone fermamente e chi invece sostiene l’uso dell’intelligenza artificiale, negli ultimi mesi due episodi specifici hanno acceso il dibattito e riportato la questione alla radice: la responsabilità umana. Il primo riguarda il cantautore britannico Boy George, co-fondatore del gruppo new romantic Culture Club. Il cortocircuito per cui da Malcolm McLaren – dal post-punk e dalla rappresentazione del melting pot queer britannico di fine anni ’80 – il cantante sia arrivato a produrre con orgoglio un brano che difende l’orrendo genocidio israeliano giustificandolo come risposta all’attentato al festival Nova, già di per sé è un tema che porterebbe a domandarsi se con la vecchiaia il nostro si sia completamente bevuto il cervello.

A rendere We Will Dance Again un brano ancora più orrendo è il fatto che sia interamente realizzato – dal testo all’arrangiamento, passando per la completa esecuzione – attraverso un programma basato sulle reti neurali. Un brano gelido e inespressivo per strumentazione e lirismo, che si riempie di un contenuto inaccettabile, moralmente schifoso e schierato dalla parte più sbagliata possibile della storia: sia riguardo la Palestina sia per le implicazioni creative dell’uso dell’intelligenza artificiale nella musica. Boy George si smaschera da solo con un approccio mistificatorio e menefreghista che nega in modo assoluto l’evidenza e rimette la responsabilità umana altrove, nelle mani dell’intelligenza artificiale. A tal proposito è emblematico lo scambio piuttosto violento che il cantante ha avuto con la piattaforma di distribuzione musicale Bandcamp, che si è rifiutata categoricamente di avere la canzone nei suoi archivi – posizionandosi dalla parte del popolo palestinese e ancora una volta contraria all’uso delle IA in musica – e la cui risposta dell’autore (o presunto tale) è stata quella di definire il servizio gestito da «un branco di stronzi».

Il secondo esempio si inserisce in quel contesto più generico di produzione musicale generativa che vuole somigliare a qualcosa, che lo deriva a partire da stereotipi e ne cancella ogni possibile guizzo creativo, riducendo tutto a somme e intersezioni previste dai modelli. Vi sarà capitato sicuramente di veder apparire in una playlist tematica artistə la cui musica vi ricorda qualcosa senza essere esattamente quello, spesso con pattern che si ripetono e caratteristiche accomunabili. Con tutta probabilità quello che sentireste nel caso (da chi vi scrive sconsigliato) premeste play è un contenuto musicale generato attraverso un input testuale – o prompt – ed elaborato da un modello llm in tutti i suoi aspetti: nome dell’artista e dei suoi brani, gli artwork, musica e testi. Sbobba impersonale, che semplicemente si appoggia sugli stereotipi di qualcosa a cui si rifà superficialmente per cannibalizzare passivamente il successo di cose che le persone hanno interiorizzato e a cui sono abituate.

In questo panorama, già sufficientemente desolante, si inserisce l’ultimo progetto del rapper Tyga: un album synth-pop, fortemente influenzato dagli anni ’80 e dal cinema di quel periodo, intitolato $TARFACE. Il disco sarebbe già abbastanza inaccettabile di per sé, per come si pone rispetto a qualcosa che non conosce e di cui vuole semplicemente assorbire il successo anziché comprenderlo. Diventa ancora peggio quando lo si ascolta e si scende nella “profondità” della produzione. Mancano totalmente creatività e aggiunte personali a quella formula, che viene semplicemente replicata come fosse una ricetta da seguire senza preoccuparsi del processo che ha portato a determinate scelte. Il suono è completamente svuotato da ogni carica evocativa, ridotto solamente a un’estetica da generare attraverso strumenti. I testi sono un’orrenda via di mezzo tra stereotipi trap e cliché anni ’80 mai compresi realmente. Non stupisce affatto che il progetto sia stato inondato da critiche ferocissime sia dalla stampa specializzata che dal pubblico: tra chi lo ha valutato come “non musica” e chi gli ha attribuito voti tra lo 0 e l’1 nelle recensioni.

I due esempi trattati qui ci danno un affresco piuttosto preciso di come certa umanità, quasi sempre all’apice della piramide economica e di privilegio, stia intendendo il progresso tecnologico che implicano le intelligenze artificiali. Strumenti da sfruttare che in partenza sono pensati per imparare dallo sfruttamento. Non ci troviamo di fronte a una rivoluzione creativa, ma all’ennesima scorciatoia estrattivista: un tentativo di sbarazzarsi della fatica, del dubbio e dell’onestà intellettuale per sostituirli con un’ideologia del profitto rapido e della rassicurante mediocrità. L’IA non sta uccidendo l’arte; sono le persone prive di visione – e un’industria sempre più pigra – che stanno usando questi algoritmi come uno scudo morale per non assumersi più la responsabilità di ciò che dicono, di come lo dicono e del mondo che contribuiscono a immaginare.