Lumiero: «Una volta era più facile sognare»

Lumiero sembra arrivare da un altro tempo, ma fermarsi alla nostalgia sarebbe troppo facile. Nel suo mondo convivono canzone d’autore, ironia e un presente che continua a entrare dalle crepe. Al FARM Festival abbiamo parlato di trasformazioni, malinconia, amore e di un futuro che, oggi, sembra «un foglio pieno di buchi»
3 Settembre 2026

Lumiero sembra arrivare da un tempo che non è il suo. La voce in primo piano, gli arrangiamenti che guardano alla grande canzone italiana, un immaginario preciso fino nei dettagli: basterebbe fermarsi alla superficie per raccontarlo come un artista innamorato del passato. Sarebbe, però, la lettura più facile. Perché quello di Lumiero non è un esercizio di nostalgia né la ricostruzione filologica di un’epoca. Il Primo Grande Disco Di Lumiero, il suo ultimo album, è piuttosto il punto d’arrivo di un linguaggio costruito nel tempo, dopo averne attraversati altri, che prende forme riconoscibili e prova a rimetterle in movimento. Dentro convivono la canzone d’autore e una formazione arrivata anche dall’urban, l’eleganza e l’ironia, una certa idea romantica della musica e uno sguardo che rimane inevitabilmente contemporaneo.

Lo incontriamo al FARM Festival ad Alberobello, in un’edizione che riflette anche sui “luoghi che cambiano” e sul modo in cui un posto possa continuare ad avere una vita propria mentre viene attraversato da flussi turistici intensi.

Non sono solo i luoghi a cambiare: cambiano anche i linguaggi con cui scegliamo di raccontarci. Nel tuo percorso, questa trasformazione ha significato più andare verso qualcosa di nuovo o tornare a recuperare qualcosa che avevi lasciato indietro? E oggi c’è qualcosa che, musicalmente, ti imponi di non fare?

Riprendo il passaggio sui luoghi perché è una cosa che a me interessa molto. In realtà quello che vive Alberobello si può applicare molto bene anche al quartiere in cui vivo a Milano, la Barona, che da anni è in piena trasformazione. Una trasformazione di un certo tipo, che chiamiamo gentrificazione, molto evidente. Come accade nei luoghi che diventano mete turistiche: cambiano, perdono alcune cose e ne guadagnano altre. Con la mia musica forse ho fatto il percorso inverso: sono partito dal pop, dal rap-pop, e sono tornato a recuperare delle cose, facendo molta ricerca. Non credo però di poter dire che ci siano cose che non farò mai. Non voglio avere questo tipo di approccio. Magari a un certo punto scoprirò di voler fare qualcosa e non me lo vieterò: cercherò semplicemente di farlo nel modo migliore, facendo in modo che abbia un senso e non sia fatto a caso.

Una cosa che sembra destinata a rimanere centrale è però la voce.

Arrivando dal rap, ero abituato a usare la voce soprattutto sul ritmo, molto meno sulla melodia e sull’apertura. A un certo punto ho capito che ciò che mi piaceva di più, e forse anche il mio elemento più caratteristico, era proprio darle spazio, permetterle di farsi spazio nelle canzoni. Ci sono tanti generi in cui puoi utilizzare la voce più di quanto accada nel rap, ma quando ho trovato questo solco musicale è diventato un po’ la barra che mi ha permesso di tenere dritta questa sperimentazione vocale.

In tour stai proponendo un disco con arrangiamenti piuttosto complessi in una formazione molto più essenziale: preferisci che il concerto restituisca il più possibile il disco o lasciare spazio a quello che può succedere sera dopo sera?

Già il modo in cui stiamo portando in giro il live, con due chitarre e una voce, lascia spazio a una rivisitazione. Il disco ha una complessità di arrangiamenti che in una dimensione così acustica inevitabilmente non ritrovi, ma proprio questa essenzialità permette alla voce di avere ancora più centralità. Di base resto abbastanza fedele alle mie interpretazioni, non faccio grandi cambiamenti melodici. Però da una sera all’altra cambia il modo in cui senti una canzone. In questo tour ci sono state serate particolarmente intense perché magari si ricordava una persona che non c’era più o perché erano legate a temi specifici. In quei casi alcune canzoni prendono quasi il sopravvento sulle altre e inevitabilmente cambia anche l’interpretazione.

Quando si parla dei tuoi ascolti vengono fuori facilmente Paoli, Mina e tutta una serie di riferimenti coerenti con il mondo di Lumiero. Hai citato anche Andrea Laszlo De Simone tra i contemporanei. Ma se togliessimo tutto ciò che può essere considerato una reference, cosa ascolta Luca semplicemente perché gli piace?

Direi che per il settanta per cento ascolto proprio quella musica: non è soltanto una reference, è davvero ciò che mi piace. Allo stesso tempo i miei brani salvati su Spotify, come quelli di tutti, sono sintomo di una certa bipolarità. C’è anche la trap. Sono stato molto appassionato di tutta l’ondata del 2016, quando è esplosa quella prima scena. E poi ascolto anche progetti molto più pop. C’è parecchia varietà.

Hai parlato spesso di nostalgia, ma nel tuo caso è particolare: quasi una nostalgia per qualcosa che non hai mai vissuto, il futuro che immaginava la generazione del boom e che sarebbe poi dovuto diventare il nostro presente. Qual è la cosa che senti sia andata perduta?

Questa sensazione ha anche un termine: anemoia. In realtà io stesso faccio un po’ fatica a chiamarla nostalgia, perché per me ha un’accezione leggermente più negativa. È più il desiderio di recuperare alcune cose di quel mondo che mi piacciono molto e che oggi sento meno.

Ad esempio?

Penso spesso al fatto che una volta fosse più facile sognare. Il futuro era molto più simile a un foglio bianco. Oggi sembra quasi un foglio pieno di buchi: per scrivere devi stare attento alla penna, altrimenti ti cade dall’altra parte. Forse è questo ciò che più mi manca e allo stesso tempo mi affascina di quel mondo. Era una società che veniva da uno dei periodi più bui della storia contemporanea e aveva bisogno di ricostruire.

Anche oggi, però, non stiamo vivendo esattamente un periodo coloratissimo.

Effettivamente anche gli storici descrivono questa forma un po’ ciclica, no?

Penso a Giambattista Vico, ad esempio.

Esatto. Anche se sentivo di recente che Barbero in realtà non era molto d’accordo. Io sono mega fan di Barbero, ovviamente. Oggi, da un certo punto di vista, fare questo discorso può sembrare persino egoistico: viviamo in una parte del mondo in cui siamo nati nell’agio, nella fortuna, nel privilegio, e questo bisogna riconoscerlo. Eppure credo che un tempo ci fosse più possibilità di pensare serenamente a un futuro per il mondo intero, partendo da una serenità che provavi anche dentro casa e che ti permetteva di sviluppare pensieri più gentili sul mondo. Oggi sento invece molta rabbia latente, a volte egoistica, persino reazionaria.

Forse anche per questo nella tua musica torna spesso la malinconia. La cosa che mi colpisce, però, è che raramente “suona triste”: sembra avere un retrogusto quasi dolce. La vivi così anche tu?

Assolutamente. È una cosa che sento molto nella mia persona e sulla quale mi sono interrogato anche quest’estate. Sto iniziando a capire che la felicità sta nel presente, come ci sentiamo ripetere da tanto tempo. Io però ho questa indole legata al ricordo dolceamaro e spesso riesco a trovare una forma di felicità anche lì dentro. Sono un po’ due facce della stessa medaglia.

E questa doppia faccia sembra tornare anche nell’amore, che ne La Tua Amica Più Cara diventa addirittura una condanna: chiedi a un giudice perché ti abbia condannato ad amare. Chi è quel giudice? E qual è davvero la condanna: innamorarsi, non poter scegliere di chi innamorarsi o affrontarne le conseguenze?

Il giudice in realtà non esiste. Non è qualcuno di esterno, ma non sei neanche tu stesso, perché «al cuor non si comanda» e negli ultimi anni penso di aver capito davvero fino in fondo questo detto. La Tua Amica Più Cara parla più di una paura che di qualcosa che è realmente successo. Per fortuna non mi è mai capitato, ma a un certo punto ho avuto paura che potesse succedere: innamorarmi di una persona cara alla persona di cui ero già innamorato. La condanna forse è proprio l’insieme delle cose: innamorarsi contemporaneamente di due persone che si vogliono bene e vivere questa situazione dentro una concezione del mondo, la mia, ancora monogama. Da quella non sono ancora riuscito a muovermi, anche se mi piacerebbe molto esplorarla. L’amore probabilmente è il sentimento più forte di tutti. Ti porta a fare cose che non avresti mai pensato di poter fare, ma può anche lacerare le persone e le relazioni che hai costruito con loro. La paura era un po’ questa: tutto quello che può accadere dentro una situazione del genere.

Nei tuoi brani c’è spesso una certa indeterminatezza temporale: il lessico potrebbe appartenere a periodi diversi. Poi pubblichi Cascasse il Duomo e compaiono immagini molto più esplicitamente contemporanee.

C’è un percorso, non c’è staticità. Probabilmente nei prossimi brani ci sarà ancora di più questa ricerca, questo tentativo di affinare il passo sulla contemporaneità. Allo stesso tempo, però, anche nelle canzoni precedenti c’erano immagini che potevano appartenere soltanto al presente: penso alla droga nel bicchiere, oppure ai riferimenti ai dottori, alla salute mentale e fisica. Sono temi che affondano chiaramente nella contemporaneità.

A proposito di contemporaneità: esiste una parola normalissima nel 2026 che non vorresti mai mettere in una canzone di Lumiero?

Crazy. Per me quella parola non esiste. Non sono retrogrado su queste cose, anzi, lo slang mi piace molto. Ma «crazy» l’ho sentita talmente tante volte che non ha neanche fatto in tempo a entrare nel mio vocabolario: ne è uscita prima.

E se alcune parole entrano o restano fuori dal mondo di Lumiero, c’è invece qualcosa che sembra esserci quasi sempre: l’ironia. Per te è un’esigenza?

L’ironia è un’esigenza come l’eleganza, secondo me. In questo momento penso che, per vivere al meglio, sia giusto e quasi doveroso che ogni giornata abbia la sua dose di eleganza e la sua dose di ironia. E sì, è anche una forma di protezione. Soprattutto l’autoironia.

Questo tour sta finendo, ma da quello che racconti Lumiero non sembra affatto fermo. Cosa c’è dopo?

C’è tanta musica. Non mi sono mai fermato dallo scrivere e c’è parecchia roba nuova. Per la prima volta sto lavorando anche con altri artisti e autori, mentre finora la musica per me era stata un momento molto più intimo e personale. È una sfida, proprio perché sono sempre stato abituato a viverla come uno spazio mio, ma sono molto contento di questa apertura. Continuo naturalmente a lavorare tantissimo con Marquis. Tutto parte dalla mia visione, dal mio desiderio di andare in questa direzione, ma è stato lui a permettermi di mettere davvero i piedi su questo terreno. Lavoriamo continuamente insieme in studio e credo sia un grande valore per una musica che ha bisogno di tempo, ma anche di orecchie e mani capaci di fare cose diverse. Sono molto gasato.