Negli ultimi anni l’Irlanda ha ricominciato a sfornare un sacco di gruppi incredibili. La terra dei quadrifogli, infatti, si sa, ha davvero poco da invidiare in campo musicale. E non solo per quelle melodie così iconiche e caratteristiche fatte di flauti traversi e bouzouki. Questo genere musicale ha anche il pregio di riuscire ad raccontare quella decadenza cupa ed etilica tipica della cultura gaelica. L’unione di questi elementi ha quindi dato vita a un virus che si è insediato nella musica, ha contaminato vari generi musicali e ha portato alla creazione di esperimenti fantastici. In ultimo, Fontaines D.C. e Kneecap.
Una delle combo più inflazionate (e forse meno intellettuali) del folk irlandese è stato un genere che per un certo periodo è riuscito a sgomitare all’interno della scena punk internazionale: Il celtic punk. Reso celebre dai famosissimi Dropkick Murphy’s di Boston e dai Flogging Molly di Los Angeles, questo genere mescola strumenti tipici della tradizione irlandese con le sonorità del punk rock dando così vita a un genere che sì, può essere una figata ma rischia anche di essere una roba molto monotona e ripetitiva. Soprattutto dopo la terza canzone che continua a parlare di quanto sia figo sbronzarsi al pub per San Patrizio o di quanto sia triste sbronzarsi al pub per Natale.
Un’altra particolarità di questo genere è che la maggior parte dei gruppi non viene appunto dal’Irlanda ma, per la precisione, dagli Stati Uniti o dal Canada. Nei primi anni del ‘900, infatti, l’immigrazione irlandese ha costituito un fenomeno così enorme da creare addirittura un motto secondo cui “si è veramente irlandesi se si va a vivere fuori dall’Irlanda”. Il tema dell’addio alla terra natia è quindi un vero e proprio must della musica irlandese, che ha dedicato un sacco di bellissime canzoni agli emigrati irlandesi che salpavano dal porto di Dublino per cercare il proprio posto del mondo.
Probabilmente, il gruppo che meglio ha saputo cantare la propria contraddizione identitaria, ovvero quella di sentirsi parte di una terra che non è la propria, è stato uno dei gruppi migliori mai esistiti al mondo: i Pogues. Perché sì, nonostante le credenze, il gruppo si forma a Londra nel 1982 da un gruppo di ragazzi nati e cresciuti nella capitale inglese. Come moltissimi coetanei dell’epoca, i Pogues hanno le proprie origini irlandesi nei genitori o nei nonni. Sono i cosiddetti “immigrati di seconda generazione” inseriti nel contesto in cui vivono ma, allo stesso tempo, profondamente attaccati al proprio contesto di appartenenza. Essere irlandesi vuol dire essere automaticamente vittime di un razzismo sociale che si esprime nella scritta “No Dogs, No Black, No Irish” sui cartelli delle case in affitto e di un odio culturale fomentato dai troubles nella vicina Irlanda del Nord.
È questo il contesto in cui si forma Shane MacGowan lo storico frontman del gruppo deceduto nel 2023. Un contesto di odio e razzismo ma anche di squats e movimento punk, di una Londra ribelle e underground pronta ad accogliere gli ultimi e gli emarginati. Tutti hanno ascoltato almeno una volta Fairytale of New York in un pub durante il periodo natalizio ma, purtroppo, non tutti hanno avuto la fortuna di ascoltare per intero Rum, Sodomy & the Lash, il secondo album della band, uscito nel 1985 e prodotto da Elvis Costello. Pare infatti che Elvis si innamorò del gruppo dopo averlo visto suonare in un pub di Londra e se ne innamorò così tanto da sposare persino la bassista Cait O’Riordan, una punk inglese di origini irlandesi che suonava il basso con un’attitudine incredibile. La stessa copertina dell’album, una rivisitazione del celebre dipinto La Zattera della Medusa di Theodore Gericault, richiama anche in questo caso la partenza e il tema del viaggio. I temi trattati nel disco, infatti, sono i tipici temi della working class emigrata costretta a sopravvivere all’interno di vicoli puzzolenti e bettole luride. La voce alcolica di MacGowan, infatti, racconta di addii, risse, giovani irlandesi costretti a prostituirsi nelle strade di Londra, fascisti, vomitate negli angoli dei pub e funerali.
I Pogues diventano quindi la voce degli emarginati, poco importa se realmente di origini irlandesi o di origini disastrate e basta. Sono proprio quei pezzi popolari suonati in modo così rabbioso che rappresentano la rabbia degli ultimi: un vero e proprio fucile nelle mani di un giovane incazzato e discriminato per il cognome che porta. Non è infatti un caso che MacGowan, in alcune interviste rilasciate nel corso della sua vita, abbia sempre sostenuto di aver fondato i Pogues a causa del senso di colpa per non essersi arruolato nell’IRA.
Purtroppo, il viaggio del gruppo è stato vorticoso e frastagliato ma allo stesso tempo breve: nel 1991, infatti, McGowan lascia il gruppo per motivi salutari dovuti agli eccessi nel consumo di alcol e di sostanze. A sostituire la sua insostituibile voce per un paio d’anni arriva però Joe Strummer, fan della prima ora del gruppo che, tra le tantissime cose, ci ha anche regalato un bellissimo live del 1991 dal titolo The Pogues with Joe Strummer – Live in London.
I Pogues hanno poi rifatto alcuni live fino alla scomparsa del loro fondatore: si sciolsero nel 1996, si riformarono nel 2001 e si sono riuniti di nuovo nel 2024, dopo la morte di MacGowan, con i tre membri fondatori superstiti. Ma è il bagaglio musicale che questo gruppo ha lasciato alle generazioni successive a essere pressoché inimmaginabile. E, proprio come la musica irlandese, non solo per le tipiche melodie. I Pogues ci mostrano un mondo spesso terribile e marcio. Ma lo fanno esattamente dall’interno, prendendoci per mano e facendoci entrare in quei pub scadenti che puzzano di vomito. E ci mostrano che, spesso, gli ultimi, gli emarginati e gli emigrati sono la parte migliore della società, e che quella contraddizione tra il luogo in cui si vive e il luogo a cui si appartiene può creare qualcosa di così magico e irriverente da arrivare dritto in faccia alla società perbene. Proprio come il gancio di un pugile irlandese.

