Chiunque abbia suonato in una band, specialmente in età adolescenziale, spinto da una forte carica creativa e una altrettanto forte volontà espressiva, sa quanto sia difficile condividere le proprie velleità artistiche con altri adolescenti, anch’essi dotati della propria individualità e smaniosi di manifestarla. Quando parliamo di band – indie, rock, punk o metal che siano – il più delle volte abbiamo a che fare con formazioni composte dai tre ai cinque elementi. Le eccezioni sono rare. E se incontrarsi per suonare e soprattutto scrivere musica è una necessità, più che una convenzione legata a ragioni extra-musicali, è facile immaginare uno scenario in cui regna non solo la gioia di vedersi in una sala prove per condividere una passione comune, ma anche il continuo battibeccare, scontrarsi e scornarsi al fine di far prevalere la propria idea per una canzone. Tant’è che il più delle volte, soprattutto quando una band inizia ad avere un seguito concreto e inizia a fare sul serio, scrivere musica non è quasi mai un processo al 100% collettivo, ma un compito di pochi elementi, con i restanti che, seppure a volte parzialmente coinvolti, si limitano a eseguire. Basti pensare all’esempio più noto, ovvero i Beatles, con George Harrison che ha dovuto fare i salti mortali per far sì che le sue composizioni trovassero spazio in album dominati dalla presenza mastodontica della coppia Lennon-McCartney.
Questo per dire che chi si imbatteva negli Slipknot non poteva che rimanere a bocca aperta al pensiero che la formazione fosse composta da ben nove elementi, quasi una squadra di calcio. Parliamo di una creatura che ai tempi in cui veniva alla luce era un unicum nella storia del metal. Qui, alla classica formazione voce–chitarra (due)–basso–batteria, si aggiungevano due percussionisti (e coristi), un dj e un tastierista e addetto al campionatore. E anche se una fetta di pubblico superficiale riteneva che la presenza di questi ulteriori quattro componenti fosse marginale, la realtà era ben diversa.
Perché gli Slipknot, nati nel 1995 nel pieno del boom del crossover, erano molto più di una band di metal estremo. Loro andavano oltre il nu/rap metal, oltre il death e il groove. Erano unici perché ognuno di questi nove musicisti – nati tutti nella noia e nell’abbandono di Des Moines, Iowa – mettevano parte del proprio estro artistico al servizio di un’esigenza comune: urlare in faccia a chiunque la rabbia verso un’umanità degradata e destinata al collasso, o forse già collassata. Il risultato sarebbero stati quattro album – Slipknot (1999), Iowa (2001), Vol. 3 (The Subliminal Verses) (2004), All Hope Is Gone (2009) – ispiratissimi. I primi due degli autentici capolavori, gli altri due delle più che ottime prove di una continua ricerca sonora. In questi quattro lavori, la storica formazione al completo: Joey Jordison (batteria), Paul Gray (basso), Chris Fehn e Shawn Crahan (percussioni e cori), Jim Root e Mick Thompson (chitarre), Craig Jones (campionatore), Sid Wilson (giradischi) e Corey Taylor (voce). Tutti, nessuno escluso, pienamente coinvolti nel processo di scrittura dei brani e, nel corso degli anni, capaci di dimostrare ognuno la propria indispensabilità per la definizione del sound della band.
Poi, la prima frattura, che è già la più pesante. Nel 2010 Paul Gray, co-fondatore del gruppo, muore di overdose di morfina e fentanyl, e lo shock è totale. Una lunga pausa prima di tornare in studio nel 2014 e uscire con il quinto album, a lui dedicato, .5: The Gray Chapter. Ma un anno prima la band aveva annunciato che Joey Jordison, altro co-fondatore, aveva lasciato gli Slipknot per “motivi personali”. Poi però qualche anno dopo lo stesso batterista – tra i più talentuosi della storia del metal – dichiara che il motivo dell’allontanamento, che lui stesso aveva scoperto via mail, era da imputare alla band stessa, la quale come scusa aveva la preoccupazione per le conseguenze della sua malattia, una mielite traversa acuta. Joey Jordison sarebbe morto nel 2021 a causa di quella stessa malattia, ma nel periodo post-Slipknot avrebbe dimostrato, in progetti minori, di essere ancora uno dei batteristi più forti in circolazione, e di non meritare un addio del genere dalla band che lui stesso aveva contribuito a creare.
Gli Slipknot non sono più un affare dell’underground, anzi, avevano smesso di esserlo fin dall’istantanea esplosione di vendite dell’esordio, ma ora più che mai, negli anni ’10, sono un fenomeno di massa. Le loro maschere sono iconiche e i tour attirano milioni e milioni di fan da ogni angolo del mondo. E intanto il carismatico frontman Corey Taylor – alle prese anche con altri progetti oltre la maschera – e Shawn Crahan – membro più anziano, ultimo dei tre co-fondatori, regista di tutti i videoclip e figura manageriale – diventano elementi sempre più ingombranti e determinanti in molteplici aspetti riguardanti gli Slipknot, la loro immagine e soprattutto la loro struttura finanziaria.
Infatti è proprio a causa di dispute legali e dissapori di natura economica che nel 2019, poco prima dell’uscita del sesto album We Are Not Your Kind, che Chris Fehn – in formazione dal 1998 – viene licenziato, lasciando di sasso la fanbase – i cosiddetti maggots –, che col tempo si era affezionata al percussionista e alla sua incredibile energia messa in atto in live esplosivi e performance memorabili. Fehn farà causa a Taylor e Crahan e il suo avvocato affermerà che al suo cliente «era stata fatta una proposta del tipo “prendere o lasciare, non sei un membro di primo livello”, con la quale il gruppo gli consentiva di continuare a collaborare al nuovo album […] All’inizio lui era trattato in modo uguale a tutti gli altri ed è solo dopo che la band ha avuto successo che hanno iniziato a trattarlo come inferiore», parlando di mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Da quel momento diventa sempre più chiaro che gli Slipknot non sono più quel microcosmo collettivo con l’intento comune di urlare al mondo il proprio odio anti-sistema, ma una macchina economica (un sistema) nelle mani di pochi, appunto Taylor e Crahan, i quali più che essere artisti sembrano due businessmen spietati senza alcun tipo di ritegno verso persone che prima di essere colleghi sono compagni di viaggio. A dimostrarlo è una doppia dipartita, avvenuta nel 2023, un anno dopo quello che attualmente è il loro ultimo lavoro, The End, So Far (a questo punto, con un titolo del genere, verrebbe da pensare a un vero presagio): prima viene licenziato Craig Jones – in formazione dal 1996 –, figura schiva e silenziosa ma importantissima sul piano creativo e tecnico fin dagli albori della band, e poi Jay Weinberg, batterista entrato nel 2014 per sostituire Joey Jordison e col tempo capace di ritagliarsi uno spazio fondamentale negli Slipknot, fornendo prestazioni di livello capaci di entrare nel cuore dei fan e non far rimpiangere Jordison a buona parte di essi. In entrambi i casi, poche spiegazioni dai canali ufficiali, e dunque tantissime ipotesi mai davvero confermate. Di Jones in particolare non si sa proprio nulla, coerentemente col mistero che aveva sempre avvolto la sua figura.
E infine eccoci alla notizia più fresca. Il 14 agosto, in un comunicato freddo e distaccato, pubblicato sul profilo Instagram ufficiale della band e cancellato dopo poche ore, gli Slipknot comunicano che Sid Wilson, maestro della consolle, loro dj dal 1998, da sempre elemento essenziale per il loro sound – presente in tutti gli album fin dall’esordio –, non fa più parte della band. Per dirla con esattezza, “gli Slipknot non saranno più associati a Sid Wilson”. E anche se di base si tratta di una notizia scioccante, nel 2026 i fan, seppur delusi e indignati, sembrano essersi abituati a questo tipo di notizie, come se si trattasse semplicemente dell’ennesima dimostrazione del progressivo decadimento di una band sempre più in balìa delle manie di protagonismo di Corey Taylor e Shawn Crahan, i soliti due Cip e Ciop: il Gatto e la Volpe del metal.

La freddezza del comunicato e la conseguente cancellazione paiono lasciar intendere che la band non sembri intenzionata a fornire spiegazioni di alcun genere. È invece plausibile immaginare che forse tra qualche settimana, mese o anno Sid Wilson arriverà a fornire la sua visione – quasi sicuramente polemica – della faccenda. Perché apprendere la notizia della dipartita di un membro così importante per la band in un post così secco e privo di orpelli retorici non lascia immaginare che le ragioni dell’allontanamento siano da imputare a motivi di forza maggiore, o che comunque le due parti si siano allontanate in maniera pacifica e amichevole.
Che si tratti di un Chris Fehn pt.2? Per ora non si sa altro, anche se le speculazioni e teorie più o meno strampalate del web – che ritiene che possa esserci un collegamento con la recente fine della relazione di Wilson con la fidanzata Kelly Osbourne, figlia di Sharon e del defunto Ozzy Osbourne – non si sono fatte attendere. Così come non si sono fatti attendere i meme che ironizzano e pronosticano un’ipotetica futura dipartita degli ultimi due membri storici rimasti in formazione, ovvero i chitarristi Mick Thompson e Jim Root.
Forse verremo smentiti sia noi sia i fan, e tutto questo discorso perderà di significato, ma una cosa è certa: l’anima degli Slipknot, da qualche tempo a questa parte, sta perdendo la propria consistenza. Anno dopo anno saltano sempre più teste – teste, ribadiamolo, fondamentali – e i sostituti, per ora, non sembrano avere chissà quale caratura artistica. Ad eccezione di Jay Weinberg, il cui posto ora è occupato dal brasiliano Eloy Casagrande, fenomenale ex batterista dei Sepultura, Chris Fehn è stato sostituito dal decisamente meno impattante Michael Pfaff – rimasto anonimo per diversi mesi prima che la sua identità venisse svelata dalla stessa band –, mentre Craig Jones è stato rimpiazzato da un musicista anonimo che poi si è rivelato essere Zac Baird, ex turnista dei Korn e attualmente a carico del medesimo ruolo nella band di Des Moines, ma per nulla memorabile. Per Sid Wilson vedremo come si muoveranno, anche se pure tra i maggots sembra esserci parecchia rassegnazione, come se il copione fosse sempre lo stesso. Insomma, nell’ambiente pare che ci si sia stufati della questione.
Tornando però a parlare di musica, il risultato di tali cambiamenti all’interno della formazione è la lenta e graduale scomparsa di tutti quegli elementi che rendevano gli Slipknot una delle band più originali in circolazione, la cui carriera trentennale sembra sempre più ridotta a una macchietta di sé stessa. Certo, i live continuano a essere di livello, decisamente infuocati, con la voce di Corey Taylor che sembra essere tornata ai fasti degli albori ed Eloy Casagrande che dimostra l’incredibile orecchio che la band ha sempre avuto verso i batteristi. Ma lo scompiglio generale all’interno della formazione si ripercuote sugli album, sempre più stantii e dimenticabili – in particolare l’ultimo –, come se si fosse persa ogni tipo di forza creativa ed espressiva. Gli Slipknot non sembrano più quel mostro a nove teste che da così tante individualità riusciva a tirare fuori musica energica e ricca di suggestioni, ma una macchina commerciale al servizio degli interessi esclusivamente economici di pochi elementi. Elementi che non sembrano più musicisti, ma uomini d’affari senza scrupoli, disposti a fare di tutto – come i peggiori despoti – pur di non perdere il controllo del proprio giocattolino, che tuttavia pare sempre più consumato.

