Farewell, Francesco! Omaggio a Guccini oltre il Maestrone

Dall'Appennino a Bologna, passando per le osterie e le canzoni che hanno raccontato un’epoca: una riflessione lunga e ragionata su un percorso artistico e civile che si intreccia con la memoria, la politica e il racconto delle vite ai margini, trasformando la propria esperienza in una narrazione collettiva che non si piega alla transitorietà
12 Agosto 2026

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione
E il peccato fu creder speciale una storia normale
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo
Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa
Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa

Quali parole migliori di queste potrebbero descrivere la precarietà della vita e delle relazioni umane rispetto alla grandezza del mondo e allo scorrere del tempo? La maggior parte di voi le avrà sicuramente riconosciute perché fanno parte della strofa simbolo di Farewell, uno dei brani più noti e amati di Francesco Guccini, estratto dall’album Parnassius Guccinii del 1993. Farewell è anche il titolo di questo articolo, che vuole essere il nostro personalissimo saluto e ringraziamento a uno dei cantautori (e artisti in generale) più influenti della storia della cultura italiana sotto tutti i punti di vista.

Giusto trent’anni fa usciva invece D’amore, di morte e di altre sciocchezze, altro celebre album del “Maestrone” che descriveva in modo ironico – per non dire provocatorio – il suo mondo e i temi di cui si è fatto cantastorie e narratore per tutta una vita. Una vita pienissima, che si è conclusa qualche giorno fa: Francesco Guccini è morto giovedì 6 agosto, all’età di 86 anni, nella sua casa di Pavana, paese d’infanzia e maturità nel cuore dell’Appennino Tosco-Emiliano. Un luogo dove, fin da bambino, aveva affondato delle radici così profonde da non essere mai più estirpate, troppo indissolubilmente legate a una terra che ha tenuto stretta fino alla morte.

Guccini esordì nel 1967 con il primo album Folk Beat N.1 – anche se alcune delle sue canzoni più importanti erano già state incise da gruppi come l’Equipe 84 e, soprattutto, i Nomadi –, inserendosi in un panorama musicale italiano che si trovava a raccogliere i frutti di una rivoluzione già avvenuta altrove. Il 1967, oltre a essere l’anno che ha dato i natali ai grandi capolavori della psichedelia, è anche il periodo della rivoluzione folk avviata negli Stati Uniti da Bob Dylan, che nel 1965 con Highway 61 Revisited aveva rovesciato e ricostruito il linguaggio della musica popolare americana e internazionale, ponendosi come punto di partenza obbligato per il folk rock e per una generazione di cantautori che in Italia – seppure molto da lontano – ne percepiva l’eco.

Così Guccini, consumato dalla musica popolare italiana e dalle ballate anarchiche e paesane che lo avevano accompagnato sui monti degli appennini così come sui tavoli delle osterie, si dedicò alla scrittura di brani già maturi e indicativi del percorso e delle tematiche che lo hanno accompagnato e gli sono state a cuore fino all’ultimo. Cantautore politico e narratore intimista, uomo delle osterie e intellettuale, musicista e scrittore, ha attraversato più di mezzo secolo della cultura italiana trasformando in canzoni la grande Storia e le piccole storie quotidiane, le grandi ideologie e i personaggi che popolavano i bassifondi sociali e culturali, le grandi e le piccole città con le loro nobiltà e le loro miserie.

Le canzoni di Guccini sono – per citarlo – «avvolte come miele» di una poesia colta che non ha mai voluto esibirsi in modo fine a sé stesso, quasi fosse di necessaria utilità al servizio di un racconto che sente l’urgenza di urlare al mondo le tematiche di ribellione, emarginazione e critica sociale che sono l’anima, ma anche la spina dorsale, di tutti i suoi brani. Gli anni ’70, per lui, sono gli anni dei grandi capolavori, degli album e delle canzoni che hanno definito e forgiato la sua identità di cantautore, culminando nel 1972 con Radici e nel 1976 con il successo commerciale di Via Paolo Fabbri 43. Le canzoni che hanno attraversato questa fase alternano poesie delicate e intimamente esistenziali a inni politici e generazionali, corazzati di una rabbia sfacciatamente manifesta e poco interessata ai compromessi. Una collera, questa, che doveva la sua efficacia a testi brucianti, scaltramente affilati e che sempre più spesso cominciavano a essere ascoltati, cantati e reinterpretati. Ma Guccini non era e non voleva essere un cantante con un dovere specifico, rifuggendo l’etichetta di poeta intellettuale prestato alla musica – o di cantautore di servizio – e preferendo definirsi un cantastorie, assolto da un qualsiasi dovere di politico. Ben lontano, però, dal mitigare la sua profonda appartenenza ideologica, che sarà poi di fatto uno degli stendardi che per più tempo terrà orgogliosamente spiegato al cielo nonostante i tentativi – da vivo e da morto – di “tirarlo per la giacchetta” e affibbiargli una qualsivoglia propensione partitica.

A emergere maggiormente, nella memoria dell’opinione pubblica, è proprio il Guccini politico, quello che prende la chitarra per trasformarla in uno strumento in grado di attraversare le ideologie senza mai farsi imprigionare. Un impegno testimoniato da brani dal valore civile inestimabile come Dio è Morto, che racconta la crisi di valori attraversata dall’apparentemente spensierata società italiana degli anni ’60 (anticipando l’esplosione del Movimento Studentesco nel ‘68), La Canzone del Bambino nel Vento (Auschwitz), che ricorda gli orrori del nazismo attraverso la straziante voce di un bambino morto nel campo di sterminio, o Asia, che condanna le violenze del colonialismo nella storia citando il Marco Polo de Il Milione. Ma potremmo andare avanti all’infinito citando anche la storica Noi Non Ci Saremo, la celeberrima L’Avvelenata, la più recente Piazza Alimonda o l’evocativa Amerigo, che affronta il contrasto tra la dolce America “sognata” e quella dura e traditrice del prozio Enrico, emigrato a inizio Novecento in cerca di lavoro.

I brani simbolo di questa inesauribile vena critica e creativa sono, a nostro avviso, due. Il primo, il più famoso e il più cantato, è senza dubbio La Locomotiva: un pezzo che ha trasformato un fatto di cronaca di fine Ottocento in una ballata epica, facendo immedesimare intere generazioni nel ferroviere anarchico «giovane e bello» ispirato alla figura del fuochista Pietro Rigosi e del suo treno «lanciato a bomba contro l’ingiustizia». Il secondo è Primavera di Praga, decisa presa di posizione con relativa condanna dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia: il segno di un autore disposto a mettere in discussione anche il proprio mondo politico quando questo tradiva gli ideali di libertà e autodeterminazione dei popoli. Tutto questo ragionamento per affermare quanto la politica di Guccini, in fondo, non sia mai stata soltanto appartenenza, ma soprattutto dubbio e ricerca.

Ma è forse nelle canzoni apparentemente meno politiche che Guccini ha dato il meglio di sé, soprattutto per quella sua capacità unica di raccontare il quotidiano attraverso piccole storie di provincia che trovano spazio e dignità in brani poetici e profondamente esistenziali. Seppure parlasse spesso anche di mondi e di storie che non lo riguardavano in prima persona, il “Maestrone” affrontava la vita, l’amore, la sofferenza, l’affetto e persino la morte con uno sguardo intrinsecamente filtrato dalla sua esperienza individuale e dalla sua visione e percezione civica del mondo. Ed è proprio questo racconto privato che si eleva in pubblico a trasportare l’ascoltatore nelle radici da cui lui proviene, trasmettendone colori e sensazioni; un esistenzialismo quasi romantico che trova la sua natura nella relazione, nella dolcezza e nella malinconia.

Questa seconda attitudine si è concretizzata in modo significativo attraverso il racconto di un mondo popolato di personaggi apparentemente marginali ma dalla grande profondità, fatto di incontri casuali, amicizie, perdite dolorose e amori finiti in cui Guccini ha dimostrato una capacità unica di trasformare il quotidiano in letteratura. A osservarla bene, però, la provincia gucciniana non ha nulla di provinciale: grazie alla sua penna, infatti, le città emiliane e l’Appennino sono diventati luoghi dell’immaginario collettivo, culla di memorie destinate altrimenti a scomparire; perché dietro una strada, una stazione, un bar o un’osteria c’è sempre qualcuno con una storia da raccontare. E così, canzoni come Il Vecchio e il Bambino, Canzone per un’Amica (originariamente In Morte di S.F.), Incontro, Autogrill, Eskimo, la già citata Farewell, Cencio, Quello che Non, Quattro Stracci, Canzone della Bambina Portoghese, Vorrei, Lettera, Venezia, Bologna, Piccola Città (…) sono state in grado di prendere qualcosa di intimo restituendolo universale.

L’aura sulla musica e sulla cultura italiana non si è certo esaurita con la sua poetica, ma si è estesa ulteriormente fino a diventare un vero e proprio fenomeno di costume alternativo e anticonformista. Volendo concederci una piccola licenza sociologica, possiamo affermare come Guccini sia stato il primo cantautore “social” della storia: una socialità fatta di porte che si aprivano, tavoli che si allungavano, bicchieri che si riempivano e conversazioni capaci di durare notti intere. Un mondo che oggi percepiamo come lontanissimo, quasi folkloristico, ma che invece – e proprio per questo – ha sempre esercitato un fascino enorme. Prima che esistessero le chat di gruppo, infatti, c’erano i rumori delle osterie, prima delle community online c’erano le tovaglie delle trattorie, prima dei followers c’erano gli amici che sapevano dove trovarti e come stare in compagnia, prima degli streaming c’erano i dischi in vinile acquistati nei negozi: Facebook si chiamava Osteria delle Dame – da lui stesso fondata – e Instagram si chiamava Trattoria Da Vito, luogo mitologico dove il nostro condivideva sprazzi di vita – tra vino e canzoni – con tantissimi colleghi e compagni di viaggio.

Un artista già social anche nel rapporto con la gente, perché dietro alla sua figura mastodontica, alla sua presenza scenica imponente, al vocione baritonale e al carattere apparentemente burbero (ricordiamo un video di un concerto degli anni ’90 in cui il giornalista televisivo Vincenzo Mollica affermava di voler essere “alto e bello come Guccini”), si ergevano la sua prorompente vitalità e la sua infinita voglia di scherzare e giocare con il pubblico che ha sempre affollato i suoi concerti. Un modo di essere social che, però, non è mai scaduto nel divismo: a testimonianza di questo, c’è la scelta di intitolare un album e una canzone con l’indirizzo di casa a Bologna, condividendo il proprio spazio privato: quella Via Paolo Fabbri 43 che in moltissime occasioni ha aperto le porte a chiunque volesse entrare per salutare o scambiare qualche parola con lui. Un antidivismo dimostrato anche con la scelta coraggiosa ed elegante di ritirarsi dalle scene musicali per dedicarsi solo alla scrittura nella sua Pavana, senza annunci roboanti e senza la necessità di dimostrare qualcosa a tutti i costi.

Ci teniamo a ringraziare Francesco per la sua disinvoltura nel percorrere le vicende dei suoi brani cucendo delicatamente frasi che sembrano nate per potersi appoggiare solo su quelle musiche e per poter essere cantate solamente da quella voce. Brani che si concludono spesso cercando un senso nei suoi trascorsi, nelle esperienze e nelle emozioni che lo hanno attraversato, lasciando al termine dell’ascolto una serie di spazi e domande. Sembra di percorrere strade erranti, che non necessitano di una risposta, una direzione o una morale, perché custodi della consapevolezza che una strada in ogni caso c’è, esiste, e stiamo scegliendo di percorrerla. A lui bastava partire da un’immagine o da un sentimento per arrivare a interrogativi molto più grandi: non aveva bisogno di grandi avvenimenti per costruire una grande storia perché gli bastava osservare, vivere e partecipare.

«Siamo qualcosa che non resta», scrisse in Incontro, ri-ammiccando all’esistenzialismo. Ma se è vero che siamo tutti destinati a non restare, alla transitorietà, questo non vale per i testi e le musiche di cui ci ha fatto dono in vita, né tantomeno per il suo messaggio politico e sociale. Continueremo a passarci le sue storie di mano in mano, i suoi inni di chitarra in chitarra, a riflettere sui suoi testi e sulla sua massiccia eredità, politica e sociale godendone e vivendone per più tempo possibile; perché sempre ce ne sarà bisogno.

Articolo in collaborazione con Federico Tranfaglia