Ore 22, come sempre cerco di farmi strada sotto cassa ma stasera è impossibile. La zona sotto palco è murata di ragazzi e ragazze lì dalle 19 per assicurarsi un posto in prima fila, glitter sciolti dal caldo, corpi incollati e un tappeto di bicchieri di plastica. Scambio quattro chiacchiere con un gruppo di ragazze, seguono Gem dai tempi di Nonostante tutto e, sì, amano anche quest’album, Elsewhere, nonostante sia diverso, più introspettivo. «Perché Davide è cresciuto ed è giusto che la sua musica cambi con lui». Davide come Davide De Luca, classe 1988, aka Gemitaiz.
«Ultimamente il rapper average manco va tempo / Tipo four, five, six, seven, eight (five, six, seven, eight) (…) / Nessuno fa più un pezzo bello / Guardo la classifica e piango un po’»: è nelle barre appuntite di Flowman, quarta traccia dell’album, che il rapper romano sfoga la sua rabbia verso il rap game contemporaneo, pezzi costruiti a tavolino da pool di autori che lavorano dietro le quinte, artisti che sono gusci pubblici vuoti, testi creati per essere consumati rapidamente.
Quest’anno, come PolvereMag, abbiamo intervistato diversi liricisti (coincidenze? Io non credo), vecchia guardia del rap come Inoki, ma anche nuova scena (Nitro e Mezzosangue) in dialogo con la old, e ciò che emerge è una rabbia profonda nei confronti delle logiche dell’industria musicale contemporanea, che ha svuotato il rap di quel tratto sociale che dovrebbe connotarne la natura, di quella realness che dovrebbe legare ogni pezzo non solo alla storia personale dell’autore, ma anche agli stilemi più autentici del genere. Quando ho incontrato Nitro all’Hiroshima in occasione del suo Incubi Tour si è parlato proprio di questo: in Odio il rap Nitro attacca il metro di giudizio del rap contemporaneo basato su numeri e contratti, su logiche estetizzanti che portano gli artisti a bruciarsi rapidamente e a confezionare prodotti dimenticabili e vuoti. Proprio per questo motivo, negli ultimi tempi la vecchia guardia ha deciso di farsi sentire, manifestare – esprimendo un modo preciso di fare rap – e manifestarsi, raccontando nel disco ciò che l’artista è davvero o è diventato, senza paura dei numeri, o della mannaia del giudizio dei fan: penso quindi a The Jazzness di Inoki, 60 Hz II di Dj Shocca, Mentre Los Angeles brucia di Fabri Fibra, Yeti della Cricca dei Balordi, Ranch di Salmo, Grande Anima di Clementino, AKA Danno di Danno (album pazzesco, dritto come una freccia N.d.A.) o all’attenzione suscitata da Stato di Coscienza, il lavoro postumo di Jesto: dischi costruiti attorno alla grammatica degli artisti e che intendono essere un’istantanea onesta e intima del loro percorso evolutivo[1]. Non sono operazioni nostalgiche, perché in tutti questi lavori gli autori hanno dimostrato non solo di essere sé stessi ma mai uguali a sé stessi, concedendosi margine per esplorare, ma anche di riuscire a porsi spesso in dialogo onesto con la nuova scena (basti pensare ad Antidoto di Tormento), proponendo un rap che rifiuta l’etichetta di nuovo pop e che è ancora in grado di «mettere sulla spalla quella shimmy shimmy-ya», per citare Salmo in Stratocaster di Ensi.
In Elsewhere (2025), Gemitaiz ha lavorato esplicitamente sui contenuti, cercando di portare uno slancio nuovo in un panorama – quello del rap mainstream – piuttosto povero di sostanza, con prodotti usa e getta costruiti per fruizioni rapide e disimpegnate.
«Questo disco è stato il mio nascondiglio. Ho capito che non volevo scrivere un disco leggero. Volevo scrivere un disco importante perché ora è il momento di dire qualcosa di importante, ora è il momento di sfruttare al massimo le cose che ho imparato nella vita. […] Voler arrivare al primo posto in classifica significa dover seguire delle regole che cambiano continuamente e ti avvelenano il cervello. L’altrove è fare un disco che sia esattamente quello che voglio fare, senza paranoie, senza chiedermi cosa potrei aggiungere per farlo funzionare di più» – Gemitaiz
La stessa spinta che ha portato, ad esempio, MezzoSangue a far uscire un lavoro denso e difficile come Viscerale, quel bisogno di realness in mezzo a tanti prodotti di plastica standardizzati. Anche se la penna di Gem non è affilata come quella di Mezzo (penne che, peraltro, si incrociano nel bellissimo Idiocracy di Mezzo), Elsewhere è un lavoro interessante, in cui il tappeto sonoro risulta complesso, analogico e ibridato da jazz, blues e raggae, sample che omaggiano le divinità del rap (Notorious B.I.G. e Nas), feat consolidati tra cui Meg, Salmo, lo storico collaboratore MadMan e collaborazioni con la nuova scena (Frenetik&Orang3, EleA).

Quella di Collegno è la quinta tappa di un tour che vedrà l’artista impegnato fino a settembre e la serata è affollatissima. Alle 22.15 il pubblico inizia a reclamare Gem, fumo sul palco ed entra il violino seguito da altri sei musicisti, numero che nel corso del live aumenterà per includere anche un sax e un violoncello. Anche questa è una scelta ben precisa: sul palco non si porta l’autotune, ma il tessuto carnoso degli strumenti, real, appunto. Il live si apre con le note ariose di L’Altro mondo a cui fanno seguito brani del nuovo album Elsewhere: le revolverate di Flowman, l’omaggio a Neffa ed EleA con Dancing with the Devil pt. 2, Time Machine, ma anche la densità di Vieni te, con un testo ispirato nientemeno che a Le déserteur di Boris Vian, canzone di protesta antimilitarista che trovate come prezioso cameo anche nel film Sirāt (2025) di Óliver Laxe.
Interessante la selecta di brani vecchi: Gem attinge non solo dal penultimo album Eclissi (Pochette) e da Nonostante tutto (Bene), ma anche e soprattutto dalla lunga saga di mixtape QVC (Quello che vi consiglio, usciti in dieci volumi) da cui arrivano Siddharta (QVC vol. 4), Il Primo (vol. 7) e <3 (vol. 9, come omaggio all’amico Mace). Decisamente emozionante, invece, il ricordo di Primo Brown, frontman dei Cor Veleno scomparso nel 2016, con Vivere pt. 2 (QVC vol. 4), pezzo costruito su un sample di While My Guitar Gently Weeps con En?gma e lo stesso Primo Brown. Ma il vero main course è stato la parte finale del live: il flow chirurgico e serrato di MadMan, salito sul palco in un’inedita versione ossigenata, è una sferzata di adrenalina culminata in Killer Game, fucilata hardcore omaggio a uno dei king del genere, Salmo. Per la chiusura, Gem sceglie una morbidissima Outro in the night, QVC9.
Ci ammassiamo alla fermata del 33 notturno che tarda ad arrivare, davanti a noi un tappeto di fari e auto ferme in coda: due ragazze abbassano il finestrino e alzano il volume, è On the Corner di Gemitaiz (QVC4, produzione di Bassi Maestro). Tutt* noi ferm* davanti alla palina del bus, sedut* sul marciapiede, ci mettiamo a cantare, le ragazze ballano in macchina. È notta fonda, tornerò tardissimo, ho il telefono scarico come quando avevo 16 anni e non mi resta che prendere il bloc notes e iniziare a buttare giù due righe per questo articolo.
[1] Giudizio sospeso invece per i due Canerandagio di Neffa e per Funny Games di Noyz Narcos (lo dico a malincuore da Trucefan, «Gloria ai Trucefans / (…) Supportate il vero rap italiano / Noi lo facciamo hardcore perché è così che ci piace»)








































