A 25 anni da Codice a Sbarre: il disco che il pop-punk italiano non meritava

2001. Mentre l'Italia registra la miglior crescita occupazionale da un decennio e il mondo trema tra il G8 di Genova, le Torri Gemelle e la nascita di Wikipedia, quattro ragazzi di Venegono Superiore mettono in vetrina un disco con la copertina più equivocabile della storia del punk italiano: “Codice a Sbarre” dei Pornoriviste. Ondata pop-punk usa e getta o il disco più coerente e politico della scena nostrana? Dietro un nome da cui tutti – puristi, novizi e benpensanti – hanno sempre voluto tenersi alla larga, si nascondeva molto più di quanto le orecchie chiuse degli anni '80 abbiano mai voluto ammettere
6 Luglio 2026

Il 2001 è stato un anno strano. Passate le ansie per lo scoccare del 2000, tra bug virtuali e apocalissi bibliche, ecco che il primo anno del nuovo millennio afferma con prepotenza la propria – per utilizzare un termine gramsciano – «fantasia drammatica»: nascita di Wikipedia, G8 di Genova, 11 settembre e guerra in Afghanistan. Come al solito, però, è proprio dai periodi terribili che scaturiscono i geni. E il genio, in questo caso, ha un nome per nulla intuitivo.

All’inizio degli anni 2000, i giornali porno si potevano ancora trovare in qualche angolo oscuro delle edicole cittadine. Quelle più grandi e attrezzate avevano uno stanzino apposito a cui si accedeva passando per una tenda in ciniglia; quelle più piccole, invece, ammassavano tutto il materiale nel luogo più buio e remoto del negozio. La sessualità esplicita, soprattutto in Italia, era ancora un argomento tabù da cui tenersi lontani. Se non si voleva diventare ciechi.

Quando, nell’aprile 2001, i negozi di dischi iniziarono ad esporre in vetrina quella famigerata copertina giallo-nera con su scritto Pornoriviste, quindi, la reazione delle nuove generazioni italiane fu piuttosto eterogenea: per i puristi del punk, quelli con le orecchie rimaste alla scena degli anni ’80, questo gruppo era solo l’ennesima conferma che la schifosissima ondata pop-punk  di metà anni ’90 fosse, purtroppo, giunta anche nello stivale, illudendo le nuove leve che il punk fosse davvero quello. Per i novizi, al contrario, quello strano gruppo con quella strana lisca era un modo più soft per approcciarsi a un genere impegnativo, sia a livello contenutistico sia musicale. Per la maggior parte dei giovani, però, quel gruppo era un’altra ottima occasione per mandare a fanculo il bigottismo, Berlusconi, la globalizzazione, la guerra e le canzoni di Gigi D’Alessio che imperversavano nel paese. 

Questo era Codice a Sbarre: un grido generazionale contro i nuovi codici sociali imposti dal nuovo millennio. Nell’anno in cui si registra la crescita occupazionale più forte degli ultimi dieci anni, un gruppo di Venegono Superiore ci mette in guardia dalle tonnellate di polvere che si annidano sotto un bel tappeto. All’immagine del giovane rampante in carriera si contrappone quella del ribelle romantico che vuole andare lento, passando le ore a ubriacarsi e a immaginare mondi nuovi. 

Ma questo incredibile disco riesce anche ad andare oltre. Pur restando inserito in quell’ondata pop-punk dai suoni commerciali che ha partorito gruppi come Moravagine, Derozer, Peter Punk e compagnia bella, le Pornoriviste – insieme ai colleghi Punkreas – escono da quella fumosa ribellione giovanile idealizzata per proporre contenuti molto più concreti. Se il “trend ribellistico” dell’epoca si riassumeva per buona parte in slogan come «truzzi al rogo, punk al pogo», le Pornoriviste erano in grado di parlare di abusi di polizia, razzismo, inquinamento e conflitto sociale. Temi molto più cari a gruppi militanti piuttosto che a quelli commerciali. 

Non è infatti un caso che il disco più iconico e celebrativo del gruppo sia stato concepito in un clima che avrebbe portato ai tragici giorni del G8 di Genova e dell’ennesima guerra in medio-oriente. Clima che le Pornoriviste conoscono bene e che riescono a portare perfettamente in ogni singolo brano del disco. Al contrario, l’etichetta di “non militanti” o addirittura “finti punk” rende le cose ancora più belle: lontano da ogni catena ideologica, il gruppo non pontifica nulla e non detta nessuna linea. Descrive semplicemente quello che gli succede intorno. E di questi esempi Codice a Sbarre ne è pieno. Un pezzo come Ghiaccio, che parla di alcuni soprusi della polizia verso gli immigrati, descrive perfettamente l’impotenza provata di fronte alla scena: due ragazzi vorrebbero intervenire ma non possono. Proprio perché sono due ragazzi. La Pace sul Pianeta, invece, riesce a descrivere l’alienazione dell’individuo senza scomodare alcuna terminologia marxista. Un’allegoria distopica molto più utile e divertente di un testo di Žižek.

Solitamente, a gruppi leggendari corrispondono nomi fighi: The Clash, Black Flag, Alice in Chains, Wu Tang Clan, Massive Attack. Forse, per le Pornoriviste non vale lo stesso principio. Dietro a un nome apparentemente banale e che oggi verrebbe definito cringe o – giustamente – boomer, si cela infatti un gruppo incredibile che purtroppo, per troppi anni, è stato associato a un’idea di punk leggero, commerciale e non impegnato.

Ascoltare Codice a Sbarre nel suo venticinquesimo anniversario, oltre che a ricordarci quanto siamo vecchi, ci ricorda che, forse, il punk nostrano, in fondo, non era così male, ma anzi in alcuni casi era addirittura una cosa incredibile. E che quella nuova ondata punk non era solo cinture con le borchie, cravatte rosse e amori giovanili. Nelle teste di quattro punk di Varese, infatti, potevano convivere perfettamente ansie adolescenziali e una bellissima lettura critica del presente.