I Ludovic sono partiti nei primi anni 2000, tra il rock alternativo e il post-hardcore, lasciando in pochi anni un segno profondo sulla musica brasiliana. Nella prima fase, il gruppo ha fatto uscire soltanto due album: Servil (2004) e Idioma Morto (2006). Quando si sono sciolti erano diventati ormai dei capisaldi dell’underground nazionale. Li contraddistingueva la poesia al contempo intimista e violenta di Jair Naves – in portoghese, quando ormai gli standard musicali si erano capovolti per privilegiare l’inglese – così come la sonorità mutevole, in transito tra le scene hardcore, emo e indie rock nella città di São Paulo, senza mai appartenergli del tutto.
Diverse band hanno trovato in loro ispirazione negli anni successivi, rendendoli un cult classic e permettendo che la loro influenza continuasse a crescere anche negli anni di inattività. Ne fanno da esempio Gorduratrans e Lupe de Lupe, due gruppi d’impatto che portano nei propri lavori riferimenti diretti ai Ludovic. Repertório infindável de dolorosas piadas (2015) è l’album d’esordio dei primi, il cui titolo è tratto dal brano Nas Suas Palavras, contenuto del disco Idioma Morto dei Ludovic. Nel brano SP (Pais Solteiros) del 2014, invece, i Lupe de Lupe raccontano: «per me non esistevano ancora Ludovic, Hurtmold e la loro traduzione».
È frequente l’amnesia collettiva riguardo la musica alternativa in Brasile, al giorno d’oggi. Negli ultimi quindici anni, con il solidificarsi del modello digitale di distribuzione e la graduale perdita dei legami orizzontali che andavano a formare le scene locali e regionali, si sono indebolite anche le connessioni intergenerazionali che ne portavano avanti la memoria. I Ludovic della prima fase sono tra i pochi punti di riferimento che, in maniera obliqua, connettono il passato al presente nel panorama nazionale.
A vent’anni di distanza da quello precedente, il loro terzo album uscirà quest’anno per la label Balaclava Records. Lo anticipano i singoli Desde que eu morri, Pedestal e Dilúvio de dinheiro algum. Con l’attuale formazione – Eduardo Praça (chitarra elettrica), Ezekiel (Zeek) Underwood (chitarra elettrica), Jair Naves (voce e basso) e Rodrigo Montorso (batteria) –, la band ritorna per inaugurare una nuova fase della propria produzione. In quest’intervista con il frontman Naves, estendiamo lo sguardo verso il loro passato, il presente e il futuro incerto.

Ci racconteresti un po’ del contesto in cui è nato Ludovic e in che modo vi eravate inseriti?
Ludovic ha iniziato le sue attività nei primi anni 2000. Lo scenario indipendente era completamente diverso da quello attuale, sia in termini estetici e strutturali, sia di portata del pubblico. La stragrande maggioranza delle band brasiliane di rock alternativo, come si diceva all’epoca, cantava in inglese: già solo il fatto che i nostri testi fossero nella lingua che parlavamo rappresentava un grande ostacolo. Mi è stato perfino detto da un venue manager che lui non organizzava concerti di band che cantassero in portoghese.
Un po’ più tardi, intorno al 2002 o 2003, quando la questione della lingua iniziò a cambiare, siamo riusciti ad attirare l’attenzione di un’etichetta indipendente, la Teenager in a Box, che aveva nel proprio roster Dance of Days, Dominatrix e altri importanti nomi dell’hardcore della svolta del millennio. Così abbiamo ottenuto il supporto per pubblicare il nostro primo disco, Servil, uscito nel 2004. Nonostante ciò, per noi era difficile inserirci in una scena specifica a causa del tipo di suono che ci caratterizzava – finivamo per muoverci tra segmenti diversi, sempre con un senso di stranezza da parte dei pubblici più legati a un’estetica sonora specifica –.
Qual è il tuo ricordo più bello dei primi anni di attività della band?
Avere tra le mani per la prima volta le copie del nostro disco d’esordio non è stato soltanto uno dei momenti migliori di quell’epoca, ma di tutta la mia vita. È stato la concretizzazione di un sogno d’infanzia, che fino a quel momento mi sembrava improbabile: avere un disco composto soltanto dalle mie canzoni, un piccolo segno del mio passaggio nel mondo. Ancora oggi mi emoziono ricordando come mi sono sentito in quel istante.
Quali erano le vostre influenze estetiche e sonore, sia nazionali che internazionali, agli inizi? E oggi, sono cambiate?
Ero bambino all’epoca del boom del rock nazionale negli anni ’80. I miei primi ricordi legati alla musica sono quelli dei miei fratelli maggiori che ascoltavano le band classiche di quei tempi [es. Legião Urbana, Paralamas do Sucesso, Titãs, ecc., n.d.r.] e io che ne rimanevo estremamente incuriosito. Avevo sei o sette anni, ricordo bene mia sorella che ascoltava di continuo Índios [brano dei Legião Urbana del 1986, n.d.r.], per esempio. Ripensando a come funzionava la mia mente allora, credo che assistere così presto al potere di connessione che la musica è capace di creare tra il compositore e chi ascolta mi abbia impressionato profondamente. Doveva sembrarmi quasi qualcosa di spirituale, in un certo senso, e in fondo lo è davvero.
L’inizio della mia adolescenza ha coinciso con la nascita di MTV in Brasile, l’esplosione dei Nirvana e, di conseguenza, con la popolarizzazione del rock alternativo nel paese. Come per molte persone della mia generazione, sono stati eventi determinanti nella mia formazione culturale, che hanno plasmato i miei gusti per molto tempo.
All’epoca delle prime composizioni, credo che il senso di libertà creativa trasmesso soprattutto dalle band nate in una seconda fase del punk rock, sia in Brasile che all’estero, fosse qualcosa di estremamente stimolante. Ho sempre avuto un fascino particolare per gli artisti con un’identità propria ben definita, che non assomigliassero a nessun’altro. Credo che questo rimanga ancora oggi, anche se il campo delle cose che mi interessano, nella musica o in altre forme di espressione artistica, è molto più ampio.
È ampiamente riconosciuto l’impatto di Ludovic sulla musica alternativa brasiliana degli ultimi due decenni. Come percepisci questa influenza?
È qualcosa a cui non riesco proprio ad abituarmi, e che mi emoziona ogni volta. Davvero mi sembra la ricompensa più grande e più bella possibile. Alla fine dei conti, niente ha più valore del sapere di aver ispirato e incoraggiato qualcun altro a scrivere le proprie canzoni. Fa sì che tutta la lotta sia valsa la pena.
Idioma Morto (2006) è stato canonizzato dalla critica musicale dell’epoca e da allora viene ricordato in ondate di nostalgia. L’uscita del terzo album della band, prevista per quest’anno, coincide con il ventesimo anniversario di quello precedente. Questo allineamento è stato intenzionale?
Non esattamente. Credo che tutto abbia cospirato per questa coincidenza. Da anni facevamo sporadici concerti di reunion. A un certo punto, il proseguimento della band poteva avere senso soltanto con la creazione di nuovi brani. È capitato proprio nell’occasione in cui il nostro ultimo disco compie due decenni di esistenza. Lo trovo bello. A quanto pare, avremo molto da festeggiare nel 2026.
In alcune interviste passate hai manifestato qualche riluttanza rispetto alla creazione di un nuovo album per Ludovic. Cosa vi ha portati a tornare in studio come band?
Credo che il principale motivo dietro a questa rischiosa decisione sia stato il non voler diventare una band totalmente dipendente dai propri successi del passato. Ci piace suonare insieme, condividere col pubblico quelle canzoni e anche tutto il resto, ma contestualmente avevamo superato la fase del riunirci soltanto per date commemorative. O chiudevamo definitivamente le attività, oppure avremmo dovuto fare un nuovo album per andare avanti con un po’ di freschezza. La seconda opzione ci è sembrata la strada giusta.
Prima di entrare in studio, abbiamo fatto un patto: se alla fine del processo uno di noi avesse giudicato il materiale di questo terzo disco deludente, non avremmo pubblicato l’album. Tengo molto all’eredità che abbiamo lasciato nella prima fase della band e non volevo macchiarla con un disco reunion che sembrasse pallido e poco ispirato rispetto ai primi titoli della nostra discografia.
Fortunatamente, non siamo arrivati a quello. A giudicare dalla reazione delle persone ai primi singoli, non saremo soli nell’entusiasmo per le nuove composizioni.
Com’è stato il vostro processo creativo in quest’ultimo lavoro? Quali divergenze e continuità sono venute fuori rispetto agli album precedenti?
Per me è stato molto impegnativo, per diverse ragioni. Dopo quattro dischi, due EP e più di quindici anni come artista solista, periodo nel quale mi ero abituato a lavorare con totale libertà sonora, tematica ed estetica, in un contesto in cui potevo sperimentare con ogni tipo di genere musicale e collaborare con musicisti molto diversi, tornare a dover comporre esclusivamente in questo formato “rock band”, con una formazione fissa da due chitarre, basso e batteria, ha presentato limitazioni con cui non avevo a che fare da molto tempo – praticamente dai tempi di Idioma Morto –.
C’era anche la sfida di scrivere canzoni che potessero dialogare almeno minimamente con il repertorio antico, ma senza sembrare una mera simulazione di ciò che eravamo vent’anni fa. Dovevano essere coerenti con le persone che siamo oggi, con tutto il bagaglio e l’esperienza che abbiamo acquisito da quando la band si era sciolta.
Nella prima incarnazione di Ludovic, tutto ruotava quasi esclusivamente intorno alle mie idee, infatti ho composto da solo la maggior parte di quelle canzoni. Questa volta è stato diverso. Il repertorio contiene molte più collaborazioni con i chitarristi Eduardo Praça e Zeek Underwood. Stavolta la metà dei brani è frutto dei nostri scambi, e in alcuni casi sono stati loro a portare una base già pronta, sulla quale io ho semplicemente aggiunto testo e melodia vocale. È stato qualcosa di nuovo e salutare, che sicuramente rifletterà meglio la nostra unità come gruppo, il risultato dell’unione di noi quattro, creando e suonando insieme.
Quale rapporto ha la band con la scena attuale e come è stata la reazione del pubblico al vostro ritorno, secondo te?
È difficile analizzare quale posto occupiamo nel contesto generale guardandolo dalla nostra prospettiva, con così poco distacco. Percepisco che abbiamo conquistato un riconoscimento genuino da parte del nostro pubblico, della critica e di altri musicisti, il che è motivo di grande orgoglio per tutti noi. La reazione ai concerti è sempre calorosa, le persone fanno capire molto chiaramente quanto si identifichino con le canzoni e con tutto ciò che esprimiamo. Credo che questo, di per sé, sia già il segno di una missione compiuta.
E per quanto riguarda il futuro, quali sono le prospettive?
È ancora troppo presto per dirlo. Probabilmente faremo qualche concerto in giro per celebrare questa uscita. Sono felice che siamo riusciti a concludere questo lavoro insieme, in un modo che sembra soddisfacente per tutti i coinvolti. Ma tutti noi abbiamo lavori diversi che richiedono e meritano la stessa attenzione – per quanto mi riguarda, mi sto già dedicando ad altri progetti, immaginando altre uscite entusiasmanti quanto questa –. Sono certo che i miei compagni di band provino la stessa cosa.
Può darsi che torneremo a lavorare a un altro album tra qualche anno. Oppure può darsi che la nostra discografia ci sembri completa con questo lavoro che stiamo per pubblicare e che considereremo questa storia conclusa. Non si sa mai. Per ora, mi sento realizzato per aver concluso questa fase e impaziente di poter finalmente condividere queste nuove canzoni con chi ci segue con tanto affetto e tanta dedizione.

