Un concerto dei DITZ è un allenamento a trattenere il respiro

Il tour primaverile della formazione post-punk di Brighton ha toccato anche la periferia torinese, portando con sé l'intima distruzione interiore di Cal Francis e soci. Un'ora al cardiopalma, powered by Bonsai e Just Call Me Disorder, da guardare e ascoltare con il fiato sospeso
12 Aprile 2026

Respirare è un atto che il nostro corpo compie per mantenersi vivo, per affermare la sua presenza. A volte, però, è necessario — come atto resistente — sovvertire questa regola: andare contro la norma naturale che ci impone ritmi, pause e rallentamenti. Imporci come individui, per riappropriarci dei nostri corpi al di là delle convenzioni. La musica dei DITZ può essere descritta proprio come un’interruzione di queste imposizioni. Un cortocircuito che più volte ha ricevuto approvazione da grandi nomi del giro — le Lambrini Girls, che hanno condiviso più volte il loro sostegno al gruppo, e gli IDLES che li hanno portati con loro nel tour del 2024 — e che dall’uscita del loro secondo album Never Exhale si sta finalmente prendendo spazi da headliner.

La tappa torinese del loro tour, firmata Bonsai e Just Call Me Disorder, si è tenuta nelle spire post-industriali di Mirafiori al CPG, fucina creativa e riferimento fondamentale per la scena live di zona, che ha avuto il merito di portare un concerto di grande rilievo in un’area meno centrale rispetto ai circuiti live tradizionali. L’evento, che ha visto in apertura i Rope, è stato una dimostrazione di questo processo, di come la volontà di imporsi come rottura non sia solo una posa, ma una concreta necessità. Se spesso andare contro corrente può essere inteso a sua volta come qualcosa di commercialmente appetibile, di un tema vendibile, per i DITZ questo diventa piuttosto una postura, un rifiuto categorico delle regole. Non c’è discorso economico o nicchia da spremere nella loro musica, quanto invece una volontà di prendersi spazi che per anni gli sono stati negati in modo categorico per i motivi più disparati.

Al centro di tutto questo vortice c’è la presenza scenica, la voce e l’attitudine del frontman Cal Francis che con il suo cross dressing non vuole scimmiottare la femminilità o forzare una identità. Ciò che porta sul palco con la sua voce rotta, il trucco e il suo modo di vestire è la distanza, l’emarginazione e il continuo essere messo all’angolo da una società che lo ha voluto in un modo che non potrà essere mai. Il suo respiro tra un verso e l’altro si connette con quello del pubblico e diventa un rito collettivo in cui tutte le persone presenti diventano un organismo unico, che per un momento è lontano da quello che il mondo ci ha costretto a essere.

Laddove la voce di Francis si prende il meritato ruolo centrale, però, tutto l’apparato strumentale che i DITZ presentano dal vivo arriva come un mattone in pieno volto. L’ossatura noise della loro musica esplode addosso a chi l’ascolta, i riff di chitarra tagliano un’atmosfera già tesissima creando ancora più scompiglio e le distorsioni delle partiture di basso rappresentano la miccia volutamente cortissima di una bomba punk rock vulnerabile e rabbiosa. Il respiro si fa sempre più trattenuto, compresso ma non incontrollato: al contrario ogni cosa arriva con precisione e viene percepita nello spazio che si merita.

A fine concerto arriva il momento di rilasciare i polmoni, riabituarsi al ritmo del mondo con la consapevolezza che per un’ora abbiamo trattenuto il fiato e imparato che un uso differente dei nostri corpi è possibile. Espirare dopo quell’ora potrà sembrare ritornare alla norma e accettarla, ma al contrario ormai il nostro respiro è cambiato irrimediabilmente e il solco lasciato dai DITZ è lì nell’aria che buttiamo fuori verso il mondo.