Facciamo un esercizio di immaginazione insieme: vogliamo andare a un concerto, in una qualunque grande città italiana del centro nord. Le nostre scene di riferimento si muovono nelle spire dell’underground: il post-punk, l’elettronica sperimentale e altre tendenze del sottobosco. Notiamo che, nella stessa sera, ci sono diversi concerti che ci attirano e non siamo le uniche persone indecise. Il pubblico di riferimento, infatti, è lo stesso: una nicchia orgogliosa ma numericamente limitata. Il risultato è matematico quanto deprimente: sale riempite a una frazione della loro capienza, bilanci in perdita e un’atmosfera diluita che non riesce a generare quell’energia collettiva senza cui tutto si sfalderebbe. Quella che chiamiamo scena si è trasformata in un arcipelago di isole che comunicano solo per sottrarsi ossigeno a vicenda, vittima di un’illusione di abbondanza che nasconde una profonda crisi di cooperazione. Ecco, credo sia stato piuttosto facile fare questo ragionamento: perché è esattamente corrispondente alla realtà.
Bisogna però precisare che questo cannibalismo è un lusso e un privilegio, per quanto perversi, che non è omogeneo in tutto il paese. Mentre le regioni del nord soffocano per eccesso di offerta, il sud Italia vive la condizione opposta: quella di un isolamento sistemico. In molte regioni meridionali, la questione non è quale concerto scegliere tra opzioni simili, perché non ci sono le opzioni. C’è invece la totale assenza di tappe nei tour nazionali e internazionali. Le difficoltà logistiche, i costi di trasporto proibitivi e la carenza di infrastrutture dedicate relegano il sud a una periferia musicale che viene ignorata dai grandi routing, lasciando l’underground locale a lottare non contro la concorrenza, ma contro il deserto. Questa spaccatura geografica rende ancora più paradossale la situazione: la musica si disperde dove abbonda e manca dove sarebbe vitale.
Un paradosso che ci imprigiona e che vede le promesse del digitale frantumarsi e i problemi che prometteva di dissolvere aumentare. La catena del valore si è allungata a dismisura, inserendo tra chi suona e chi ascolta una fitta rete di nuovi intermediari come agenzie di digital marketing, piattaforme di ticketing e consulenti di pubbliche relazioni. Come evidenziato nelle analisi sulla re-intermediazione redatto da Kenny Barr presso l’università di Glasgow, questi nuovi gatekeeper non hanno semplificato il processo. Lo hanno burocratizzato, spingendo ogni attore a estrarre valore immediato spesso a scapito della salute dell’ecosistema locale. Si frammentano le responsabilità, si rimbalza l’ultima parola all’infinito e si crea disparità nelle disparità.
A questo si aggiunge il peso del routing obbligato dalle agenzie di booking: per ottimizzare i tour, le agenzie ragionano su scala nazionale – quando non internazionale – ignorando le specificità territoriali. È quanto emerge, per esempio, dallo studio The Music Puzzle, pubblicato dal sindacato europeo Live DMA. Il promoter locale si ritrova così incastrato tra il desiderio di ospitare un artista e l’impossibilità di spostare una data che cade tragicamente in contemporanea con un evento identico a pochi metri di distanza. Questa sovrappopolazione di eventi scatena il paradosso della scelta teorizzato da Barry Schwartz: davanti a troppe opzioni simili, il pubblico sperimenta una paralisi decisionale. Per paura di sbagliare o per stanchezza cognitiva, finisce spesso per restare a casa o rifugiarsi nell’evento più mainstream.
La mutualità underground – fatta di backline condivisi e calendari concordati al bancone del bar – è stata sostituita da una competizione algoritmica feroce. Una gara dove il successo del singolo collettivo dipende dalla capacità di urlare più forte degli altri sui social media. Per invertire questa rotta, è necessaria una nuova ecologia del live che guardi alla solidarietà e alla mutualità; valori che dovrebbero coincidere con lo spirito che guida determinati concerti e sonorità.
La soluzione non risiede nel marketing individuale, ma in un atto di resistenza politica: tornare a coordinare i calendari, fare massa critica contro i diktat e ricostruire un patto col pubblico basato sulla qualità e sulla cura della comunità, prima che l’ultimo locale indipendente si spenga nel silenzio di una sala semivuota. Per questo motivo, non penso sia necessario trovare un fulcro di responsabilità o puntare il dito contro specifici contesti: piuttosto ha senso rimboccarsi le maniche, riunirsi, confrontarsi e farsi sentire in modo collettivo. Respingendo un processo che ci sta allontanando sempre di più.

