Da Bristol, col punk e nel dancefloor: intervista ad Adam Devonshire (IDLES)

In occasione della tappa torinese del tour di dj set firmato IDLES abbiamo scambiato due chiacchiere con Adam Devonshire, bassista e cofondatore della band di Bristol, sul peso dell'eredità del contesto in cui si cresce, del ballare come meccanismo di memoria collettiva e di legittimità delle lotte sociali
12 Febbraio 2026

Gli IDLES non sono solo una band: sono un gruppo di persone che pensa la musica come pratica collettiva e politica. A Bristol hanno imparato a mischiare post punk e altri generi come strumento per creare comunità, memoria e resistenza. Nei loro live, rabbia, fragilità e senso di giustizia si fanno fisici e condivisi: ogni brano, ogni pausa, ogni gesto sul palco serve a costruire un’esperienza collettiva che ricorda chi siamo stati e chi vogliamo essere insieme. Nei dj set, questa stessa attenzione si trasferisce nella pista: la musica muove le persone, certo, ma racconta anche storie, fa emergere ricordi e costruisce consapevolezza, trasformando ogni club in un’estensione del palco e della comunità che la band coltiva dal vivo.

È in questa veste – quella di IDLES dj set – che, nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, abbiamo incontrato Adam Devonshire (bassista e cofondatore della band) a Torino, poco dopo un corteo in difesa di uno spazio sociale recentemente sgomberato e la militarizzazione di un intero quartiere. Per loro, per cui antifascismo e sostegno ai movimenti di sinistra non sono slogan ma pratiche quotidiane, eventi del genere diventano parte della conversazione. Estensione della musica e della comunità che cerca di costruire, ricordando che la politica e la musica sono inseparabili quando si tratta di resistere insieme.


Non so se sai ma oggi, o per meglio dire ormai ieri, Torino è stata protagonista di un atto di militarizzazione per via di un corteo a sostegno di un centro sociale di sinistra recentemente sgomberato…

Sì, so parte della storia: quello che so è che c’è stata un sacco di robaccia fascista in giro.

Per farla molto breve, il corteo è stata la risposta nazionale a un atto di repressione – militarizzazione di un intero quartiere per più di un mese – che è in linea con il governo italiano; composto letteralmente dai figli del regime. Hai qualche commento a riguardo?

Certo: fanculo all’estrema destra, fanculo a tutta quella merda. Il mondo non ne ha bisogno, che se ne vadano a fanculo. I movimenti e le persone di sinistra devono unirsi per contrastare la feccia fascista. 

Parlando di altro, spostandoci sul tuo set: uno dei motti della tua band è hard rock for softies (“rock duro per mollaccionə”, ndt) ed è una cosa che ho percepito anche mentre mettevi dischi questa sera. Come riesci, e riuscite, a portare la stessa idea anche in un contesto dancefloor?

Onestamente, non ascoltiamo solo punk o solo techno o solo qualunque altro genere. Ascoltiamo la musica, perché siamo musicisti. Vogliamo sentire bei brani, quando siamo in giro per locali. E vogliamo banalmente incorporare questa cosa anche nei nostri dj set: ascoltare e far ascoltare delle cazzo di traccione. Questo è quello che conta quando sei a una festa, non importa il genere o come viene percepita una canzone. Conta la bella musica.

Parlando proprio di questo, durante il set ci hai fatto sentire tanta musica che io mi porto dietro dall’adolescenza e dagli anni successivi. Cose come gli LCD Soundsystem, i The Cure o anche i King Gizzard and the Lizard Wizard che hai scelto come opener. Ho percepito grande vicinanza verso di te e la tua selezione, un po’ lo stesso tipo di unità che si sente durante i vostri live. 

Questa è una cosa meravigliosa, amico mio. È una cosa che io, Joe (Joe Talbot, cantante degli IDLES, ndr) e Bowen (Mark Bowen, chitarrista degli IDLES, ndr) abbiamo sempre ricercato nei nostri set per tantissimi anni, prima ancora di diventare gli IDLES. A dire il vero, ci siamo conosciuti attraverso i nostri dj set e abbiamo imparato in quel contesto che ci sono canzoni che semplicemente funzionano in un dancefloor. La gente viene a sentirti in un sabato sera e cerca quell’energia dei suoi ricordi da teenager a cui ti riferisci. Vuole sentire canzoni che rendano felici, che riportino a galla ricordi. E questo è più o meno quello che cerchiamo di fare. 

Ultima domanda! Voi siete di Bristol, tu sei di Bristol, una città che ha un’energia che si lega con la storia della musica elettronica che ha attraversato quei luoghi. Qual è la tua percezione di questa connessione tra il territorio, i rave, il punk e tutto quello che sta intorno?

È stato molto complicato essere una band che arriva da Bristol, per molto tempo. Perché la percezione della città è legata al trip hop, alla drum and bass e ai rave, che è una parte della sua storia importante e con un’eredità gigantesca. Ci sono solo una manciata di band in senso stretto che arrivano da quei territori. Perciò è stato piuttosto difficile comunicare, sia all’interno che all’esterno, che non tutte le persone a Bristol suonano jungle. Ma la cosa meravigliosa di Bristol è che ti permette di crescere come artista. Ti permette di fare il cazzo che ti pare, e il supporto della comunità e la sua risposta sono molto di sostegno. Che sia musica, scultura, pittura o tessitura: la tua arte ha spazio da qualche parte a Bristol. Non importa attraverso quale medium ti esprimi, il supporto è sempre enorme. È un posto meraviglioso, che ti permette di mandare tutto in merda e di sbagliare per crescere e migliorare. Non saremmo stati la band che siamo senza quel contesto, senza imparare a gestire la vulnerabilità e gli errori. Quando abbiamo iniziato il progetto IDLES non riuscivamo a capire da che parte andare. Abbiamo indossato mille panni diversi, prima di riuscire a comprendere quale fosse il nostro. Abbiamo fatto schifo per tantissimo tempo, ma Bristol ci ha permesso di fare schifo e trovare la nostra voce. Penso che non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto in nessun altro luogo: Londra, per esempio, non ci avrebbe permesso di essere così scarsi per così tanto tempo. Ci avrebbero detto di smettere, di passare ad altro. Per fortuna Bristol è tutta un’altra storia: un terreno fertile che permette a chi fa arte di scoprirsi. 

Foto in copertina di Paul Hudson