Kemistry & Storm, sebbene raramente celebrate quanto meriterebbero, occupano una posizione centrale nella storia della drum and bass britannica degli anni Novanta. Non semplici presenze simboliche da citare a margine del racconto, ma figure che hanno inciso concretamente sulle pratiche DJ, sulla costruzione di una delle etichette più influenti del genere e sulla diffusione di una cultura musicale che si stava formando in tempo reale. Il loro percorso attraversa radio pirata, club londinesi, lavoro curatoriale per Metalheadz e una delle compilation più importanti della serie DJ-Kicks, il tutto dentro una scena strutturalmente maschile. Un ambiente in cui l’autorevolezza era quasi sempre concessa agli uomini e la loro presenza doveva continuamente legittimarsi.
La storia di Valerie “Kemi” Olusanya e Jayne “Storm” Conneely ha inizio a Kettering, lontano dai centri canonici della cultura rave, quando le due erano adolescenti e coinquiline. Prima ancora di pensarsi come DJ, costruiscono una relazione fondata sull’ascolto ossessivo, sul collezionismo di vinili, sulla frequentazione dei rave e i circuiti delle radio pirata che attraversavano l’etere britannico a fine anni Ottanta. Storm ricorderà anni dopo come la musica fosse totalizzante: passavano le giornate a registrare set, scambiarsi dischi, studiare i mix altrui. È in questo lavoro quotidiano — spesso romanticizzato quando riguarda i DJ uomini, molto meno quando riguarda le donne — che nasce la loro competenza. Una ricerca che non è funzionale al voler essere DJ ma che arriva a quello stadio come conseguenza dell’interesse per un ambiente che percepivano come affine ma che geograficamente gli era distante e potevano percepire solo in forma ridotta.
In quest’ottica è fondamentale nella loro storia il trasferimento a Londra, che le porta direttamente nel cuore dell’underground. Mettono quindi finalmente piede nelle radio che ascoltavano dalla provincia, in particolare Touchdown FM e Defection FM. Stazioni che non sono solo poli di propagazione culturale ma veri e propri snodi politici della scena elettronica dell’epoca: spazi fuori dalla legalità che permettevano alle nuove sonorità di circolare al di fuori dei canali ufficiali dell’industria. È qui che Kemistry & Storm affinano il loro stile, costruito su mix lunghi, progressivi, sull’attenzione alla tensione e all’atmosfera, più che sull’impatto immediato. Le loro selezioni sono viaggi da percorrere in tutta la loro lunghezza, scoprire traccia dopo traccia.
Ma è anche qui che si scontrano con una scena che, pur definendosi alternativa e ribelle, riproduce dinamiche profondamente maschili. Storm ha raccontato più volte che evitavano di specificare di essere donne quando si presentavano come DJ: volevano essere giudicate prima per la tecnica, non per il genere. Solo quando arrivavano fisicamente dietro ai piatti il pubblico scopriva che non erano uomini. Non era una strategia di marketing, ma una forma di autodifesa in un ambiente in cui l’autorità musicale era quasi sempre maschile e la presenza femminile percepita come anomalia. L’incontro con Goldie porta nel 1994 alla nascita di Metalheadz, l’etichetta simbolo della drum and bass non solo all’epoca ma anche oggi a distanza di trentadue anni. Anche qui il racconto dominante tende a concentrare tutto sulla figura carismatica di Goldie, ma il lavoro quotidiano che costruisce realmente il suono e la credibilità della label passa in larga parte da Kemistry & Storm. Sono loro a seguire gli artisti, a curare le uscite, a gestire ordini, contatti con le radio, promozione, logistica. Lavoro culturale e organizzativo spesso invisibile, ma decisivo.
Le prime release che supervisionano — come Your Sound di J Majik e The Angels Fell di Dillinja — segnano una svolta per Metalheadz, che da progetto di nicchia diventa un punto di riferimento globale per la drum and bass più innovativa. In altre parole: non si limitano a suonare dischi, contribuiscono a definire cosa quel genere sarebbe diventato. Parallelamente cresce la loro reputazione come DJ. I loro set non puntano sulla spettacolarizzazione, ma sulla costruzione lenta del dancefloor, sulla narrazione sonora, su un dialogo costante tra tensione ritmica e profondità atmosferica. La loro chimica dietro i piatti riflette anni di ascolti condivisi e di lavoro collettivo, una pratica che si oppone all’immagine individualista del DJ-star che diventerà dominante negli anni successivi. La parte formativa creata in adolescenza, nata spontaneamente e non per finalità di successo, diventa quindi la chiave di volta e la bussola morale del loro lavoro sia dietro ai piatti che dentro l’etichetta.
Nel 1999 arriva DJ-Kicks: Kemistry & Storm, prima compilation della storica serie interamente dedicata alla drum and bass. È un riconoscimento enorme, soprattutto in una scena dove i ruoli di prestigio erano quasi sempre riservati agli uomini. Non si tratta solo di visibilità, ma di legittimazione culturale: il loro modo di selezionare e costruire un racconto sonoro viene riconosciuto come rappresentativo di un’intera scena. Il mix attraversa techstep oscuro, ritmi spezzati, momenti più melodici e sperimentali, offrendo una fotografia precisa della drum and bass di fine anni Novanta. Non una vetrina di pezzi forti, ma una mappa politica e culturale del genere: comunità, suoni emergenti, direzioni future.
Pochi mesi dopo, il 25 aprile 1999, la storia del duo viene brutalmente interrotta. Tornando da un set a Southampton, un elemento metallico scagliato da un veicolo attraversa il parabrezza dell’auto in cui viaggiano. Kemistry muore sul colpo. La notizia attraversa la scena come uno shock collettivo: non solo per la perdita umana, ma per la scomparsa di una figura che teneva insieme musica, comunità e lavoro culturale. Storm continuerà a suonare negli anni successivi, portando avanti la memoria di Kemistry e il lavoro iniziato insieme. Ma il racconto storico della drum and bass, come spesso accade, tenderà progressivamente a ridimensionare il ruolo del duo, riassorbendolo nelle narrazioni centrate sulle figure maschili più visibili.
Eppure l’impatto di Kemistry & Storm è evidente nelle testimonianze di molte DJ delle generazioni successive, che per la prima volta hanno visto due donne occupare con autorevolezza il centro della scena, non come eccezioni decorative ma come professioniste competenti e rispettate. La loro presenza ha aperto spazi concreti, non simbolici. La loro storia mostra anche un limite ricorrente delle culture underground: l’illusione che essere alternativi significhi automaticamente essere inclusivi. La drum and bass nasce come movimento radicale, nero, working class, fuori dall’industria — ma resta profondamente maschile nelle sue strutture di potere. Kemistry & Storm non vengono marginalizzate perché eccezioni, ma perché donne in uno spazio che continuava a pensare l’autorità musicale come maschile.
Rileggere oggi il loro percorso significa quindi fare un’operazione politica oltre che storica: restituire visibilità al lavoro culturale invisibile, riconoscere come le scene musicali si costruiscano anche attraverso chi organizza, cura, seleziona, sostiene — e smontare la narrazione eroica che tende a concentrare tutto su poche figure maschili carismatiche.
Kemistry & Storm non sono una nota a piè di pagina della drum and bass. Sono una delle sue colonne portanti.

