Scorrendo il feed di Instagram, mi sono imbattuto in un post degli Smashing Pumpkins. Uno di quei post celebrativi dedicati al cofanetto Aeroplanes Flies High con l’immagine di un vortice, bellissimo. Era più o meno il 1996 quando uscì. Anche mio fratello aveva quel cofanetto, penso l’avesse ricevuto come regalo di compleanno: guardando il post, mi sono ricordato di aver trattato malissimo quell’oggetto, tanti anni fa, che oggi come allora aveva un gran valore. Di conseguenza, ho realizzato di aver trattato male la musica. E non solo quella volta. Negli anni, pur senza rendermene conto, ho trattato male i dischi, i CD e le musicassette: tutte cose che credevo eterne, infinite e indistruttibili.
Le prime scuse vanno a mio fratello, per tutti quei CD presi senza chiedere, persi, rigati, scambiati. Per tutte le cassette rovinate. Per quella leggerezza stupida con cui si trattano le cose quando non se ne conosce il reale valore.
Ora, non vorrei scadere nella retorica del «una volta era più bello», più semplicemente credo fosse diverso il significato che si dava a certe cose, l’importanza che certi oggetti assumevano per ciascuno di noi da un punto di vista strettamente personale, a un livello intimo ed emotivo.
Un tempo, l’atto di ascoltare e vivere la musica aveva un suo valore intrinseco perché richiedeva tempo: il tempo di infilare una musicassetta nel walkman e mandarla avanti fino al pezzo che ti gasava, la mattina salendo sull’autobus; il tempo di restare concentrato con il dito pronto sopra il tasto REC della radio, per creare una compilation da regalare alla persona che ti piaceva o da ascoltare in macchina durante un viaggio.
La musica occupava spazio. Costava. E sì, poteva anche rompersi. E se una cosa può rompersi, impari a starci attento. Oggi la musica è ovunque, sempre disponibile, alla portata di tutti. Costante e astratta: non si tocca, non si consuma, non si perde. Non si paga, o perlomeno non se ne percepisce più il costo. E se non non ne conosci il valore e non rischi di perderla, smetti di proteggerla. Ascolti un pezzo. Metti un cuoricino. Passi oltre.
Il disco, inteso come oggetto musicale, non esiste più. Esiste solo un flusso continuo che si mangia tutto il resto. E questa cosa non riguarda solo la musica, riguarda la cultura. Riguarda il mo(n)do in cui viviamo. Viviamo in un tempo impersonale, automatico, algoritmico. Un tempo in cui cambiano equilibri politici nello spazio di un refresh. Un tempo in cui tutto è immediato, veloce, disponibile. E proprio per questo, dimenticabile.
La musica però è cambiata perché siamo cambiati noi, diventando il riflesso di ciò che oggi siamo: persone “smart”, che ottimizzano il tempo per fare più cose possibili nell’arco di 24 ore.

Oggi, domenica 1 febbraio 2026, Polvere compie due anni esatti dalla sua prima pubblicazione: un’intervista scritta ad Anna Castiglia. Solo due anni. Siamo ancora piccoli, siamo nuovi e non abbiamo alcuna pretesa. Ma se questo progetto esiste è anche perché, a distanza di vent’anni, ho sentito il bisogno di rimediare, di provare a rimettere dentro la musica quella cura, quell’attenzione, quell’amore che da ragazzo non ho saputo riservarle. Perché sì, sono stato un deficiente. E queste cose vanno dette.
Polvere nasce dal desiderio di ridare valore. Valore a chi lavora nella musica. Valore ai musicisti. Valore al tempo speso ad ascoltare, a raccontare, a osservare. A farsi una domanda in più invece di passare oltre.
In tutte le nostre pubblicazioni c’è sempre stato il desiderio di scoprire le cose, di raccontarle anche in maniera schierata, di far incontrare cultura e musica senza rimanere neutrali, sostenendo le battaglie che riteniamo giuste.
Spendendo quelle parole in più, quelle foto in più e quelle riprese in più per contestualizzare un artista nella società in cui vive, in cui tutti stiamo vivendo. Per noi, questo è molto importante. Così com’è importante il lavoro che c’è dietro ogni singola parola, ogni singolo frame che esce dai nostri canali. Perché quello che facciamo è anche per darlo a noi stessi un valore, un valore che oggi è difficile esprimere in termini economici, ma che per noi è inestimabile. Come essere in mezzo a un pogo con la macchina fotografica in mano ed essere felici di scattare o riprendere quello che succede intorno, per poterlo poi raccontare con una prospettiva tutta nostra.
Orgoglioso io, come tuttə lə collaboratorə di Polvere, di poter dare il nostro sguardo sulla musica.
Non perché “prima era meglio”, né tantomeno perché “noi siamo meglio”, ma perché oggi tutto rischia di diventare così veloce da non lasciare traccia.
Forse, la mia è solo nostalgia. O forse sono un sognatore. In ogni caso, va bene così.
Noi intanto andiamo avanti. Anche se, lo ammetto, qualche volta penso che sarebbe bello ritornare indietro, ai tempi in cui spremevi il tasto RW sul walkman e aspettavi immobile, in silenzio, ascoltando il suono del nastro che si riavvolge.
Quindi grazie per questi due anni passati insieme. Grazie a chi ci ha dato fiducia. A chi si è fattə intervistare.
A chi si è messə in posa davanti a una macchina fotografica. A chi ci ha mandato un pezzo, un EP, un disco, anche solo per dire: «guardate che esistiamo».
Sono stati due anni ricchi. Ricchissimi. Abbiamo imparato a gestire un calendario. A farci avanti, a scrivere, a sbagliare. A fare figuracce e a tenercele addosso. Ma anche, in mezzo a tutto questo, a fare cose stupende.

Se Polvere serve a qualcosa, serve a questo: a ricordarci che dare valore alle cose è una scelta. E che il tempo, se lo vuoi davvero, te lo devi prendere. Cerchiamo di essere sempre presentə. Sempre più costantə. Sempre più precisə.
Sempre più trasparentə. Sempre più motivatə, anche e soprattutto quelle volte in cui si fa più fatica a ricordarsi la motivazione.
Buon compleanno a noi. Buon compleanno, Polvere.
Ad maiora.
P.S.: scusami Simone per tutti quei CD che negli anni ho perso o rigato, non avevo ancora capito quanto fossero importanti.

