The Use: il folk intimo di Nit T

Il secondo album di Nic T, uscito per Hora Records, è un’opera che gioca con le espressioni più sperimentali del folk e diventa colonna sonora di intimi frammenti di vita. Il cantautore vicentino, padrone di uno stile già riconoscibile, si racconta in tutta la sua sensibilità attraverso brani delicati e fragili come un animo sensibile
30 Dicembre 2025

Nic T, al secolo Nicolo Traversa, è un cantautore e polistrumentista classe 1990. Originario di Vicenza, è una figura magnificamente anomala nel panorama indipendente italiano: un autentico artigiano del suono e della melodia, capace di sussurrare nell’animo attraverso una raffinata ricerca sulle sfumature più sensibili del folk.

Con una forte propensione alla sperimentazione, Nic T era già riuscito a dimostrare il proprio valore artistico con l’album d’esordio The Saint (2024): un’ingenua ma sincera raccolta di frammenti sonori dal sapore lo-fi delicati come un momento di riflessione con sé stessi. La magia di quei poco più di venti minuti di pura introspezione si evolve in questa sua seconda opera The Use, uscita – come il precedente lavoro – per la coraggiosa Hora Records, resasi abile nel comprendere fin da subito il talento naturale del cantautore.

Le composizioni si fanno più stratificate, la produzione più complessa, ma quel che resta è l’intricante dialogo tra una voce flebile e un insieme di strutture sonore e progressioni armoniche disorientanti eppure avvolgenti. Bastano infatti i vorticosi arpeggi della traccia d’apertura Soon – dalla durata di neanche due minuti, come se non servissero elaborazioni eccessive per scatenare un’emozione – per immergersi nel mondo di Nic T, in cui l’America vulnerabile di Elliott Smith convive con l’Inghilterra psichedelica della scena di Canterbury di Robert Wyatt; il cantautore, ancora prima di esordire, aveva affinato il proprio stile vivendo quattro anni a Londra e facendo esperienza internazionale.

Ascoltare The Use vuol dire imbattersi in un folk che cerca continuamente di uscire dalla propria zona di comfort. Gli elementi più all’avanguardia risiedono nella capacità da parte dell’artista di guardarsi dentro, giocare coi propri sentimenti, modellarli con delicatezza e trasferirli in una musica che suona articolata ma profondamente necessaria.

C’è una malinconia dolceamara che sembra permeare l’album, così solido negli intenti artistici eppure così fragile, sempre in bilico, come se l’artista camminasse su un filo e restasse in equilibrio esclusivamente tramite il racconto della propria intimità. Lord Mary è ipnotica come una ballata di Tim Buckley, mentre Dust presenta brevi accenni di noise, come se ogni tanto fosse necessario scomporsi per comprendere davvero la propria essenza. Le melodie di Full Grown Sun ammaliano senza nascondere quel sottile strato di inquietudine tipico di chi, nel tentativo di dirsi presente nel mondo, si comporta come chi al mondo ancora sembra non saperci stare. E anche se i ritmi vivi di Tea sembrano non avere nulla in comune con le disarmonie ubriache di Blindfold, a dare coerenza a The Use è la sincerità di Nic T nel volersi creare un mondo tutto suo: un mondo forse – anzi, sicuramente – imperfetto, dunque affascinante.

Ascoltando l’album sembra che il cantautore cerchi di comunicare in primis con sé stesso, chiudendosi in una stanza e cercando di trovare un modo per conciliare le infinite sfaccettature del suo animo, tra gli attimi rock di The Kid e la delicatezza contemplativa di Cerebro, che è leggera come un soffio tra le foglie. A rendere speciali progetti come questo è la straordinaria capacità di riversare il proprio essere in un microfono e trasferire le proprie fragilità in canzoni oneste, figlie di un approccio a metà strada tra l’istintivo e il ragionato.

E così, col suo andamento a tratti sghembo – come un album dei Crywank, dalla poetica slacker –, tra un timido inciampo e l’altro, The Use scorre senza che ce ne si accorga nemmeno. Libero come un gesto spontaneo, che parte dalla pancia, trova forma nella testa e si manifesta col cuore.