La musica come linguaggio visivo: intervista al compositore Erik Ventrice

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il chitarrista e compositore Erik Ventrice, di rientro dagli Stati Uniti dove ha debuttato a Broadway con Lord Nil – Seven Deadly Sins.  Dal rock all'orchestra, fino al potere delle colonne sonore di accompagnare una storia e darle corpo, Erik ci ha raccontato il suo percorso e le tappe di questo particolare processo creativo e compositivo
17 Dicembre 2025

Abbiamo incontrato Erik Ventrice in una freddissima serata torinese al Ramo d’Oro, durante l’allestimento degli spazi per il talk a cui Polvere ha partecipato assieme a Siamo Un Magazine in occasione dell’uscita del loro numero cartaceo.

Chitarrista premiato e compositore affermato, Erik ha debuttato allo Stage 42 di Broadway lo scorso luglio con lo spettacolo Lord Nil – Seven Deadly Sins, un lavoro che vede alla regia la firma di Alberto Oliva e la partecipazione on stage dell’escapologo italiano Simone Gatti aka Lord Nil. La colonna sonora originale è stata curata da Erik, con il quale abbiamo scambiato quattro chiacchiere proprio a proposito del legame tra dimensione musicale e dimensione visiva e, in particolare, come una colonna sonora possa contribuire a fissare nella nostra memoria un’emozione. Particolarmente interessante, poi, è stato indagare il processo che guida la composizione di una colonna sonora – anche e soprattutto quando questa nasce per accompagnare uno spettacolo imponente e connotato in termini di contenuti e atmosfera quale Lord Nil –, ma anche il day by day di un compositore in trasferta.

Hai lavorato a uno spettacolo, prima di questo, che si chiamaGuitar Movie, una trasposizione per chitarra di alcune colonne sonore. Ti occupi anche di comporre colonne sonore per gli spot, e di recente hai lavorato alla colonna sonora per uno spettacolo a Broadway. Cosa ti affascina della dimensione colonna sonora?

Sì, è vero, il mondo delle colonne sonore mi affascina tantissimo. In generale, il mondo della composizione orchestrale, quella della musica per i film, la cosiddetta musica applicata – cioè la musica applicata a immagini e video – è un universo che mi attrae molto perché connette le due sfere: quella dell’ascolto musicale associato a un’immagine. Tutti noi ci ricordiamo le colonne sonore di film che ci sono piaciuti – penso ad esempio a Mamma ho perso l’aereo – perché le associamo ai ricordi emotivi legati a quel film; da bambino ero incantato da questo mondo, da queste melodie. Poi, crescendo, mi sono dedicato proprio a questa disciplina.

A che età hai iniziato a suonare? È stato difficile perseguire il tuo obiettivo?

Ho iniziato a suonare molto giovane, direi intorno ai 6-7 anni. All’inizio suonavo in casa, con amici e parenti, e poi ho cominciato a studiare seriamente a 9 anni, esplorando nel corso del tempo vari generi, dalla musica classica, al blues, al rock. Se mi chiedi se è stato facile, ti dico di no. Non è stato facile e non lo è tuttora. La popolarità e il successo sono due cose diverse e il vero successo per me è vivere di musica, fare quello che amo. In Italia è complicato, questo lavoro non è supportato, non ci sono sovvenzioni, per cui resta un lusso, un privilegio e ogni giorno me lo ricordo. La mia fortuna più grande è aver saputo da sempre cosa avrei voluto fare nella vita, non ho mai cambiato idea.

Come è nata la collaborazione con Lord Nil? Vi conoscevate già?

La collaborazione con Lord Nil è nata in modo un po’ casuale. Entrambi stavamo tornando da contratti esteri e ci siamo incontrati durante il Covid, mentre lavoravamo in due spettacoli diversi. Ci siamo conosciuti in una struttura in Italia, io ero di rientro dal Bahrein, lavoravamo ognuno sul proprio progetto. Poi siamo diventati amici. La collaborazione è nata anni dopo, quando lui mi ha contattato per chiedermi di occuparmi della colonna sonora del suo nuovo spettacolo. Quindi ci siamo messi al lavoro.

Ma da dove si parte per comporre la colonna sonora di uno spettacolo, soprattutto di uno spettacolo come quello di Lord Nil? Ti danno lo script e ti chiedono di comporre a partire da quello?

Scrivere per uno spettacolo o comunque per contenuti visivi è una cosa particolare, diversa dal processo creativo che si segue per scrivere una canzone. Ci sono delle regole specifiche, delle tecniche. Questo è stato il mio primo spettacolo musicale, mentre fino ad allora mi ero occupato di colonne sonore per film e documentari. Per la musica applicata alle immagini, in genere il regista ti dà un’indicazione di quello che vuole per ogni scena e, nel caso delle pubblicità, sei ancora più indirizzato dal committente. Ma con Lord Nil è stato diverso. Questo progetto è nato da zero. Quando mi hanno chiamato, non c’era praticamente nulla se non un’idea della storia. Ti danno la sceneggiatura, i personaggi, e l’atmosfera generale. All’inizio, abbiamo parlato molto di quale dovesse essere l’atmosfera dello spettacolo, se doveva essere tesa, leggera, ecc. e sulla base di quelle indicazioni ho iniziato a lavorare. Mi piace molto partire da un tema musicale, come si faceva una volta, soprattutto per i personaggi. Nella scrittura moderna, questa cosa è meno comune, ma io amo ancora scrivere temi legati ai personaggi. Per esempio, ho iniziato a scrivere un tema che rappresentasse Lord Nil, cercando di descrivere un po’ il suo personaggio e la sua evoluzione nella storia. Da lì, è stato un lavoro che si è costruito un passo dopo l’altro. È stato complesso perché, di solito, il compositore viene chiamato quando tutto è già definito e sistemato. Qui, invece, sono stato coinvolto fin dall’inizio.

Quali sono stati i tuoi riferimenti nella composizione di questa colonna sonora?

Ho deciso di creare una sezione orchestrale ibrida, aggiungendo quella parte rock che mancava per dare la giusta vibe aggressiva. L’orchestra da sola non riusciva a ricreare quel sound che cercavamo, quindi è venuto naturale aggiungere elementi rock. Mi viene abbastanza semplice perché, anche nella musica da film, ho sempre cercato di mescolare più generi. Per quanto riguarda le influenze orchestrali, uno dei miei riferimenti principali è Hans Zimmer. Lui riesce sempre a creare la modernità nell’orchestra, quindi sicuramente è una delle ispirazioni principali. Per quanto riguarda il rock, non c’è stato un riferimento specifico per questo progetto, ma da giovane sono stato ispirato dai grandi, come i Queen – che sono stati un punto di riferimento assoluto. In realtà, però, la mia passione è sempre andata oltre il rock, ispirandomi anche a chitarristi acustici come Tommy Emmanuel, uno dei più grandi chitarristi acustici di sempre. La musica da film mi ha sempre influenzato molto, tra le fonti di ispirazione più importanti ci sono sicuramente Hans Zimmer e Danny Elfman. Lui è un altro che mi ha contagiato con la sua capacità di mescolare orchestra e band e per questo tipo di spettacolo è stato un modello fondamentale.

Com’è stato lavorare a Broadway? Raccontami un po’ com’è andata, com’era la tua giornata tipo.

Lo spettacolo è stato in cartellone a Broadway per circa due mesi, allo Stage42. Quando siamo arrivati a New York, la parte più stressante è stata quella delle prime due settimane, che vengono chiamate install durante le quali lo spettacolo viene allestito nel teatro, con tutte le illusioni, macchinari e scenografie. È stato un periodo di prove intense e molto faticoso, praticamente vivi in teatro. Dopo queste due settimane, quando finalmente lo spettacolo è partito, il mio impegno si è concentrato solo la sera. Di solito, lo spettacolo era alle 20:00, ma qualche volta c’erano anche doppi spettacoli, uno alle 15:00 e l’altro alle 20:00. Durante il giorno, avevo un po’ di tempo libero e ne approfittavo per esplorare la città oppure facevo lavori in studio.

Quando hai saputo che avresti suonato dal vivo durante lo spettacolo a Broadway?
A un certo punto, un paio di mesi prima dell’inizio delle prove, la produzione mi ha detto che sarebbe stato bello se avessi suonato dal vivo durante la performance. Non me l’aspettavo affatto, perché non era previsto che io fossi sul palco. La cosa più bella è che mi sono ritrovato a suonare le musiche che avevo scritto proprio lì, a Broadway, con il pubblico sotto.

Era la prima volta che suonavi davanti a un pubblico così grande?
No, era già successo, ma era la prima volta a Broadway. C’è qualcosa di speciale lì, perché senti davvero che il pubblico vuole vivere un’esperienza unica e la tensione che percepisci è completamente diversa.

Prossima tappa dello spettacolo?

Probabilmente Las Vegas ad aprile, ma prima partiremo per un altro tour.

Se dovessi scegliere la collaborazione della vita, con chi ti piacerebbe lavorare, vivo o morto?

Ah, questa è una bella domanda.  Se parliamo di musica da film e orchestra, allora sicuramente Hans Zimmer sarebbe la mia scelta. Diversamente, Tommy Emmanuel.