Quando si parla di film perfetti ci si imbatte in un territorio davvero insidioso. In decenni e decenni di discussioni cinefile, nessuno ha ancora davvero trovato una definizione univoca; forse perché non esiste, o forse perché, alla fatidica domanda su cosa renda perfetta un’opera cinematografica, le risposte risultano essere molteplici. Perché probabilmente non è possibile ricavare una formula, altrimenti sarebbe facile poi applicarla a ogni storia, a ogni sceneggiatura, a ogni regia, per tirare fuori il film perfetto.
Bisogna però chiarire subito una cosa: School of Rock (2003) è un film perfetto, perché funziona dove ha bisogno di funzionare e riesce dove si prefigge di dover riuscire. È un film che ha attraversato la vita della quasi totalità degli appassionati del rock come genere e come filosofia di vita. Se il primo disco dei Velvet Underground, pur vendendo solo diecimila copie, ha spinto ognuna di quelle diecimila persone a fondare una band, il film di Richard Linklater ha spinto ogni ragazzino che l’ha visto a iniziare a suonare uno strumento. E l’ha fatto diventando da subito un grande successo. Com’è possibile non considerare perfetto un film del genere?
Parlare della trama di School of Rock sarebbe superfluo. Basterebbe pensare che tutta quella serie di luoghi comuni relativi alla vita dell’outsider che sogna di diventare famoso con la propria musica, che viene cacciato dalla propria band perché troppo diverso, che ha trent’anni e sembra non aver ancora compreso che è ora di diventare adulti – a differenza del suo amico ed ex-compagno di band, ora un serio lavoratore – e che trova la scintilla là dove non se lo sarebbe mai aspettato, se non partono da questo film, perlomeno trovano la loro potenza espressiva più diretta qui, alla Horace Green, dove Dewey Finn, squattrinato musicista, per evitare lo sfratto, inizia a insegnare, fingendosi un altro.
Il personaggio è perfetto perché cucito sul suo attore, Jack Black, che per quanto col tempo sia diventato sempre più una macchietta di sé stesso, qui ha saputo incarnare alla perfezione la poetica del loser che non intende darsi per vinto, nonostante il mondo lo consideri un fallito; una poetica narratologica strettamente intrecciata con la vita vera dell’attore. Parliamo dell’eroe di tutti noi che abbiamo sognato la gloria con la musica. È una storia vecchia, a tratti banale. Ma forse non lo è per quel ragazzino o quella ragazzina che a 12 anni ha ancora il diritto – anzi, il dovere – di sognare.
School of Rock, però, ci dimostra che è necessario avere il dovere di sognare anche raggiunta l’età adulta, anche una volta scoperto sulla propria pelle che la vita è difficilissima, e che non sempre se vuoi, puoi. Forse non ti sarà possibile diventare una star al pari di Robert Plant o David Bowie, ma magari potrai comunque vivere esperienze che ricorderai per tutta la vita, come la Battle of the Band con gli alunni della tua classe.
Dewey vive questa folle e strampalata avventura e la fa vivere a noi spettatori sulle note di una colonna sonora appassionata e appassionante, composta da alcuni dei più grandi classici del rock di sempre; in tal senso, il film può fungere da ottimo entry level. Linklater – con l’aiuto dello stesso Black – si comporta come una sorta di Lester Bangs cinematografico e con School of Rock ci offre la sua personale «guida ragionevole al frastuono più atroce». Il regista, che ha sempre saputo come usare il rock nei suoi lavori, e che dieci anni prima aveva intitolato un suo film Dazed and Confused, come il capolavoro dei Led Zeppelin, riuscì a ottenere da Jimmy Page e soci i permessi per inserire Immigrant Song in School of Rock dopo aver girato un video in cui Jack Black, circondato da una folla di fan sfegatati, implorava la band di poter utilizzare la canzone. Il risultato è uno dei pochi prodotti cinematografici in cui è possibile ascoltare una canzone della band inglese.
Tornando a discutere dell’impatto di un film sulla vita di chi lo guarda, ribadiamo lo status di cult del film diLinklater, perché c’è gente che grazie a School of Rock ha scoperto i Doors, i Cream, i Ramones, gli AC/DC, i Deep Purple, in quanto per ognuna di queste band è presente una canzone. Ma basterebbe anche solo rimanere contagiati dall’entusiasmo di Jack Black per documentarsi anche solo sui nomi che il suo personaggio cita per infondere nei suoi alunni la passione per la musica delle chitarre distorte. Dai Black Sabbath – dei quali riprende l’inconfondibile riff di Iron Man – ai Motörhead; da Roundabout degli Yes a The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd. Orde di ragazzini hanno preso in mano la propria chitarra e hanno provato a imparare Smoke On The Water o Highway to Hell semplicemente guardando il film in televisione, così come orde di ragazzine hanno iniziato a cantare grazie alla storia di Tomika, che da timida e taciturna si rivela essere un diamante dell’interpretazione vocale.
L’iconicità di alcune scene è la chiave del successo immediato di un’opera cinematografica che per Richard Linklater è stata una scommessa: la prima volta in cui il regista texano si è trovato lontano dalle logiche naïf del cinema indipendente, muovendosi tra le fila di una major, la Paramount. Ma School of Rock resta un film genuino, che nel corso degli anni non ha esaurito la sua carica emozionale: un film perfetto perché eterno, capace di mantenere vivo il suo messaggio anche a più di vent’anni dalla sua uscita.

