Elogio della diversità: avevamo bisogno di un festival come il Monitor

I virtuosismi elettronici di Maria Chiara Argirò, il cantautorato indie di Gia Ford, la psichedelia dance degli Yin Yin e gli esercizi di stile di Aaroj Aftab hanno illuminato di contaminazioni la seconda e ultima serata di Monitor Festival, la rassegna alternativa ideata e ospitata da Spazio211

Foto di: Luca Morlino

13 Luglio 2025

A due anni di distanza dall’ultimo Todays targato Spazio211, lo storico locale torinese è ritornato alla grande con Monitor (acronimo di MONdo, ITalia, TORino), un festival di cui avevamo profondamente bisogno per la sua capacità di contaminare generi, stili e approcci. Un vero e proprio elogio della diversità in grado di dimostrare – come al solito – la bontà e la qualità delle scelte della direzione artistica, brava e audace nel pescare i migliori talenti nazionali e internazionali.

Così, dopo il succoso esordio di giovedì con Cherry Pies, Luvcat, Richard Dawson e Shame, anche la seconda serata si è confermata di alto livello con artisti e artiste provenienti da quelle nicchie tanto care alla programmazione di via Cigna, vere e proprie chicche capaci di indicare nuovi orizzonti musicali e più in generale culturali. Ad animare la serata – quasi tutta al femminile – sono stati quindi i virtuosismi elettronici di Maria Chiara Argirò, il cantautorato indie di Gia Ford, la psichedelia dance degli Yin Yin e gli esercizi di stile vocale di Aaroj Aftab.

Ad aprire le danze ci ha pensato Maria Chiara Argirò, romana di nascita ma musicalmente attiva a Londra da una decina d’anni, durante i quali ha potuto perfezionare i propri studi di stampo jazz pubblicando ben cinque album da solista e collaborando con artisti prestigiosi come i This new puritans. Salita sul palco alle 19 quasi in punto accompagnata da synth, batteria e tromba, Argirò ha presentato al pubblico del Monitor i brani dell’ultimo disco Closer – uscito nel 2024 per l’importante etichetta statunitense Innovative Leisure – sviluppandoli ulteriormente per una resa live ancora più d’impatto.

Le suggestioni oniriche delle registrazioni in studio hanno qui acquistato ulteriore significato, facendo ondeggiare il pubblico tra cambi d’atmosfera che ben si sono sposati con il paesaggio post-industriale di quella porzione di Barriera di Milano; in tutto questo, la voce della protagonista si è amalgamata alla perfezione con la parte musicale, facendosi strumento essa stessa e affermandosi come una splendida conferma. Viste le premesse, sarebbe stato particolarmente interessante ascoltarla al calar delle tenebre: sarà per la prossima volta.

Più classica in tutto, ma non per questo meno attuale e convincente, Gia Ford è stata la vera sorpresa della serata. La cantautrice di Sheffield, con una voce elegante e potente che ricorda in certe sfumature la più nota collega Anna Calvi, ha presentato in duo chitarra acustica ed elettrica il suo album d’esordio Transparent things, uscito sempre nel 2024 per la storica etichetta indipendente britannica Chrysalis Records. Nonostante la formazione minimal rispetto al lavoro in studio, anche in questo caso nessun effetto soft: anzi, l’energia della performance è riuscita a trascinare e farsi apprezzare particolarmente.

Gia Ford ha divertito, ma si è anche divertita, scherzando più volte con i presenti. Uno dei momenti migliori del live si è avuto sulle note di Paint me like a woman, vero e proprio manifesto femminista dell’artista, cantato e suonato con l’invito a tirare fuori tutta la rabbia contro una società misogina e discriminatoria. Nota di merito e di stile, infine, per il chitarrista Conor Houston, novello David Bowie – nella sua versione anni ottanta – con tanto di occhiali rosa d’ordinanza.

A proposito di divertimento, però, a sbaragliare tutti sono stati gli attesissimi Yin Yin, gruppo olandese strumentale che fonde psichedelia, funk, dance e surf con contaminazioni orientaleggianti e – aggiungiamo noi – sudamericaneggianti, su cui c’erano grandi attese e grandi aspettative. I quattro, protagonisti con chitarra elettrica, synth, basso e batteria, hanno letteralmente fatto impazzire Spazio 211 con un tiratissimo e trascinante set in grado di far scatenare il pubblico in danze più che sfrenate.

Anche in questo caso, il più etereo e cinematografico suono in studio della discografia della band è stato in grado di trasformarsi in qualcosa di più carnale e viscerale nella sua versione dal vivo. La connessione che si è creata tra l’atmosfera sul palco e quella sottopalco ha rappresentato sicuramente uno degli aspetti più riusciti della serata; a dimostrare al meglio questo feeling, c’è il caloroso incontro con i fan allo stand del merchandising, con gli stessi musicisti a vendere maglie e dischi.

Il gran finale è stato invece affidato alle affascinanti e suggestive sfumature della cantante, compositrice e produttrice discografica pakistana – ma di stanza negli Stati Uniti – Aaroj Aftab. Anche in questo caso, le aspettative erano alte e non sono state tradite: innanzitutto per il personaggio: Aftab, salita sul palco accompagnata non solo dai – bravissimi – musicisti, ma anche da un paio di occhiali da sole, una giacca nera di pailettes, una bottiglia di vino rosso con tanto di calice e una serie di birre offerte all’assetato pubblico.

Musicalmente parlando, tra un calice, un Negroni e uno spruzzo di antizanzare, l’artista – che canta in inglese e nella storica lingua pakistana urdu, unendo il jazz alla tradizione del suo paese d’origine – ha dato sfoggio in più occasioni delle sue doti vocali eccezionali, ammaliando nonostante il calo di tensione emotiva dopo l’alto ritmo dei predecessori. Una chiusura di serata e di festival comunque in linea con la parentesi più notturna di Monitor, non a caso affidata alle note di Night reign, acclamato album che parla di «tutte quelle cose stupide che facciamo di notte».

A due anni di distanza dalla fine del (vero) Todays, possiamo dare il definitivo bentornato a un festival alternativo con tutti i crismi che questa inflazionata parola richiede. Al netto di un pubblico non troppo numeroso e di una scaletta che forse avrebbe potuto evitare le montagne russe per essere più lineare e in crescendo, è bellissimo tornare a scoprire – anche a Torino – nuove tendenze da tutto il mondo, rappresentate da artisti e artiste di qualità che raramente si ascoltano da queste parti. Elogio della diversità.